Psicosomatica ed emozioni: i disturbi somatici aspecifici

Una delle caratteristiche della nostra cultura è il disagio che proviamo di fronte all’emergere di forti emozioni: anche se abbiamo conquistato le forze della natura – così almeno pensiamo – non abbiamo ancora appreso a gestire in modo adeguato la nostra natura interiore.

Di fronte alle forti emozioni, in particolare quelle più spiacevoli come rabbia e paura, non sappiamo proprio cosa fare e i suggerimenti del nostro buonsenso appaiono spesso fallimentari, il che accade non solo nei confronti degli altri ma prima ancora di noi stessi.

Che cosa davvero succede nel nostro organismo quando proviamo forti emozioni e cerchiamo di combatterle come se fossero nostri nemici?

Non tutti sanno che le emozioni affondano le loro radici in due diversi terreni, quello psichico e quello somatico.

Quando proviamo paura, tristezza, rabbia e quant’altro ciò di cui siamo coscienti è il terreno psicologico, mentre non sappiamo ciò che accade in quel preciso momento nel nostro corpo.

Le nostre emozioni hanno correlati molecolari chiamati “neuropeptidi”. Se consideriamo le due emozioni primarie, paura e rabbia, la prima appare correlata all’adrenalina mentre la seconda alla noradrenalina.

Si tratta di molecole che hanno la funzione di attivare il nostro corpo in vista dell’azione, portando sangue ai muscoli e sottraendolo all’apparato digestivo, permettendoci quindi di mettere le gambe in spalla o di attaccare di fronte al pericolo.

Questo lo sanno in molti dato che sono stati pubblicati molti articoli su questo tema. Quello di cui invece si parla meno è cosa accade nel nostro corpo nel momento in cui reprimiamo le nostre emozioni e non solo controlliamo il nostro comportamento.

La distinzione tra emozione e comportamento è fondamentale, giacché di regola confondiamo il sentire e l’agire.

Il problema è che tale confusione non ci lascia alcuna scelta di fronte a paura e rabbia se non reprimerle: non possiamo, infatti, andarcene in giro scappando dalle situazioni e dalle persone quando proviamo paura e aggredendole quando proviamo rabbia.

Dato che però viviamo e prosperiamo in tale confusione finiamo per incappare nel meccanismo che ora descriverò e che rappresenta la “determinante aspecifica” delle malattie.

Dobbiamo innanzitutto pensare che ogni neuropeptide, il rappresentante biologico o somatico delle nostre emozioni, rappresenta un messaggero che permette ai neuroni dei vari distretti cerebrali e corporei di comunicare tra loro.

Dato che i neuroni non sono a diretto contatto gli uni con gli altri ma comunicano attraverso il liquido extracellulare chiamato “matrice” in cui si trova immersa e la cosiddetta “doccia sinaptica” (lo spazio ravvicinato tra i diversi neuroni che comunicano), occorre che il neurone emittente produca dieci unità di neuropeptide per far giungere al neurone ricevente il messaggio chimico.

Quando proviamo un’emozione questa cerca di emergere alla nostra consapevolezza per guidare e modulare il nostro comportamento, il che avviene proprio attraverso questo messaggero: nel caso della rabbia si tratta della noradrenalina mentre nel caso della paura di adrenalina.

Nel momento in cui decidiamo di bloccare il comportamento di attacco o fuga e, parallelamente, manchiamo di gestire opportunamente lo stato emozionale che fornisce l’impulso a mettere in atto questi comportamenti accade che i relativi neuroni continuano a scaricare.

Se la situazione è di scarsa importanza dopo un po’ essi cessano di farlo, diverso è invece il caso di una situazione particolarmente significativa, come quelle che caratterizzano in modo traumatico la nostra infanzia.

Per “traumatico” non si deve necessariamente intendere chissà cosa, niente rapimenti, botte da orbi o situazioni analoghe: basta la frustrazione ripetuta di un bisogno fondamentale come quello relazionale.

Un bambino che viene portato alla scuola materna senza un adeguato inserimento incappa in tale situazione, che determina il fatto che i suoi neuroni iniziano a scaricare il corrispondente neuropeptide nella matrice.

Dato che, come accade di regola, i genitori non sono addestrati ad accogliere le emozioni che scaturiscono da queste situazioni traumatiche che fanno parte della vita normale di un bambino questi non ha modo di elaborare l’emozione che prova, anche se ciò sarebbe possibile pur dovendo allontanarsi dai genitori.

Per far fronte a tale difficile situazione il bambino fa come può, impara ciò a reprimere ciò che prova dato che non riesce a farvi fronte in altro e più adeguato modo, che significherebbe lasciarle emergere e comunicarle ai genitori i quali, a quel punto, potrebbero riconoscerle e offrire la loro comprensione.

Quello che invece fanno i genitori è cercare di bloccare l’emozione, di impedirle di emergere, far finta di niente o addurre una serie di motivazioni razionali per cui deve andare a scuola: alla fine, se tali accorgimenti non sortiscono l’effetto desiderato, la condannano.

Purtroppo la nostra cultura – e con essa l’educazione – ci insegnano a buttare via il bambino assieme all’acqua sporca, vale a dire a reprimere il sentire accanto al necessario controllo dell’agire.

I neuroni che comunicano attraverso il neuropeptide che costituisce il correlato di quella dato emozione quindi si attivano e restano attivi nel tempo.

Al fine di impedire che la corrispondente emozione di emergere o, alla peggio, di essere agita sul piano comportamentale a quel punto si attivino neuroni inibitori, che producono cioè neuropeptidi inibitori come ad esempio il GABA (acido gamma-amminobutirrico), anch’essi soggetti al principio di dieci unità di sostanza immessa nella matrice per far sì che una giunga a destinazione.

Tutta questa situazione produce due effetti: primo, la matrice viene a saturarsi di neuropeptidi legati sia allo stato emozionale non elaborato sia all’azione inibitoria, secondo (il che impedisce una fluida comunicazione tra i diversi), secondo, l’azione inibitoria finisce per generalizzarsi ai neuroni preposti al funzionamento del sistema immunitario, diminuendo così la risposta immunitaria stessa.

Questi meccanismi biologici che caratterizzano la tendenza a contrastare le emozioni costituirebbero quindi la “determinante aspecifica” delle diverse malattie, processo patogeno che si evidenzia con i cosiddetti MUS (Medically Unknown Symptoms), vale a dire i sintomi vaghi e aspecifici che non riflettono un preciso quadro clinico.

Quando ci sentiamo male e andiamo dal medico, il quale ci prescrive esami clinici che non forniscono un quadro clinico conclamato e il medico ne conclude che non abbiamo alcuna malattia e che quindi “stiamo bene”, probabilmente si tratta della condizione di intossicazione della matrice.

Giorgio Crucitti