La storia di A.: una figlia alienata

La storia che segue è raccontata da una donna che fu una figlia alienata ed è tratta dall’e-book Il regno incantato di prossima pubblicazione su questo sito.

Mio padre è andato via di casa (o meglio, è stato mandato via da mia madre) quando avevo circa due anni quindi non ho avuto modo di instaurare un rapporto padre-figlia con lui. Negli anni a seguire lo vedevo raramente fino ad arrivare a una o due volte l’anno intorno ai 10 anni.

Mia nonna materna (con cui vivevo) quando parlava di lui, aveva il disprezzo stampato sul suo volto; quando facevo i capricci mi diceva disgustata che ero come mio padre. 

Mia madre che vedevo solo nei fine settimana non diceva nulla: né pro né contro di lui, mi diceva solo che se non stavo bene con lui e se non volevo vederlo non ero obbligata ed ero libera di decidere. 

Effettivamente non stavo bene, non mi sentivo a mio agio e al sicuro con lui, mi annoiavo e mi chiudevo in me stessa quando lo vedevo e speravo solo finisse questo supplizio.

Addirittura una volta mi è venuta la febbre prima di vederlo, così la volta successiva ho fatto finta di avere la febbre (con mia mamma e nonna come complici) pur di non vederlo.

È vero che mia mamma si limitava a dirmi che ero libera di decidere se vederlo o meno ma quando parlava con mia nonna di mio padre non risparmiava commenti, battutine e sguardi. E io il più delle volte ero presente, ascoltavo e vedevo queste discussioni. 

Quello che provavo verso mio padre era: odio profondo perché mi aveva abbandonato e non gli importava nulla di me, era violento, sbadato, un po’ pazzo non affidabile. Sono tutte cose che in parte mi sono state dette direttamente (come per esempio un episodio in cui mio padre avrebbe tirato uno schiaffo a mia nonna) e in parte avevo sentito dire.

Le cose sono nettamente peggiorate quando mio padre è entrato a far parte di Scientology e quando lo vedevo mi faceva fare delle specie di meditazioni o visualizzazioni a detta sua per “darmi la magia”.

Ricordo come se fosse ieri (avevo circa sette anni) quando mia mamma e mia nonna mi hanno chiesto se riconoscevo il signore fotografato in un articolo della stampa io ho risposto la verità, sì era una amico di mio padre l’avevo visto spesso con lui quando andavamo nella sede di Scientology.

I commenti di mia mamma e mia nonna che hanno fatto a quell’ articolo e vedere un amico di mio padre sul giornale mi avevano spaventato tantissimo e peggiorato ancora di più quello che provavo per mio padre e, ovviamente, i miei racconti delle visualizzazioni che mi faceva fare che io chiamavo “esperimenti” le aveva preoccupate molto.

Intorno agli 11 anni, io mia mamma e il convivente di mia madre dovevamo andare in vacanza e avevo bisogno della firma di mio padre per il passaporto. Mio padre si era rifiutato di firmare perché aveva paura che mi portassero all’estero a vivere e lui non avrebbe più potuto vedermi (questo mi è stato detto da lui quando ero adulta).

Ma quello che mi dissero mia madre e mia nonna era che non voleva firmare perché voleva impedirmi di andare in vacanza. Quest’ultimo episodio mi fece infuriare e odiare ancora di più mio padre. Mia madre mi disse che l’unico modo per non avere più problemi di questo tipo era togliere la patria potestà, in questo modo non ci sarebbe più stato l’obbligo delle sue firme.

Così mi chiese se ero d’accordo nel fare questa richiesta e io ero più che convinta anzi felicissima di farlo: finalmente quel mostro non sarebbe più stato mio padre. 

Mi disse che sarei dovuta andare in tribunale e avrei dovuto parlare con un avvocato, così un giorno (che, anche in questo caso, ricordo come fosse ieri) mi fece sedere al tavolo della cucina, lei dall’altra parte e mia nonna in piedi dall’altra, mi disse che avremmo fatto una prova prima di andare in tribunale facendomi delle domande che molto probabilmente mi avrebbero fatto.

La prima domanda che mi fece fu: “Perché vuoi chiedere di togliere la patria potestà?”. In quel momento mi sentii paralizzata, il vuoto totale nella mente, non avevo la minima idea di cosa rispondere, era come se in mio cervello fosse andato in tilt, risposi che non lo sapevo.

