Re Salomone in tribunale: non è più un semplice stratagemma!

Quando re Salomone ordinò di tagliare in due il bambino conteso dalle due donne che ne rivendicavano entrambe la maternità, lo fece sul filo di uno stratagemma: non intendeva davvero farlo ma solo far sì che la vera madre si rivelasse, cosa che in effetti accadde.

Oggi nelle aule dei tribunali la spada della legge finisce spesso per tagliare a metà non già il bambino – almeno non fisicamente – bensì la sua relazione con uno o entrambi i genitori, il che può avvenire in presenza di un reale o presunto conflitto tra gli stessi genitori o tra un genitore e il figlio, oppure di fronte ad una qualche aspetto disfunzionale sul piano della genitorialità.

Ciò avviene quando il giudice decide per il ricollocamento in ambito extrafamiliare (affido ad una comunità di accoglienza o ad una casa famiglia) oppure per negligenza, quando cioè si manchi di tutelare il diritto alla bigenitorialità sancito della legge.

Così facendo si finisce – in questo così come in altri casi – per ignorare totalmente la “teoria dell’attaccamento” di John Bowlby (Attachment and loss, Penguin, Harmondsworth, 1971).

Tale teoria è stata anche definita “spaziale” perché prevede che il bambino si senta bene quando si trova vicino ai genitori e si senta invece ansioso, triste e solo quando si trova lontano da loro.

La psiche si svilupperebbe così nell’interazione con le persone significative, prime fra tutti i genitori, e diventa perciò di importanza centrale la qualità dell’accudimento.

Per Bowlby il comportamento di attaccamento appare svincolato dalle pure necessità biologiche (come la nutrizione) e volto a garantire la vicinanza che può intendersi come contatto visivo, fisico, attraverso parole di conforto e via dicendo.

Nel momento in cui il processo di attaccamento viene interrotto il bambino e le sue figure di attaccamento precipitano in una condizione ansiosa e depressiva, che si interrompe solo quando il contatto viene ripristinato.

Si pensi all’ansia provata da certe madri quando sono lontane dai loro bambini, anche se questi sono temporaneamente affidati a persone di fiducia.

Il bambino ha assoluta necessità di una “base sicura”, rappresentata dalla possibilità di restare in contatto con le figure di attaccamento in modo regolare.

Caratteristica fondamentale del legame di attaccamento è la sua persistenza nonostante eventuali maltrattamenti e severe punizioni, il che mette in luce la necessità di intervenire al più presto per riparare la relazione là dove si dimostri disfunzionale piuttosto che interromperla.

Attaccamento e dipendenza permangono per tutta la vita, sebbene in età adulta non siano evidenti come nei bambini e il matrimonio ne è la tipica manifestazione adulta.

Il rapporto tra coniugi costituisce una base sicura a cui entrambi possono attingere nei momenti di difficoltà, che consente di realizzarsi all’interno del proprio spazio indipendente.

Tornando al bambino, la relazione di attaccamento si crea già al terzo mese di vita: questi reagisce in modo differente alla voce di sua madre, piange in modo diverso se lei se ne va rispetto a quanto fa con altre persone, la saluta e alza le braccia solo verso di lei per essere preso in braccio.

Nel corso del processo di attaccamento il bambino elabora modelli relazionali con le figure di attaccamento che non appaiono facilmente modificabili dalle esperienze successive e che rappresentano quindi una sorta di prototipo delle future relazioni.

Per Bowlby, la salute mentale del bambino è garantita dal crescere in ambiente caratterizzato da colore affettivo e dal sentirsi unito alla propria madre (o alla persona che ne fa le veci) “da un legame intimo e costante, fonte per entrambi di soddisfazione e di gioia”.

Sarebbe questo il fattore capace di prevenire di ogni forma di disagio, il fattore che consente all’individuo un normale sviluppo fisico, emotivo, relazionale intellettivo e di personalità: per converso, una privazione in tal senso esporrebbe a qualsivoglia forma di disagio e di patologia vera e propria.

I danni che una deprivazione affettiva può causare non sono sempre visibili ad una osservazione superficiale, tuttavia molti studi hanno mostrato come essi interessino le diverse aree della funzionalità umana a seconda dell’età in cui si verifica.

Bowlby afferma che le esperienze precoci attivano processi che possono rimanere silenti per anni, per poi esplodere in forma patologica se risvegliati da una scossa emotiva, come a volte si osserva per la depressione abbandonica o la dipendenza affettiva.

Per quanto riguarda i costi sociali dei problemi di attaccamento, un importante studio retrospettivo condotto da Bowlby su giovani delinquenti ha mostrato come il fattore eziologico comune a tutti i casi sia la privazione di cure materne.

Allevati in istituto o passati da un sostituto materno ad un altro i soggetti studiati mostravano storie individuali caratterizzate da grave deprivazione affettiva patita nella prima infanzia: esisterebbe quindi una relazione specifica tra deprivazione prolungata delle cure genitoriali e inclinazione alla delinquenza.

I costi sociali della deprivazione genitoriale sembrano però non essere limitati alla generazione direttamente interessata: una volta diventati adulti, i bambini ai quali sono mancate le cure necessarie tendono a passare il problema ai propri figli, creando quindi individui con problemi analoghi.

Nella situazione sociale attuale, sempre più caratterizzata da conflittualità relazionali e dalla crisi dei rapporti, la sopracitata tendenza che si osserva nei tribunali ad emulare in modo letterale re Salomone piuttosto che cercare di ricucire il tessuto relazionale lacerato fa presagire una vera e propria ecatombe della famiglia e della genitorialità, un’impennata nelle ricollocazioni dei bambini in comunità ed un’esplosione degli affidamenti molti dei quali si risolvono poi in altrettante adozioni.

Se ci recassimo dal medico perché ci duole un braccio e questi ne prescrivesse l’amputazione senza aver prima tentato alcuna terapia cosa faremmo? Ci affideremmo a lui seguendo il suo suggerimento o cercheremmo immediatamente un medico in grado di curarcelo?

Se tale principio è certamente valido in medicina vien da domandarsi per quale motivo non viene applicato anche alla famiglia problematica, al rapporto problematico tra genitori e figli.

Quello che occorre non è l’amputazione di un componente della famiglia, genitore, figlio o fratello che sia bensì un adeguato intervento riparativo con il fine di ricucire il tessuto relazionale lacerato.

A volte il principio di “tutela del minore” diventa il pretesto per sottrarlo alla famiglia o al genitore, quando il bisogno del bambino è invece quello di avere buoni rapporti con entrambi i genitori: occorre quindi passare da tale principio a quello di “tutela della famiglia” o, quando questa non esiste più perché i genitori sono separati o divorziati, di “tutela della relazione genitori-figlio”.

Massimo Rosselli del Turco