La differenza tra tecnologia e civiltà: la scienza disumanizzata

Se girando per casa nostra ci imbattessimo in uno scarafaggio come reagiremmo? Dopo una inevitabile espressione di disgusto cercheremmo subito un insetticida o un repellente per insetti, dato che non vorremmo affatto condividere la nostra abitazione con tale insetto.

Immaginiamoci ora nei panni di uno scienziato impegnato nell’impresa di esplorazione di Marte e che lo scarafaggio sia scoperto proprio lì, sul pianeta rosso. Improvvisamente quell’insetto disgustoso diverrebbe per noi più importante della principessa del Giappone!

Saremmo certamente favorevoli alla realizzazione di un progetto che prevedesse un investimento di milioni e milioni di dollari per recuperarlo e poterlo quindi studiare, giacché – e questa sarebbe certamente la giustificazione “razionale” – questo ci permetterebbe un grande passo avanti verso la scoperta delle origini della vita.

Se al posto dello scarafaggio poi mettessimo un bambino che un fantomatico rapitore spaziale avesse portato su Marte il mondo intero (almeno quello che noi conosciamo) si attiverebbe per realizzare una missione spaziale volta al suo salvataggio, dato che siamo sensibili non solo ai progressi della scienza ma anche alle condizioni dei bambini.

Bene, tutto ciò suona come una verità cristallina e inoppugnabile: il problema è che cosa ci facciamo con i bambini sul nostro pianeta?

Quanti bambini muoiono ogni giorno di fame, per malattie, a causa di stenti, di epidemie e di guerre che, tra l’altro noi come Paesi cosiddetti “civili” alimentiamo essendo un colossale business?

Se abbiamo pensato che la recentissima missione alla scoperta del sottosuolo marziano costituisca l’occasione per un grande balzo in avanti della ricerca scientifica forse non ci siamo chiesti, primo, a quale scopo vogliamo progredire scientificamente, secondo qual è il significato della parola “progresso”.

Personalmente penso che ogni reale progresso sia verso il benessere, non solo mio ma anche di chi mi sta attorno, intendo i miei simili, un benessere profondo che ha a che fare con quella condizione di armonia in cui tutti noi veniamo al mondo, non solo legato ad una bella mangiata e bevuta (che comunque non si disdegna mai!).

Se fossimo i genitori di un bambino che sta morendo di fame o a causa di una malattia che potrebbe essere tranquillamente curata con pochi soldi (di cui comunque non disponiamo), considereremmo davvero la recente missione su Marte un “progresso”? Saremmo d’accordo nel considerare l’esplorazione di Marte prioritaria rispetto a nutrire e curare nostro figlio?

In realtà si tratta di un colossale business, un po’ come lo è la guerra e questo purtroppo è il vero motivo per cui si mandano i missili ad inquinare anche lo spazio attorno a noi oltre che la Terra su cui viviamo.

Non sto, ovviamente, condannando le missioni spaziali e con esse l’eventuale progresso scientifico che esse comportano (almeno sul piano tecnologico) ma solo ponendo la questione in termini di priorità, in altre parole si tratta della domanda: che cosa è più importante, le vite umane o le missioni spaziali?

Per quanto riguarda, infine, l’obiettivo tanto sbandierato costituito dalla scoperte delle origini della vita mettiamola in questi termini: se volessimo studiare il ghiaccio dove andremmo, al Polo Nord o all’Equatore?

Abbiamo la fortuna di vivere sull’unico pianeta sul quale non solo esiste la vita ma un brulicare di così tante forme che anche se iniziassimo a studiarle sin dalle scuole primarie non ci basterebbe l’intera esistenza per farlo in modo completo (basti pensare che esistono oltre due miliardi di specie solo di insetti!).

Ma dove andiamo a studiare le origini della vita? Dove non ce né alcuna traccia, nemmeno l’ombra!

Purtroppo non abbiamo ancora imparato a distinguere bene tra civiltà e tecnologia: tra le due può esservi un vallo incolmabile vallo, come dimostra con estrema chiarezza il modo in cui trattiamo i bambini, soprattutto quelli più bisognosi, mentre siamo impegnati a lanciare in nostri missili nello spazio.