Le sirene di Ulisse nella comunicazione: l’attrazione esercitata dal vero e dal giusto

La nostra cultura è intrisa di elementi conflittuali che ci spingono a sviluppare il nostro pensiero sul filo di una quantità quasi interminabile di contrapposizioni.

Si tratta di una sorta di pensiero manicheo in cui il bene si contrappone al male, il buono al cattivo, il positivo al negativo, la razionalità all’irrazionalità, la salute alla malattia, la pazzia alla salute mentale, il successo al fallimento.

Tale modo di pensare mostra la struttura “o questo …o quello”, o una cosa o il suo opposto, fa sì che la nostra consapevolezza divenga una sorta di pallina da tennis che rimbalzata da un opposto all’altro, o si trovi imbrigliata in una sorta di interminabile e multiforme tiro alla fune.

La nostra visione del mondo si conforma così ad un vero e proprio campo di battaglia in cui si combatte continuamente qualcosa o qualcuno: si combatte la malattia, il bullismo, il mobbing, il terrorismo, l’eversione, la povertà, la droga, la disoccupazione, l’ignoranza e via dicendo.

Questa lotta continua ci impedisce di accorgerci che i nostri problemi non sono tanto creati dalla presenza di ciò che non ci piace, quanto piuttosto dall’assenza di ciò che ci piace e di cui abbiamo bisogno

Anche se mossi dalle migliori intenzioni finiamo così per comunicare in modo altrettanto conflittuale e, come affermava Oscar Wild, è con le migliori delle intenzioni che otteniamo i peggiori risultati.

Per capire precisamente come ciò accada occorre fare riferimento a due serie di processi psichici fondamentali.

Da una parte abbiamo i bisogni, gli impulsi e gli stati d’animo – in altre parole la sfera dell’irrazionale – dall’altra i pensieri nei riguardi di ciò che riteniamo vero, ossia le convinzioni, e di ciò che riteniamo giusto o importante, ossia i valori.

Nel momento in cui ci affidiamo, come unici o prevalenti punti di riferimento per il nostro modo di pensare e comunicare, al vero e al giusto cadiamo in quella che possiamo definire contrapposizione epistemologica, legata cioè a quello che riteniamo il modo di conoscere e concepire la realtà.

Senza che ce ne avvediamo, finiamo così per dividerla in due, bianca o nera, buona o cattiva, appunto vera o falsa nonché giusta o ingiusta.

All’interno delle nostre relazioni iniziamo così a comunicare come si fa in tribunale: perseguiamo ciò che è vero secondo le prove e osteggiamo ciò che è giusto secondo la legge.

Si sostiene ciò che è vero, ossia ciò di cui si è convinti in opposizione a ciò che è falso (ossia le opinioni diverse dalle proprie), e ciò che ci appare giusto e importante in opposizione a ciò che è sbagliato o poco importante (che è veramente tale!).

Ecco come una tipica discussione tra persone che si vogliono bene può diventare una rincorsa infinita tra tesi e antitesi senza addivenire mai ad una sintesi, il susseguirsi dell’arringa del pubblico ministero e dell’avvocato difensore i cui ruoli sono assunti ora dall’uno e ora dall’altro.

Tutto questo dà origine ad un’escalation di conflittualità tra le due parti che di solito culmina con una sentenza di condanna reciproca: ecco stabilirsi un circolo vizioso potenzialmente senza fine e apparentemente senza via d’uscita.

Secondo la teoria dei giochi si tratta di uno a somma zero, un gioco che prevede cioè un vincente e un perdente, in cui la perdita da parte di uno dei partecipanti viene controbilanciata dalla vincita dell’altro.

Dato che nessuno vuole perdere e tutti vogliono vincere si compete per sovrastare l’altro, in un gioco in cui tutti usciranno in qualche modo perdenti.

I criteri del vero e del giusto ci appaiono indissolubilmente uniti al punto da farci obiettare «Non è giusto!» di fronte ad un fatto che vorremmo non accadesse, come se affermandolo potessimo magicamente annullarne l’esistenza: tutto questo rappresenta la “comunicazione conflittuale”.

Tale impostazione appare legata a doppio filo con la logica aristotelica, di cui il nostro cosiddetto buonsenso appare intriso, così come il pensiero neopositivista e quello tutto-o-niente: si tratta della logica della coerenza e della non contraddizione retta da tre fondamentali principi.

Il primo è quello di identità per cui A è uguale a se stesso, in forza del quale nel ragionamento corretto il significato dei termini deve rimanere lo stesso: se qualcosa è vero o giusto rimarrà tale a prescindere da tutto il resto che potrà cambiare.

Il secondo principio è detto di non contraddizione, per cui un cosa non può risultare contemporaneamente sia vera che falsa: se è vera e giusta non potrà risultare allo stesso tempo anche falsa o ingiusta.

Abbiamo, infine, il principio del terzo escluso, in base al quale una cosa può essere o vera o falsa non essendoci una terza possibilità: o è vera o è falsa, o è giusta o è ingiusta, non può essere altrimenti.

Il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto sono come le sirene di Ulisse: esercitano un irresistibile attrazione su di noi anche se appaiono foriere di un triste presagio.

Costeggiando l’isola delle Sirene l’eroe si fece legare all’albero maestro della sua nave, per poterne ascoltare il canto senza caderne preda e morire, destino riservato a chi si faceva incantare e attrarre sulla loro isola.

Siamo immancabilmente attratti dal vero e del giusto, trappola che spesso si rivela senza via d’uscita per il nostro modo di pensare e per le nostre relazioni più importanti.

Se non siamo incatenati all’albero maestro della consapevolezza che il nostro modo di pensare è necessariamente soggettivo, convinzioni e valori finiranno prima o poi per costituire la madre di tutti i conflitti, quelli che affliggono il nostro mondo interno così come le nostre relazioni significative.

Stefano Boschi