Una storia vera: la storia di F., una figlia alienata

La storia che sta per essere raccontata è la storia di F. che da bambina fu alienata, storia scritta da lei stessa una volta divenuta adulta.

Quando avevo 13 anni, mia madre si innamorò di un altro uomo, e decise di separarsi da mio padre. Io fui la prima a saperlo, perché come in altre occasioni, ne aveva parlato a me come fossimo amiche.

Sapevo che non si sentiva amata da mio padre, lo avevo saputo già da quando ero piccola, quando una volta la sentii piangere e mi spiegò che era a causa di mio padre, un menefreghista a cui non importava nulla di lei. Avevo sempre saputo che mio padre era dedito solo al lavoro e disinteressato alla famiglia.

Così, quando lei trovò questo nuovo amore, io gioì con lei. Finalmente era felice ed aveva trovato l’amore che aveva sempre desiderato. Dopo di me, lei spiegò anche a mio fratello che, non appena avesse comunicato a mio padre di volersi separare, ci saremmo trasferiti tutti e tre a casa del suo nuovo compagno in un paesino a 20 km di distanza.

Mia madre era sempre stata spiccatamente autoritaria, e quando noi non ci comportavamo “adeguatamente” arrivava spesso alle mani. Ma quando era presente le bastava un’occhiata per rimetterci in carreggiata.

Nel mese in cui frequentò il suo nuovo compagno prima di comunicarlo a mio padre, lei invece era diversa, era più morbida, mi concedette piccolezze che ordinariamente mi avrebbe negato. Questa sua nuova “rilassatezza” mi piacque e mi fece ingenuamente ben sperare per il futuro, cominciai ad immaginarmi un futuro senza urla e senza botte, ma solo sorrisi e gioia. Oltretutto al mio paese d’origine ero sempre stata vittima di bullismo e cambiando paese ed ambiente avevo nuove speranze pure per le relazioni sociali.

Inizialmente una volta a settimana mio padre veniva a prendere me e mio fratello per trascorrere il pomeriggio insieme. A volte ci portava in montagna dove lui lavorava, ci presentava i suoi colleghi più giovani; una volta mi noleggiò gli sci, perché non sciavo da qualche anno e ne avevo tanta voglia, un’altra volta ci portò in una discoteca della zona di cui avevamo sentito solo parlare ed io ne ero entusiasta. Quando ci riaccompagnava a casa ci lasciava 20.000 lire ciascuno (non avevamo mai avuto una paghetta fino ad allora, e non ne abbiamo avute mai più da quando abbiamo smesso di frequentarlo). Ci faceva dei bei regali, cose che mia madre non poteva permettersi economicamente.

E mia madre ci diceva che lui con i regali cercava solo di compensare il fatto di essere incapace di amarci, così come era stato incapace di amare lei. Quando tornavamo ci chiedeva cosa avevamo fatto e cominciava a sminuire, a volte anche deridere, o comunque criticare lui o ciò che faceva.

Ed io sapevo che era meglio partecipare in qualche modo. Ben presto ho capito che avrei avuto la vita più facile se l’avessi pure anticipata. Così in pochissimi mesi le ho chiesto di poter chiamare babbo il suo compagno, di poter smettere di frequentare mio padre, ed infine di poter cambiare cognome, ed ogni volta il suo sguardo ed il suo sorriso compiaciuto mi confermavano che avevo guadagnato punti.

Intanto ben presto mi resi conto che le mie speranze sul post separazione erano state solo illusioni, lei era tornata la solita mamma nervosa, urlante, e continuava a picchiarmi quando qualcosa non andava bene.

Ed intanto mio padre si era messo da parte, senza battere ciglio. Così mia madre non perse l’occasione per dirci che questa era la conferma del fatto che non ci amasse.

Nella mia testa però non era così, io ricordavo bene le ultime telefonate con lui, in cui gli urlavo contro tutto ciò che mia madre, accanto a me, mi suggeriva irosamente.

E lui riusciva a mantenere la calma, cercando di usare solo ragionamenti che dentro di me condividevo.

Ovviamente la sua ragionevolezza veniva da mia madre reinterpretata come prova della sua glacialità: lui con il suo sangue freddo riusciva a tessere discorsi apparentemente “logici” ma in realtà ingannevoli.

A volte però ci riflettevo per conto mio e mi sembrava che in realtà lui fosse coerente e che tutto ciò che diceva fosse almeno possibile. In ogni caso queste riflessioni ovviamente dovevo tenermele per me. Sarebbe stato rischioso confidarle persino a mio fratello.

Comunque sia ero ormai in età adolescenziale, con una madre che ancora mio malgrado decideva come dovevo vestirmi o pettinarmi.

