Verso la riforma dell’intervento istituzionale rivolto alla famiglia problematica

È attualmente allo studio un progetto di riforma dell’intervento istituzionale rivolto alla gestione delle criticità del sistema familiare o di quello costituito dai genitori e dai figli. In tal senso appare necessario prendere le mosse non solo da come in apparenza stanno le cose ma dalla realtà profonda e quotidiana che attualmente caratterizza tale ambito, in altre parole dalla “prassi” comune.

La situazione attuale in materia di diritto di famiglia e della gestione delle suddette criticità vede il giudice prendere spesso provvedimenti che ricordano quello salomonico: invece di tagliare il bambino a metà oggi si finisce a volte per recidere i legami per lui più importanti, quelli familiari, nel momento in cui il sistema relazionale in cui il minore si trova presenta – com’è quasi inevitabile – qualche aspetto disfunzionale che viene segnalato alle istituzioni.

Sarebbe a questo punto come sperare che una pianta possa crescere sana e forte dopo essere stata sradicata dalla terra in cui è fino a quel momento cresciuta. Per dirla in altri termini, sarebbe come andare dal medico perché duole un braccio e sentirsi dire che si deve amputarlo senza aver compiuto altri interventi terapeutici: nessuno ritornerebbe da quel medico che sarebbe inoltre passibile di denuncia!

Nel momento in cui la nuova legge si rivolgesse al giudice come fulcro dell’intervento istituzionale sulla famiglia, la genitorialità e il minore non terrebbe conto di come stanno realmente le cose, nel senso che tale figura prende le decisioni sulla base di quanto affermano altre figure professionali, assistenti sociali e CTU (Consulente Tecnico di Ufficio, di regola uno psicoterapeuta o uno psichiatra).

Il problema è che, come alcuni Ordini regionali degli psicologi hanno evidenziato, spesso le relazioni tecniche non solo hanno ben poco di tecnico ma a volte non risultano in linea con la letteratura scientifica ben consolidata.

Cito a questo proposito, uno per tutti, il recente caso della psicologa di Ferrara che nella sua relazione ha affermato la necessità di interrompere le visite della madre al figlio di tre anni per un presunto problema nel “processo di attaccamento”.

Affermare che la relazione genitore e figlio debba essere interrotta facendo riferimento alla teoria dell’attaccamento di John Bowlby è come affermare che sul codice penale c’è scritto che bisogna rapinare le banche!

In definitiva, il potere decisionale in questo ambito istituzionale almeno in gran parte si colloca ai margini del lavoro del giudice, giacché questo peritum peritorum si basa su quanto affermano tali altre figure per emanare il suo provvedimento.

A questo fatto si aggiunga che, soprattutto in relazione a certi reati, il giudice tende a condannare il reato invece che giudicare l’imputato, come spesso avviene nei casi di accuse di abuso sessuale ai danni di un minore o di donne.

In conclusione, nel momento in cui la nuova legge si rivolgesse prima di tutto, soprattutto o esclusivamente al giudice come fulcro dell’intervento istituzionale su famiglia, genitorialità e minore, l’azione del legislatore potrebbe rivelarsi un buco nell’acqua.

Le possibili soluzioni ruotano attorno a tre fondamentali punti:

  1. regolamentare l’operato di giudici, assistenti sociali e CTU
  2. riformare le comunità alloggio
  3. istituire una nuova figura professionale, quella del “Consulente Relazionale”, assieme ad un Ente governativo di formazione e controllo

Nel momento in cui si volesse regolamentare l’operato dei giudici senza rivolgersi a quello dei tecnici che gli ruotano attorno la difficoltà sarebbe definire i criteri decisionali, per quanto riguarda in particolare cosa si debba intendere per “maltrattamento” da parte di un genitore.

Mentre sul piano fisico tale definizione si rivelerebbe abbastanza facile (distinguendo ad esempio una percossa a mano aperta da quella a pugno chiuso), stabilire in modo accurato cosa si dovrebbe intendere per “maltrattamento psicologico” – peraltro il più frequente – appare praticamente impossibile ed è questo uno dei motivi per il quale il giudice si affida al parere di assistenti sociali e soprattutto del CTU.

