Psicosomatica e mal di testa: quando si è divorati dal “tarlo del dubbio”

Il mal di testa è un disturbo oggi molto diffuso tanto da risultare una malattia sociale e rappresenta un caso particolare di psicosomatizzazione.

Esistono diverse forme di mal di testa anche se, in assenza di lesioni cerebrali, mostrano tutte un comune denominatore. Per comprendere di che cosa si tratti occorre rendersi conto che il cervello non è un organo come tutti gli altri bensì l’organo degli organi, ossia l’organo che governa tutti gli altri.

Se i reni hanno la funzione di filtrare il sangue, i polmoni di arricchirlo di ossigeno e sottrarre anidride carbonica, lo stomaco e l’intestino di digerire i cibi e il cuore di pompare sangue, il cervello presiede al loro funzionamento.

Non abbiamo consapevolezza di questa funzione che è svolta dai suoi centri inferiori, mentre quelli superiori, in particolare la parte più evoluta dell’intero cervello ossia la corteccia cerebrale, svolge compiti che possono rientrare nella consapevolezza.

La corteccia ha, infatti, il compito di elaborare le informazioni provenienti dal mondo esterno così come da quello interno: mentre l’emisfero sinistro appare particolarmente bravo nell’elaborare le informazioni sul piano cognitivo, quello destro si rivela versato nell’elaborazione di natura emozionale.

Quando i due emisferi non riescono ad accordarsi sul significato da attribuire ad un’informazione – come può essere un messaggio – si verifica un problema di tipo funzionale: in questo caso l’elaborazione di tipo cognitivo non riesce ad integrarsi con quella di natura emotiva (il che dovrebbe avvenire attraverso le connessioni del corpo calloso).

Un secondo problema è invece limitato alla sola elaborazione cognitiva e per comprendere di cosa si tratti occorre fare riferimento all’informatica.

Il computer funziona sulla base di due tipi di programmi. Ci sono i programmi che lanciamo quando vogliamo svolgere un certo compito (per scrivere una lettera utilizziamo Word, per effetturare calcoli matematici usiamo Excel) e c’è il sistema operativo, una sorta di programma dei programmi, che permette di far girare i diversi programmi.

Rapportando questi due livelli informatici al nostro modo di elaborare le informazioni, il sistema operativo corrisponde al livello che possiamo definire “epistemologico”, che nella nostra cultura risulta incentrato su due fondamentali criteri di elaborazione: vero-falso e giusto-ingiusto o sbagliato.

Tali criteri contrapposti mostrano enorme importanza nel nostro modo di pensare perché rappresentano gli strumenti che ci permettono di adattarci al nostro ambiente prima fisico poi sociale.

Il criterio vero-falso si rivela di importanza vitale per l’adattamento all’ambiente fisico. Tale criterio ci ha permesso di distinguere tra fantasia e realtà: se non avessimo appreso la differenza tra un piatto di spaghetti solo immaginato e quello fisicamente presente davanti a noi non avremmo potuto sopravvivere!

Il criterio giusto-sbagliato si è invece rivelato di importanza decisiva per l’adattamento all’ambiente sociale nel corso del processo educativo.

Dato che il bambino dipende in tutto e per tutto dai genitori è importante per lui poter fare la differenza tra i loro comportamenti giusti e quelli ingiusti: quando guarda un film di regola vuole sapere chi è il buono e chi è il cattivo, chi ha ragione e chi torto, chi sta dalla parte giusta e chi agisce in modo sbagliato.

Questi due criteri sono perciò il nostro sistema operativo nell’elaborazione delle informazioni, nel senso che tutte vengono passate al vaglio di questi due criteri: a volte li utilizziamo in modo implicito mentre altre in modo consapevole.

Possiamo quindi anche non accorgerci quando un processo di elaborazione fallisce, quando non riusciamo cioè a discernere dove sta il vero e dove il falso, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto.

Se ciò accade e la questione appare per noi importante iniziamo ad essere divorati dal tarlo del dubbio, senza poter trovare una soluzione al nostro dilemma.

Si crea così una situazione analoga all’antinomia, la più famosa delle quali è costituita dal “paradosso del mentitore”, il quale afferma «Io sto mentendo!».

