Medicina e prevenzione: il “significato” della malattia

Se ci chiediamo qual è la causa di una certa malattia, poniamo ad esempio il raffreddore, la risposta potrà essere l’esposizione al freddo o l’aver contratto un virus influenzale.

Se poi – partendo da questa risposta – poniamo di nuovo la stessa domanda probabilmente otterremo una successiva risposta, come ad esempio una insufficiente risposta immunitaria.

Se continuiamo a porre più volte questa stessa domanda prendendo ogni volta le mosse dalla risposta precedente arriveremo verosimilmente ad un punto in cui non si potrà che rispondere: ‘Non si sa!”.

Nel momento in cui ci troviamo di fronte alla malattia vogliamo una spiegazione, vogliamo cioè definire uno schema causa-effetto in forza del quale la malattia è l’effetto di una particolare quanto precisa causa, in risposta alla domanda “Perché ciò è accaduto?”.

Nella sua formulazione semplificata il “secondo teorema di incompletezza” di Kurt Gödel (1931, Ueber formal unentscheidbare Sätze der Principia Mathematica und verwandter Systeme I, Monatshefte für Mathematik und Physik) afferma che nessun sistema coerente può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza.

Ignorando questo teorema si cade nell’autoreferenzialità, rischio a cui – se si intende rimanere all’interno dell’ambi scientifico – si deve necessariamente ovviare, facendo appello ad assiomi (quali asserti indimostrabili) da considerarsi veri a priori, che possono permettere al sistema di acquisire coerenza al prezzo, appunto, della sua incompletezza teorica.

Nel momento in cui in medicina si cerca di trovare le cause di una qualsiasi malattia restando all’interno della realtà biologica si giunge inevitabilmente ad un punto morto, al fatidico “Non lo so!”.

Una casa deve necessariamente poggiare su fondamenta che a loro volta devono poggiare sul terreno che a sua volta deve poggiare su uno strato ancora più profondo il quale a sua volta deve poggiare sull’esistenza della terra stessa!

Cercare di spiegare perché le persone si ammalano senza ricorrere ad un fattore esterno all’ambito puramente biologico è come cercare di costruire una casa senza le fondamenta: cadiamo cioè nel paradosso dell’autoreferenzialità come il Barone di Münchhausen, che raccontava di essere uscito dalla paludi sollevandosi per il codino.

Nel caso del raffreddore, l’esposizione al freddo o l’aver contratto un virus influenzale o una insufficiente reazione immunitaria rappresentano risposte alla domanda “come?” si è sviluppata la malattia piuttosto che “perché?” si è sviluppata. Più che una spiegazione si tratta di una descrizione.

Se mi trovo davanti ad un fiume e mi accorgo che il suo corso si è invertito ed esso procede verso la montagna anziché verso il mare, che cosa mi domanderò prima di tutto?

Come è possibile ripristinare il precedente flusso? Come farlo di nuovo scorrere nella giusta direzione? Tali domande suonerebbero bizzarre se posta prima di un’altra, ossia «Perché il fiume ha invertito il suo corso?».

Il problema è che se non rispondo alla domanda “perché?” potrà risultare difficile trovare una soluzione reale al problema del fiume che scorre nella direzione sbagliata, ossia rispondere all’altra domanda, “Come posso far sì che riprenda a scorrere verso il mare?”.

Una persona affetta da una malattia non si trova nella sua condizione naturale, che è quella di salute. È come se il fiume della sua fisiologia avesse iniziato a scorrere in modo innaturale, controcorrente.

In medicina ci si può ritrovare a cercare di ripristinare lo stato di salute senza conoscerne le vere cause, rispondendo semplicemente alla domanda “come si è sviluppata la malattia?” piuttosto che perché.

Se rapportiamo la prassi medica all’esempio del fiume è come se ci si ponesse la domanda “come si può far di nuovo fluire il fiume verso valle?” piuttosto che “perché il fiume ha iniziato a scorrere in direzione della montagna?”.

Il “come” deve necessariamente stare dentro il “perché” e non viceversa per non rischiare la caduta nell’autoreferenzialità, in ossequio al secondo teorema di incompletezza di Gödel.

Ribaltiamo per un momento la situazione e formuliamo l’ipotesi secondo la quale una certa malattia avrebbe radici in un conflitto emotivo: introducendo tale nuovo elemento viene improvvisamente meno la necessità logica di continuare a porre la domanda “… perché è sopravvenuta la malattia?”.

Il riferimento all’ambito psicologico, esterno e più ampio di quello biologico, ha reso in qualche modo soddisfacente – anche se non definitiva e non totalmente esauriente – la risposta alla domanda “perché è insorta la malattia”.

Nel momento in cui in medicina si ragiona nei termini di semplici meccanismi biologici tale sistema di conoscenze fatica a trovare una propria coerenza logica, nella fattispecie a rispondere in modo esaustivo alle seguenti domande:

Perché quella persona si è ammalata?

Perché altri in condizioni analoghe non si sono ammalati?

Perché quella persona si è ammalata proprio di quella malattia?

Perché proprio in quell’organo?

Perché proprio in quel lato, destro o sinistro, del corpo?

Perché proprio in quel momento della sua vita?

Perché proprio in quelle circostanze?

Tali domande possono diventare imbarazzanti o semplicemente essere valutate come prive di senso e quindi cestinate.

Se tralasciamo di cercare il significato della malattia finiamo per rendere impossibile la risposta alla domanda “perché le persone si ammalano?”, il che potrà esporre il paziente ad un vicolo cieco sul piano terapeutico.

Sulle tracce di Gödel, solo pagando il prezzo dell’incompletezza e facendo quindi riferimento in modo assiomatico ad un diverso piano dell’organismo come quello emozionale e psichico la medicina può ottenere una propria coerenza, fornendo sostegno alla visione dei legami mente-corpo.

Stefano Boschi e Giorgio Crucitti