Nella prospettiva di riformare l’operato dei CTU si dovrebbe imporre agli Ordini degli psicologi e degli psichiatri che svolgono il ruolo di CTU un “Protocollo di intesa etico-professionale” che contenga specifiche linee guida nella redazione delle loro relazioni, al fine di attuare una reale tutela del minore e del sistema relazionale all’interno del quale questi si trova.

In tema di criticità sociali che affliggono famiglia e minori una particolare attenzione meritano poi le comunità alloggio, nelle quali si trovano migliaia di minori sottratti alle famiglie e ai genitori (vedi la legge 184 e l’art. 403 CC).

Il minore può restare anni in comunità per ritrovarsi alla fine adottato da un’altra famiglia e non avere mai più contatti con la propria, subendo così un trauma al di là di ogni possibile descrizione. Occorre quindi senza indugio attuare l’improrogabile transizione da comunità alloggio a “Comunità di recupero delle relazioni parentali”.

Oggi vi è la necessità di una sorta di “clinica della famiglia e delle relazioni”, di un luogo virtuoso in cui ci si prenda cura del sistema relazionale disfunzionale secondo le modalità residenziale o semi residenziale, soprattutto nei casi in cui appare difficile il recupero valendosi dei normali strumenti terapeutici (vedi la terapia familiare), come nel caso dell’alienazione parentale grave (in analogia con il “transitional site” vigente negli Stati Uniti, ossia di un luogo neutro di transizione).

Si tratterebbe della risposta ad una innegabile quanto attuale necessità sociale, visto il drammatico proliferare delle problematiche relazionali e il peso che esse hanno nell’economia del sistema giuridico nonché della salute pubblica: secondo un’accreditata visione mente-corpo le disfunzioni delle relazioni primarie e i traumi precoci ad esse riconducibili creerebbero le premesse per l’insorgere di patologia sia psichiche sia somatiche, il che mostra una gravosa ricaduta anche sull’Erario.

Il piatto forte di questa iniziativa è però rappresentato dall’istituzione di una nuova figura professionale, il “Consulente Relazionale”, e di un tale Ente governativo finalizzato alla formazione continua e al monitoraggio della situazione istituzionale in materia di famiglia e di minori.

Queste due iniziative combinate realizzerebbero la necessaria transizione dal principio di “tutela del minore” (che oggi supporta il ricollocamento in ambito extrafamiliare di migliaia di minori) a quello di “tutela del sistema relazionale” all’interno del quale il minore si trova.

Si realizzerebbe, inoltre, l’ulteriore principio di “inversione della regia” dell’intervento istituzionale, la quale passerebbe dall’ambito giuridico a quello psicologico a cui spetta per competenza.

Non possiamo pensare che una realtà così delicata come quella rappresentata dai problemi relazionali in cui è coinvolto un minore e il suo sereno sviluppo possa essere gestita primariamente attraverso gli strumenti propri della giurisprudenza e, solo in subordine, quelli psicologici (interventi che spesso rimangono marginali, non vengono affatto attuati o si rivelano “proforma” a impatto zero).

Nel momento in cui consideriamo le criticità del sistema relazionale (della famiglia o di ciò che ne rimane) vere e proprie forme di patologia (vedi il DSM 5) possiamo ben comprendere come la primarietà del ruolo del giudice in seno a tale intervento perda in gran parte significato: sarebbe come portare una persona con una gamba rotta davanti al giudice anziché al pronto soccorso!

Teniamo anche conto del fatto che l’intervento del magistrato (anche se in ambito civile piuttosto che penale) risulta spesso peggiorativo nei confronti delle relazioni: in tribunale si ritrovano, infatti, le relazioni umane peggiori per definizione!

La figura del Consulente Relazionale di nuova istituzione non corrisponderebbe a quella del terapeuta familiare e non farebbe quindi “terapia”, anche se la sua azione avrebbe certamente effetti terapeutici sul sistema relazionale e segnatamente sul minore in forza di una specifica formazione pensata ad hoc.

Massimo Rosselli del Turco