Nel momento in cui si cerchi di discernere se egli stia affermando il vero o il falso si inizia a girare a vuoto, senza alcuna possibilità di giungere ad una conclusione definitiva: se sta mentendo allora si deve concludere che sta dicendo la verità, ma se sta dicendo la verità allora si deve concludere che sta mentendo!

In pratica si rimane imprigionati in un dilemma senza via d’uscita. È allora che il nostro pensiero diviene come un disco rotto iniziando a ripetersi potenzialmente all’infinito, tornando e ritornando sulla stessa traccia.

Il problema è che vi sono questioni che appare lecito valutare secondo i criteri del vero-falso e del giusto-sbagliato, mentre altre non possono ragionevolmente esserlo.

Se chiedessi a qualcuno quanti litri misura un campo di calcio la sola risposta corretta sarebbe che i campi di calcio si misurano in metri e non in litri!

Il punto è che l’impostazione epistemologica culturalmente diffusa ci induce ad interrogarci a proposito della verità o non verità, del fatto che sia o meno giusta una quantità di cose che non hanno nulla a che vedere con tali criteri, proprio come il litro non ha nulla a che vedere con il campo di calcio.

Quando si tratta di questioni poco importanti il dilemma viene presto superato. Se invece la questione appare significativa sul piano emotivo o relazionale il dilemma che ne scaturisce potrà rinchiuderci all’interno di una prigione dai muri invisibili per il resto della nostra vita.

È a questo punto che il mal di testa ci segnala che ci troviamo in una tale prigione. La frequenza con cui tale disturbo affligge la popolazione rende ragione del fatto che il mal di testa rappresenti oggi un disturbo di rilevanza sociale.

Più la questione che cerchiamo di valutare è per noi rilevante più il tarlo del dubbio ha il potere di roderci dentro e più forte sarà il mal di testa.

Esiste però un livello di analisi ancora più profondo, legato al fatto che esistono due fondamentali bussole attraverso cui ci orientiamo in questo mondo.

C’è la bussola di cui abbiamo poc’anzi parlato e che possiamo definire “culturale”, fatta di convinzioni (ciò che per noi è vero) e valori (ciò che per noi è giusto o importante) e che tutti utilizziamo in modo inflazionistico, mentre l’altra bussola, quella che possiamo definire “naturale”, ha come suoi quattro punti cardinali le polarità di piacevole-spiacevole e utile-dannoso.

La prima bussola presiede al tipo di elaborazione propria del cervello encefalico, così come la seconda corrisponde all’attività del cervello detto “enterico”, così definito a causa della quantità dei neuroni presenti nell’intestino.

Questa bussola “naturale” precede la bussola culturale, il che suggerisce che dovremmo tener conto prima di tutto degli stimoli ambientali piacevoli e spiacevoli, a cui è – almeno in gran parte – legato il nostro stato di benessere-malessere.

Ciò purtroppo non accade, presi come siamo dai nostri insolubili dilemmi creati dall’utilizzo inflazionistico della bussola culturale, dilemmi che ci imprigionano nel labirinto del vero-falso e del giusto-sbagliato.

Se prendiamo una cellula e la poniamo in un terreno di coltura accanto a molecole di idrocarburo (per essa un veleno), attraverso la propria membrana cellulare ne percepirà la presenza e, agendo sul proprio DNA, attuerà piccoli movimenti (tropismi) per allontanarsene.

Viceversa, se la poniamo accanto a molecole di glucosio (che rappresenta nutrimento) i piccoli movimenti si produrranno in senso opposto, ossia per avvicinarsi.

Nel momento in cui abdichiamo a questo tipo di elaborazione primaria, che ci dice ciò che ci fa bene e ciò che ci fa male, in favore di criteri di natura più astratta come appunto giusto-ingiusto, il mal di testa potrà segnalarci questa inopportuna inversione di priorità.

Ci sono questioni, spesso astratte, per le quali chiedersi se è vero o falso, giusto o ingiusto o sbagliato è come domandarsi quanti litri misura un campo di calcio.

Solo applicando i criteri naturali rappresentati da piacevole-spiacevole e utile-dannoso potremo avere una risposta valida ed esauriente, la qual cosa ci sottrarrà al dilemma che ci ha imprigionati, determinando perciò lo spegnersi della spia rappresentata dal mal di testa. 

Stefano Boschi e Giorgio Crucitti