Psicologia e prevenzione: i due poli della psicosomatizzazione

Tutti, almeno una volta, abbiamo letto un libro o un articolo in cui si parlava del collegamento tra emozioni e salute, in cui si affermava che una buona gestione delle nostre emozioni appare un fattore di influenza importante sul nostro stato di benessere o di malessere.

Probabilmente abbiamo anche letto che se siamo abituati a reprimere le nostre emozioni possiamo riportarne conseguenze spiacevoli nel momento in cu quell’emozione inizierà ad esprimersi attraverso il corpo, ripristinando l’antica funzione di comunicatore che svolgeva in epoca preverbale.

Secondo recenti studi da noi compiuti, una cattiva gestione delle emozioni, pur costituendo un fattore di rischio sul quale si innestano tutti gli altri, non costituirebbe quello maggiore sul piano della tendenza a sviluppare disturbi o vere e proprie malattie somatiche per motivi psicologici.

Le malattie più gravi sembrano, infatti, sostituti di azioni o di comportamenti che sono stati repressi, anche se ciò si è certamente accompagnato alla concomitanti repressione delle emozioni.

Per comprendere tale differenza occorre considerare l’esistenza di emozioni che motivano prepotentemente una certa azione o comportamento, prime fra tutte paura e rabbia: si tratta delle emozioni “primordiali” di alto valore adattivo, giacché senza il loro potenziale motivazionale pochi animali avrebbero potuto sopravvivere.

Senza provare quello che noi definiremmo “paura” la preda non fuggirebbe alla vista del predatore e il suo destino sarebbe quindi segnato, il che accadrebbe anche al predatore se non provasse l’impulso ad attaccare, in corrispondenza di quello che chiameremmo “aggressività” quale derivato della rabbia.

Alcune emozioni – come appunto paura e rabbia – si accompagnano o sarebbe meglio dire che si traducono quindi naturalmente in altrettanti impulsi ad agire, a mettere in atto un certo comportamento – come appunto attacco e fuga – mentre altre, come ad esempio la tristezza, il senso di solitudine, il senso di fallimento e via dicendo ci spingono invece a non-agire chiudendoci piuttosto in noi stessi.

Pur essendo parenti stretti, emozione e impulso ad agire non sono quindi esattamente la stessa cosa, come risulta evidente in riferimento al concetto di “motivazione”.

Se pensiamo al ruolo adattivo legato alla sopravvivenza sia dell’individuo sia della specie, che allo stato di natura è svolto dal nostro sentire ci accorgiamo che le più gravi conseguenze potrebbero verificarsi con la mancata realizzazione di un impulso all’azione piuttosto che di un semplice stato d’animo.

Nel primo caso ciò potrebbe costarci la vita, come accadrebbe alla preda che reprimesse l’impulso a scappare davanti al predatore e a questo se reprimesse l’impulso ad aggredire.

La conclusione è che, oggi allo stato di cultura, i disturbi e le malattie legate ad una cattiva gestione delle emozioni scarsamente motivanti il comportamento appaiono meno gravi di quelle legate alla cattiva gestione delle emozioni fortemente motivanti.

Il punto è che in questo secondo caso si attuerebbe una ricodifica biologica del comportamento di alto valore adattivo inibito, in modo che se la strada del comportamento motorio appare impercorribile, per il passaggio all’azione rimane sempre aperta quella costituita dal comportamento somatico, anche se essa rappresenta una seconda opzione.

Dobbiamo quindi chiederci nei riguardi di quali comportamenti le emozioni o, per meglio dire, gli impulsi ad agire dovrebbero risultare motivanti.

Seguendo lo stesso filo logico che ci ha condotti fin qui, il processo di ricodifica biologica del comportamento dovrebbe riguardare quattro fondamentali aree biologiche e i corrispondenti settori di adattamento, come indicato dalla seguente tabella:

 

Area biologica Settore di adattamento
Territorio Sicurezza, casa, famiglia, lavoro, amici, sfera sociale
Cibo Alimentazione, denaro, amicizia, affetto, amore
Accoppiamento-riproduzione-cure parentali Sessualità, figli, accudimento, educazione
Affermazione individuale (in relazione alle precedenti aree) Realizzazione dei propri obiettivi personali e sociali, carriera, mantenimento di un buon livello di autostima

 

Quanto abbiamo affermato ha importanti implicazioni psicosociali nonché sulla nostra salute, giacché sembra porci di fronte alla scelta tra agire in conformità ai canoni sociali di comportamento o restare in buona salute ogni volta che proviamo l’impulso ad agire in contrasto con tali canoni, come se si trattasse di due opzioni mutuamente escludentisi.

Esprimere paura e soprattutto rabbia attraverso il comportamento osservabile significherebbe, infatti, agire in contrasto con tali canoni sociali, mentre se non lo facessimo rischieremmo di ammalarci.

Quando i topi di laboratorio sono sottoposti a ripetute scosse elettriche all’interno di una gabbia, i poveri animali hanno tre sole possibilità, fuggire, attaccare un altro topo o ammalarsi: se viene loro permesso di fuggire o di attaccare un loro simile non si ammalano, mentre se queste due possibilità sono precluse essi iniziano a sviluppare sintomi sempre più gravi fino a morire.

Fortunatamente l’essere umano ha una terza via oltre quelle di ammalarsi o di agire in contrasto con i canoni di comportamento sociale, via che permette di sottrarsi a questo dilemma.

Si tratta della via dell’autoaccoglimento, che si realizza attraverso il lasciar emergere, riconoscere con un nome e accettare l’impulso ad agire, il che ci dà modo di reprimere il relativo comportamento senza troppe conseguenze.

Il grande nemico da battere in questo caso è la confusione tra “impulso ad agire” e “agire tale impulso”, confusione che nel bambino piccolo appare fisiologica anche a causa della condizione di onnipotenza del pensiero (oltre che delle scarse capacità cognitive necessarie a distinguere tra mondo interno ed esterno).

Nell’adulto spesso tale confusione permane soprattutto in coincidenza dell’emergere della rabbia e degli impulsi distruttivi, in modo che provare l’impulso a commettere un’azione ritenuta riprovevole o semplicemente inopportuna viene equiparato a commetterla realmente.

Del persistere di tale confusione è in gran parte responsabile una certa mentalità moralistica di stampo manicheo, in forza della quale tendiamo a dividere in modo netto ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è buono da ciò che è cattivo, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, il che accade a volte in contrasto con la nostra stessa natura.