Ogni volta che andavamo nei negozi per comprarmi abbigliamento o scarpe era una tragedia: finiva sempre che dopo le liti in negozio, io ne uscivo in lacrime, e con nella busta capi che secondo me erano da nonna o da zia. Ne uscivo con la certezza che vestita in quel modo sarei stata come sempre a disagio. Ogni volta che dovevamo comprare qualcosa per me era un incubo, e mi chiedevo come mai fosse toccato proprio a me vivere quella vita che ormai odiavo.

Spesso quando litigavo con lei ed il suo compagno fantasticavo su come sarebbe stato vivere da mio padre.

A 16 anni accadde un episodio che per me è stato il più brutto mai vissuto. Mia madre ed il suo compagno ballavano il liscio ed il sabato sera ci portavano con loro nei locali di liscio. Anche questo mi faceva sentire a disagio: i miei coetanei uscivano in paese tutti insieme, senza genitori. Ma io non potevo.

Quella sera oltretutto discussi pesantemente con mia madre perché voleva che mettessi una camicia a fiori che detestavo. Era arrabbiata non solo perché mi opponevo, ma anche perché discutendo le facevo fare tardi.

Alla fine, rassegnata indossai quella terribile camicia e salimmo tutti in macchina. Sulla strada per il locale c’è un tratto sterrato e molto sconnesso. In questo tratto sentimmo un colpo e fermarono la macchina. Scendemmo e constatammo che era caduta la marmitta. A quel punto mia madre uscì di senno completamente.

Cominciò ad urlare che era colpa mia, che ero stata io, che non volendo andare là, con la mia forza del pensiero avevo provocato questo incidente. Io cercavo di farla ragionare, di dirle che non avrei potuto fare niente del genere.

Mia madre ha sempre creduto nel malocchio, e dopo la separazione, lei ed il suo compagno, ogni volta che avevano problemi con me o con mio fratello, ne attribuivano la colpa ad un paio di quelle che una volta erano state grandi amiche, ma che dopo la separazione per invidie o gelosie erano “diventate cattive”.

Ogni volta finite le discussioni familiari loro due affermavano in tutta certezza che nell’occasione specifica era stata l’una o l’altra. Quella volta invece la cattiva ero io. Per me pensare che mia madre mi vedeva cattiva quanto le due ex amiche era un dolore indicibile.

Non appena capito che non l’avrei mai convinta del contrario, persi molta della fiducia che avevo in lei, sentivo veramente di odiarla per quanto era ingiusta a non tentare nemmeno di credermi.

Quell’episodio è stato un momento di svolta nella mia testa, cominciai davvero a pensare che vivevo in una situazione fuori dal normale, e che avrei dovuto cercare di uscirne. Ed ovviamente sapevo che mio padre avrebbe potuto essere una via di fuga possibile.

Tra i 17 ed i 18 anni tentai 2 fughe (purtroppo non andate a buon fine) cercando la complicità di mio padre. E lui sempre c’era. Ed ogni volta dopo il fallimento del tentativo lui spariva.

So che lo faceva per non mettermi in ulteriore difficoltà, per evitare conflitti, per far chiudere il prima possibile la brutta parentesi che mi aspettava sicuramente in casa. A 21 anni però sono riuscita davvero a scappare finalmente da casa grazie soprattutto a lui.

Da quando siamo di nuovo insieme ho riscoperto un “babbo” effettivamente non molto bravo a comunicare le emozioni a parole o fisicamente, ma eccezionale nel rispettare le mie scelte, i miei tempi e tutte le mie esigenze.

Mi ha spronata a continuare gli studi. Mia madre non mi avrebbe mai mandato all’università per motivi economici, questa è la motivazione “ufficiale” anche se dentro di me ho sempre saputo che non è comunque il motivo principale. Mandarmi a studiare in una qualunque città avrebbe comportato troppa perdita di controllo nei miei confronti.

Mio padre mi ha sostenuta economicamente nei periodi in cui lo ho fatto. Vedo che cerca di non esprimersi con me sulle mie scelte e so che lo fa perché non vuole influenzarmi in esse, ed io apprezzo moltissimo questo suo modo di essere con me.

Con mia madre invece per 18 anni dopo la mia fuga, tra alti e bassi ho cercato di conservare il rapporto, non parlando mai di certi argomenti per evitare le discussioni. Ma durante la mia gravidanza ha avuto dei comportamenti per me inaccettabili (in realtà credo per chiunque …), così le ho mandato un link che parla di alienazione genitoriale, le ho detto apertamente (e finalmente) che è ciò che lei ha sempre fatto con me, e lei si è offesa.

Non si metterà mai in discussione e non ammetterà mai di aver fatto degli errori con me o con mio padre, e non crede di dovere delle scuse a nessuno.

Anzi si sente lei la vittima. Io, dal canto mio, spero di rassegnarmi al più presto a questa situazione, che so che tanto non può cambiare, visto che lei continuerà a sentirsi la vittima per tutta la vita, mentre io non ho più voglia di stare al suo gioco o di fingere per piacerle.