Nostro figlio ha cinque anni compiuti e non riusciamo a fargli fare le cose che gli chiediamo, vuole solo guardare i cartoni e non ascolta ragioni, anche se lo sgridiamo o gli spieghiamo bene le cose.

Quello che sembra mancare è ciò che chiamo “la fase dell’addestramento”. Si tratta di una fase del processo educativo in cui il bambino necessità di un’esperienza diretta della propria realtà ambientale.

Non basta dirgli che il fuoco brucia perché stia lontano dai fornelli, giacché la parola “brucia” senza la relativa esperienza non significa niente: la prima volta che si scotterà la mano allora e solo allora potrà comprenderne il significato.

Quando si addestra un animale gli si permette di accumulare una certa esperienza, nel senso che quando compie certe azioni, se attua certi comportamenti l’addestratore gli elargisce un premio mentre se ne compie altri, quelli indesiderati, lo punisce.

Per “punizione” di solito intendiamo una sorta di ritorsione inflitta con rabbia, il che accade quando non ne possiamo più di quello che fa nostro figlio. Al contrario, è opportuno che si tratti di una semplice “conseguenza” spiacevole, di un’esperienza in cui la nostra rabbia non ha niente a che fare.

Spesso il genitore punisce i comportamenti che non desidera, quelli che ritiene inopportuni, e passa sotto silenzio quelli desiderabili, come se fossero scontati o una sorta di semplice dovere da parte del figlio, il che rappresenta un errore.

La punizione non elimina il comportamento a cui si rivolge se permane quello che gli addestratori chiamano “rinforzo positivo”, come il biscotto o la carezza, lo rende semplicemente meno probabile e per giunta conflittuale.

Occorre, in altre parole, che vostro figlio, proprio in questa età, possa costruirsi un “mappa esperienziale” in cui i suoi comportamenti risultano legati a specifiche conseguenze piacevoli e spiacevoli , in modo da potersi orientare, sapere cosa accadrà se fa una cosa piuttosto che un’altra, altrimenti tanti discorsi non serviranno a niente.

Stefano Boschi