Una forma di prevenzione radicata nella natura umana: l’accoglimento delle emozioni spiacevoli

È certamente capitato a tutti di interagire con un bambino che vuole a tutti i costi qualcosa da un adulto, fino a che tale richiesta finisce per esulare dalla cosa in sé e interessare maggiormente la relazione che esiste tra i due.

Dopo che l’adulto ha negato la richiesta dal bambino e questi si mostra offeso e arrabbiato, se il primo cambia improvvisamente idea e diviene disponibile può trovarsi di fronte a una reazione apparentemente inspiegabile: il bambino ora rifiuta ciò che prima richiedeva insistentemente.

Se l’adulto non riconosce al bambino ciò che prova, il fatto che si sente offeso e arrabbiato, difficilmente quest’ultimo accetterà l’offerta e si dimostrerà soddisfatto.

Accade qualcosa di paradossale: il bambino ora decide di frustrare attivamente il suo precedente bisogno (lo stesso che l’adulto ha frustrato), il che evidenzia in modo inequivocabile – se escludiamo il tentativo di indurre il senso di colpa come una sorta di vendetta per il precedente diniego – che ne è appena emerso uno più importante, più pressante, dotato di maggior potere motivante sul comportamento.

Aristotele, maestro di color che sanno, affermava che l’uomo è un essere sociale … (… più di ogni ape e più di ogni animale da gregge …).

Nei primi anni di vita, quando il bambino prova la sofferenza derivante dalla frustrazione di un bisogno all’interno della relazione con i genitori, tale sofferenza instaura un altro bisogno di livello superiore, cioè di sentirsi riconosciuto, accettato e compreso, in una sola parola “accolto”.

Siamo così di fronte a un bisogno più potente di quello originariamente frustrato, un metabisogno – ossia il bisogno nato da un bisogno originario – che instaura una sorta di “tirannia delle emozioni”: si tratta della perversa tendenza a ricreare attivamente la situazione frustrante originaria al fine di fare riemergere l’antica sofferenza con il fine di tentare, di nuovo e di nuovo, di sentirla accolta.

In tal senso Freud parlò di “coazione a ripetere”, ossia la forza coercitiva che ci spinge a ricreare attivamente situazioni relazionali analoghe a quelle che hanno connotato i traumi della nostra infanzia.

Dal punto di vista dello stato di salute-malattia il problema è che di fronte alla tirannia delle emozioni o coazione a ripetere il corpo – e non solo le relazioni – diventa sacrificabile.

Suonano in tal senso sconcertanti e al tempo stesso rivelatrici delle radici più profonde della patologia le parole di una paziente che, riferendosi ai propri genitori, un giorno affermò:

«Il fatto che non sono mai stata riconosciuta e compresa è stato per me più doloroso di qualsiasi abuso subito, psicologico, verbale. Credo che avrei potuto subire tutto ciò senza riportare danni permanenti se solo fossi stata riconosciuta e compresa … sarebbe stato sufficiente a guarirmi!»

Il provare sensazioni ed emozioni, piacevoli o spiacevoli che siano, permette al bambino di esistere psicologicamente e non solo biologicamente.

È a questo punto che egli ha necessità di trovare conferma a tale sua esistenza, cosa che può ottenere esprimendo ciò che prova ai genitori e ricevendo, di ritorno, un messaggio di accoglimento.

Il fine è soddisfare il bisogno fondamentale per ogni essere umano all’interno di una relazione: sentirsi riconosciuto, accettato e compreso al fine di consolidare il proprio irrinunciabile senso di esistere, alla base della sua stessa esistenza psichica.

In altri termini, le emozioni mostrano tutte, sia quelle piacevoli sia quelle spiacevoli, lo straordinario potere di farci sentire vivi.

A questo proposito William James ribadiva:

«Se fosse realizzabile, non ci sarebbe pena più diabolica di quella di concedere a un individuo la libertà assoluta dei suoi atti in una società in ci nessuno si accorga mai di lui»

È soprattutto in relazione agli stati emozionali spiacevoli, ossia alla nostra sofferenza, che sentiamo il bisogno di sentirci accolti, in particolare dalle persone a cui siamo affettivamente legati.

Nel momento in cui viene soddisfatto il metabisogno di accoglimento si realizza la trasmutazione emozionale, ossia la ripolarizzazione dell’energia emozionale da negativa o positiva, da problema in risorsa.

Andando in profondità, nel corso della terapia diviene spesso evidente che la malattia è un obiettivo piuttosto che un errore o un malfunzionamento dell’organismo: è come se vi fosse una precisa volontà che procede nella direzione “sbagliata”, volontà che compete con quella del malato che vuole guarire.

Se non riconosciuta e affrontata adeguatamente la tirannia delle emozioni può rendere il processo terapeutico analogo alle vicissitudini di Sisifo, condannato a trascinare un enorme macigno fin sulla cima di una montagna per poi vederlo irrimediabilmente rotolare a valle e dover così ricominciare tutto da capo.

Tale considerazione esce dal mito per entrare di diritto nella clinica se consideriamo le malattie croniche.

Siamo così di fronte alla forma di prevenzione che, stando alla medicina che considera i legami mente-corpo, si mostra di importanza fondamentale, prevenzione costituita dall’accoglimento delle diverse forme di sofferenza che emergono nei primi anni di vita dei nostri figli.

Tale forma di prevenzione appare radicata nella sfera del “sentire”, in quella delle relazioni primarie, nell’essenza stessa dell’essere umano come “animale sociale”.

Stefano Boschi e Giorgio Crucitti