Le CTU o relazioni tecniche d’ufficio sono sempre “tecniche”?

Attualmente, il ruolo svolto dal professionista della salute mentale in rapporto al lavoro del giudice rivolto alla famiglia in condizioni critiche è spesso limitato alla consulenza tecnica.

Per poter fornire un valido apporto professionale al servizio della giustizia e – per converso – svolgere un ruolo trainante nei confronti dei provvedimenti presi dal giudice a beneficio del sistema relazionale all’interno del quale il minore si trova occorre che le relazioni dei consulenti tecnici mostrino una validità effettiva sul piano, appunto, “tecnico-scientifico”.

Spesso, a fronte del quesito fondamentale del giudice relativo alla valutazione della funzione genitoriale, la relazione tecnica si trova spesso a valutare la personalità e il carattere del genitore sottoposto a perizia piuttosto che specificamente la funzione genitoriale, come se la personalità come “tutto” corrispondesse a quella parte rappresentata da tale funzione.

A questo errore logico a volte poi si accostano vizi formali che rischiano di invalidare la relazione; vediamo quali sono i nove punti più dolenti e ricorrenti.

  1. Il mandato del giudice relativo alla valutazione della funzione genitoriale viene eluso anche se in modo non apparente, il che accade nel momento in cui il primo chiede di riferire circa la funzione genitoriale mentre il consulente risponde esprimendo valutazioni aspecifiche non necessariamente e direttamente legate alla funzione genitoriale (come “personalità narcisistica”, “organizzazione paranoide”, “comportamenti patologici”, “vissuti persecutori”), come se tale funzione non avesse una propria identità e una propria connotazione specifiche, finendo quindi per confondere fischi per fiaschi.
  2. Non viene riportato il testo integrale delle affermazioni del genitore sottoposto a perizia ma semplici estrapolazioni che non permettono una loro adeguata contestualizzazione e quindi la loro corretta lettura, per il semplice fatto che il significato di un’affermazione dipende in gran parte dal contesto, perciò il suo significato risulta in qualche modo e misura deformato.
  3. Le valutazioni del consulente non risultano sufficientemente correlate a citazioni testuali o a resoconti in termini di comportamenti osservabili forniti dal genitore sottoposto a perizia, in altre parole non appaiono legittimati sul piano oggettivo legato a quanto affermato dal genitore stesso: siamo spesso di fronte ad affermazioni di natura soggettiva da parte del consulente che rendono la sua relazione in gran parte espressione del suo personale punto di vista (in medicina si tende oggi a procedere nell’opposta direzione, arginando la discrezionalità decisionale del medico attraverso l’impiego di protocolli standardizzati sul piano sia diagnostico sia terapeutico).
  4. Al fine di valutare la genitorialità si utilizzano test psicologici non specificamente elaborati a tale scopo, come spesso accade per il test di Rorschach, un test proiettivo che non può fornire indicazioni specifiche in materia di genitorialità (tale reattivo potrebbe essere utilizzato all’interno di una batteria di test ma non da solo se ci si prefigge tale obiettivo: sarebbe altrimenti come usare il litro come unità di misura per misurare un campo di calcio).
  5. La CTU viene svolta in modo frettoloso e senza il supporto di alcun reattivo appositamente indicato, come nel caso in cui la consulenza si svolga nell’arco di pochi incontri o addirittura di un solo incontro nel corso dei quali l’unico strumento utilizzato è il colloquio.
  6. Non si precisa quanto e come eventuali aspetti problematici della personalità e del comportamento del genitore andrebbero ad inficiare la funzione genitoriale, anche per il fatto che nel caso in cui quest’ultima non sia stata precedentemente definita non si può nemmeno stabilire in che modo ciò accadrebbe.
  7. Le conclusioni non fanno espresso riferimento a precisi e obiettivi criteri di valutazione che dovrebbero essere indicati sin dall’inizio: non risulta chiaro come il consulente giunga alle proprie conclusioni (in termini di specifici approcci della psicologia non viene precisato se fa prioritario riferimento a quello psicodinamico, comportamentale o sistemico-relazionale), in modo tale che il lettore dovrebbe desumere empiricamente e intuitivamente tali riferimenti ricavandoli dai commenti e delle valutazioni del consulente.
  8. Anche se le valutazioni non fanno riferimento ad un quadro psicopatologico conclamato che rimandi ad un rischio di comportamenti lesivi nei confronti del minore, il consulente conclude che sia opportuno ricollocarlo in ambito extrafamiliare, in altre parole, anche se non esiste una diagnosi propriamente detta o “categoriale” ma semmai solo “funzionale” (che in quanto tale si riferisce ad aspetti assai diffusi nella popolazione, come nel caso dei “disturbi di personalità”, vedi il DSM IV) viene comunque suggerito il ricollocamento eterofamiliare.
  9. Le relazioni tecniche vanno diametralmente contro le acquisizioni della letteratura scientifica internazionale; a titolo esemplificativo cito il recente caso della psicologa di Ferrara che nella sua relazione ha affermato la necessità di interrompere gli incontri della madre con il figlio di tre anni per una presunta “disfunzione nel processo di attaccamento”, invocando una teoria tra le più note e condivise che peraltro suggerisce l’esatto contrario.

 

Per concludere, occorre tener ben presente che esiste una tendenza in atto da diversi anni ad espandere in modo inflazionistico i confini della diagnosi psichiatrica, includendo nell’ambito della patologia comportamenti in precedenza ritenuti normali, tendenza che già il DSM-IV manifestava e che si è ulteriormente accentuata con il DSM-5.

Un allarme riguardante questa progressiva tendenza a medicalizzare e a psichiatrizzare è stato lanciato da Allen Frances, professore emerito alla Duke University e supervisore della task force che ha realizzato la stesura del DSM-IV, nel suo libro il cui titolo italiano è Primo, non curare chi è normale (edito in Italia da Bollati Boringhieri).

Stefano Boschi