Le tre fondamentali fasi dell’educazione: un’interessante osservazione fatta alle Hawaii

Quando Gregory Bateson si recò presso l’Oceanic Institute delle Hawaii per studiare il comportamento delle focene, animali simili al delfino, poté effettuare osservazioni che si rivelano oggi sostanziali anche per il processo educativo.

All’inizio dell’addestramento, quando l’animale metteva in atto un comportamento desiderato (come sollevare la testa al di sopra della superficie dell’acqua) l’addestratore fischiava e lo premiava dandogli del cibo.

Se successivamente avesse ripetuto quel comportamento avrebbe udito di nuovo il fischio (rinforzo secondario) e ricevuto altro cibo (rinforzo primario), il che sarebbe accaduto solo per le successive tre volte.

Dopo queste tre volte l’addestratore non premiava più la focena per il comportamento già appreso perché se ne attendeva uno nuovo (come ad esempio un colpo di coda quale tipica espressione di contrarietà): quando ciò accadeva udiva nuovamente il fischio e riceveva di nuovo un pesce, sequenza che fu ripetuta tre volte come la precedente.

Esisteva quindi un contesto di addestramento di base, in cui l’animale doveva apprendere a mettere in atto uno specifico comportamento (come alzare la testa al di sopra della superficie dell’acqua o dare un colpo di coda), ed un contesto di livello superiore, in cui l’animale doveva apprendere a mettere in atto un nuovo e diverso comportamento rispetto a quelli precedenti.

Per completare il primo livello di addestramento bastava che la focena ripetesse il comportamento precedentemente premiato, mentre per completare il secondo incappava inevitabilmente nell’errore di ripetere quelli precedentemente premiati, con la differenza che questa volta non riceveva il cibo.

Solo al momento in cui avesse per caso messo in atto un nuovo comportamento, diverso da tutti quelli che aveva messo in atto fino a quel momento, la focena sarebbe stata premiata, il che comportava una crescente dose di frustrazione.

Nel passaggio dal primo livello di addestramento al secondo l’animale si mostrava molto agitato e, dopo un elevato numero di sessioni (nel corso delle quali aveva evidentemente acculato molta frustrazione), si lanciò in una elaborata esibizione mai osservata prima in questa specie, dimostrando di aver acquisito l’addestramento di livello superiore.

A giudizio dell’addestratore, fu necessario infrangere ripetutamente le regole dell’esperimento e concedere alla focena – ovviamente senza che ciò fosse preceduto dal fischio – molti pesci “non meritati”: il fine era comunicarle che, nonostante le frustrazioni deliberatamente inflitte, il rapporto con l’addestratore era pur sempre basato sul legame affettivo.

Questo rappresenta – e deve rappresentare – il livello funzionale più alto (il terzo) in grado quindi di contenere i due livelli inferiori, quello dei comportamenti già appresi e quindi già premiati e quello dei nuovi e diversi comportamenti.

Il terzo livello garantisce il raggiungimento del secondo, obiettivo che potrebbe essere messo a repentaglio dalle ripetute frustrazioni che si vanno inevitabilmente accumulando prima che l’animale apprenda il meta comportamento “mettere in atto un nuovo comportamento”.

È solo in forza della relazione affettiva che intercorre tra la focena e il suo addestratore – che contempla l’elargizione di pesci non meritati e che quindi prescinde dai comportamenti messi in atto – che appare possibile raggiungere il terzo livello di addestramento e con esso l’espressione creativa (vedi la serie inaspettata di esercizi mai eseguiti dall’animale).

Il precedente racconto costituisce una metafora perfetta del processo educativo articolato nelle sue tre fondamentali fasi:

  1. addestramento
  2. responsabilizzazione
  3. autorealizzazione.

Relativamente ai tre precedenti punti risultano valide entrambe le prospettive, giacché si tratta di una progressione nel processo educativo la quale rimanda ad una sorta di stratificazione funzionale che riguarda il processo di adattamento del minore stesso.

Tale articolazione in livelli e fasi del processo educativo vuole significare che non si può accedere a pieno titolo alla fase seguente se non si porta a compimento quella precedente e se una fase o un livello vengono saltatati occorre in qualche modo recuperarla, anche se ciò avverrà in modo più o meno frustrante e conflittuale.

Come per la be nota piramide dei bisogni di Maslow (1962), per realizzare le fasi superiori occorre passare per quelle inferiori, in altre parole affinché si compia giunga alla fase di autorealizzazione occorre aver prima completato le fasi di addestramento e di responsabilizzazione.

In altre parole, per salire al gradino superiore occorre soddisfare i bisogni indicati da quelli inferiori.

Se non si realizzano gli obiettivi indicati dal livello-fase dell’addestramento sarà difficile raggiungere in modo appropriato quelli propri del livello-fase della responsabilizzazione e quindi soddisfare appieno il progetto di vita volto all’autorealizzazione.

La seguente figura illustra tale articolazione (dal livello più superficiale a quello più profondo o dalla fase precoce a quella avanzata).

Questa articolazione in fasi o livelli, che si apre con l’addestramento e culmina con l’autorealizzazione, rappresenta lo sfondo sul quale si stagliano le capacità e la funzione genitoriali che è necessario mettere in campo per il sano sviluppo del figlio.

Tale piramide permette anche di identificare lo zoccolo duro sul piano relazionale-educativo delle possibili forme di disagio che possono interferire con tale sviluppo al fine di affrontarle in modo mirato e più efficace.

Il concetto fondamentale è che se il bambino si evolve è necessario che anche il genitore si evolva nel corso di tale evoluzione, non si può ragionevolmente pensare altrimenti.

Il problema è che il genitore tende a rivelarsi statico nella sua funzione, per il semplice fatto che quanto ha avuto successo nella fase iniziale rappresenta la squadra che ha vinto e che perciò non si cambia.

In altre parole, il genitore tende a cristallizzare il proprio stile genitoriale preservandolo nel tempo e applicandone le peculiarità nelle diverse fasi evolutive del figlio, anche se evidentemente esse appaiono connotate da esigenze diverse proprio sul piano della funzione genitoriale.

Tale considerazione può a volte applicarsi non solo alla dimensione attuale ma anche a quella transgenerazionale, per effetto dell’identificazione che scatta con il proprio genitore interno.

In tal modo il processo educativo può divenire una sorta di staffetta, in cui un genitore passa al figlio il testimone dei propri problemi irrisolti e questi li passerà a sua volta al proprio figlio.

Abbracciando una prospettiva più allargata ciò rende forse ragione del fatto che siamo una società sempre più malata nella mente, nel corpo, nelle relazione e nel tessuto sociale, a dispetto dei tanto decantati progressi della medicina e della psichiatria.

In tale contesto la crisi economica degli ultimi anni, le inarrestabili ondate migratorie, il ritmo sempre più frenetico e la necessità di cambiamenti sempre più rapidi nelle nostre abitudini mentali e comportamentali devono essere considerati semplici fattori scatenanti piuttosto che esperienze strutturali.

L’unico fattore genuinamente strutturale è, infatti, il processo educativo, quale parte di quella fondamentale cornice evolutiva che è la relazione genitori-figlio.

Se il genitore “ideale” dovrebbe rivelarsi una sorta di figura “ad assetto variabile”, spesso non riesce invece a stare al passo con il processo di evoluzione del figlio.

Tralasciare di attribuire importanza primaria all’educazione e a tutti i suoi correlati clinici è come pensare di annaffiare una pianta dando acqua alle foglie e ai rami, tralasciando però le sue radici.