Le consulenze tecniche d’ufficio: il mistero della genitorialità scomparsa

È strano rendersi conto che molto spesso – se non di regola – nelle relazioni prodotte dagli addetti ai lavori in materia psicologica (psichiatra, psicologo, psicoterapeuta) nel ruolo di consulente tecnico d’ufficio (CTU) nominato dal giudice per valutare la funzione genitoriale il concetto e la definizione di “genitorialità” vengono dati per scontati, considerati quasi autoesplicativi.

A fronte del relativo quesito non se ne definisce, infatti, il significato, come se fosse implicitamente contenuto nelle parole in sé e non ci fosse perciò alcun bisogno di precisarne le peculiarità, i diversi aspetti funzionali nonché i criteri di valutazione, o come se esistesse una sola teoria o una sola definizione della stessa.

In mancanza dell’oggetto di valutazione (se non è stato precedentemente definito quale consistenza può avere?) vien da chiedersi che cosa il CTU stia effettivamente valutando.

Non si tratta di una questione di poco conto se consideriamo che la sua relazione può motivare il giudice a disporre il ricollocamento del minore in un contesto diverso da quello della famiglia di origine.

Dato che ognuno fa con quello che ha, in mancanza di una definizione ancorché vaga di genitorialità il consulente spesso finisce per valutare la personalità del genitore così come emerge dal colloquio, come se tale dimensione globale fosse sovrapponibile sic et simpliciter al costrutto di “genitorialità”.

Così facendo si incappa in un errore logico, quello per cui la parte viene confusa con il tutto. Come hanno mostrato Russell e Whitehead agli inizi del secolo scorso con la loro teoria “dei tipi logici”, tale confusione conduce al paradosso in termini logico-matematici, come nel caso in cui si affermasse “Il cane discende dal lupo e questa mattina ha morso il postino”.

Se “il cane discende dal lupo” fa riferimento all’intera categoria dei cani, “questa mattina ha morso il postino” riguarda invece Fido, il mio cane: se nella stessa frase confondo o sovrappongo la parte – il mio cane – con il tutto – i cani come intera categoria – essa suona alquanto bizzarra, corretta dal punto di vista grammaticale ma non altrettanto sul piano semantico.

Si tratta del tipico errore di generalizzazione indebita, che riflette quel principio che i latini definivano della pars pro toto, ossia de “la parte al posto del tutto”.

A quel punto il consulente si trova in una posizione analoga al cacciatore strabico che mira alla mucca per colpire il fagiano: finisce così per eludere il quesito iniziale posto dal giudice, il quale però non se ne accorge ed emana un provvedimento che può avere tragiche conseguenze per il minore e la sua famiglia.

Questo errore logico ne trascina con sé un altro, legato questa volta all’aspecificità dei contenuti della valutazione stessa, come nel caso in cui si parli in termini di “tratti narcisistici”, di “organizzazione paranoide della personalità”, delle non meglio definite “inadeguatezza genitoriale” o “conflittualità” tra i genitori.

Ricordo il caso di una madre per la quale svolgevo il ruolo di consulente tecnico di parte (CTP) alla quale fu tolta la figlia con provvedimento di urgenza sulla base dell’affermazione di una psichiatra, la quale interpellata dalla CTU (che intendeva valersi di un ulteriore parere tecnico) concluse che la persona sottoposta a perizia era “a rischio di agiti”.

Ora, il termine agito (in inglese “acting out”) in psicodinamica viene comunemente inteso come l’espressione di un contenuto conflittuale inconscio attraverso l’azione piuttosto che la parola.

Anche mangiare un intero sacchetto di caramelle in pochi minuti o avere rapporti sessuali con uno sconosciuto potrebbero essere considerati agiti: per definirli tali occorrerebbe però aver fatto luce sugli eventuali conflitti inconsci da cui i presunti agiti trarrebbero l’energia psichica necessaria a tradursi in comportamento senza passare dalla consapevolezza, cosa che la psichiatra di cui sopra non poté certo fare nel corso di sole due ore di colloquio.

Quando feci notare alla CTU che nella relazione della psichiatra non era specificata la natura degli agiti ai quali la madre sarebbe stata pericolosamente esposta la consulente mi rispose che, al contrario, erano stati specificati: a quel punto le mostrai la relazione della psichiatra e divenne quindi evidente che la bambina era stata sottratta alla stessa madre per un qualche motivo che non era noto ad alcuno.