Mia madre si innervosì e non poteva crederci che non sapevo cosa rispondere. Così ha iniziato ad incalzarmi nelle risposte ricordandomi che non sto bene con lui, che mi portava nella sede di Scientology e mi faceva fare gli esperimenti, che mi annoiavano molto, che per colpa sua non sono andata in vacanza. In tribunale ho ripetuto quasi tutto a memoria.

Sempre in quel periodo ho scoperto che si era rifatto una famiglia, aveva sposato una donna che aveva due bambine e che mio padre aveva fatto la richiesta di adozione. Questo fatto mi aveva ferito profondamente “ma come!

Non gli importa nulla di me e chiede l’adozione di due bambine? E io che sono la sua vera figlia non si preoccupa nemmeno del mio mantenimento?” (Sempre frasi che sentivo dire da mia madre e nonna). Dopo questo avevo definitivamente chiuso con lui.

Ricordo che prima di andare in tribunale o dopo (non ricordo) mio padre aveva insistito moltissimo per vedermi per parlarmi da sola e io mi ero impuntata che non volevo vederlo, così si raggiunse il compromesso di vederlo a casa mia.

Ci siamo chiusi nella mia stanza e io ho fatto quasi per tutto il tempo scena muta. Se rivedo la scena con gli occhi di oggi vedo un padre disperato che cercava un contatto con sua figlia ma io ero decisa a non vederlo più e forse le uniche cose che gli ho detto era appunto che non volevo più vederlo.

Alla fine non fu tolta la patria potestà ma, da quello che mi disse mia madre, era che era stato deciso che avevo la totale libertà di scegliere se vederlo/sentirlo o meno e così non lo vidi più fino ai diciott’anni circa.

Compiuti i 18 anni, i miei nonni paterni mi telefonarono e mi chiesero se avessi voluto vedere mio padre e io anche se di malavoglia ho accettato. Ricordo che sono andata a trovarlo a casa sua accompagnata da quello che ai tempi era il mio fidanzato.

Ero agitata e arrabbiata, pensavo che gli avrei detto tutto quello che pensavo e così è stato: qualsiasi cosa mi diceva lo attaccavo ribadendo tutto quello che aveva o non aveva fatto e lui si difendeva raccontando la sua versione dei fatti diversa da quella che conoscevo io. Io non credevo assolutamente alla sua versione e così è stato per alcuni anni, lo vedevo ogni tanto (due o tre volte l’anno).

In più continuava a frequentare Scientology, gli chiedevo come aveva potuto farmi fare le cose che aveva fatto quando ero piccola e lui rispondeva che erano tutte cose assolutamente innocue e che anzi non potevano che farmi bene cercando anche di convincermi a provare Scientology prima di giudicarla come una brutta setta e questa cosa sicuramente non mi ha aiutato a riconciliarmi con lui.

All’età di tredici anni, intanto, avevo iniziato a vivere con mia madre e il convivente. In tutta la mia infanzia avevo avuto una cieca adorazione nei riguardi di mia madre, e il fatto che non vivesse con me quando ero piccola nella mia testa era per colpa di mio padre che non mi manteneva e quindi mia madre doveva lavorare tantissimo in un’altra città per potermi mantenere.

Fin da molto piccola ho avuto la sensazione che se non fossi nata mia madre sarebbe stata molto più felice, non avrebbe dovuto lavorare per mantenermi e non avrebbe avuto problemi con mio padre. Mia madre ai miei occhi aveva sempre ragione, qualsiasi cosa dicesse era la verità, era bellissima e buona, e io dovevo fare in modo di darle meno fastidio possibile.

Così quando da adolescente ho iniziato a vivere con lei ero felicissima ma questa felicità è durata poco perché, un po’ per l’inizio dell’adolescenza e un po’ per il fatto che non avendo mai vissuto insieme, non mi aveva mai realmente “sgridato”. Perciò i primi litigi con lei furono per me devastanti. Era la delusione più profonda che avessi mai provato.

Iniziai a chiudermi in me stessa e a frequentare compagnie di persone molto più grandi di me, bruciai molte tappe e mi ritrovai a quindici anni che ne dimostravo venticinque. Era iniziato anche un periodo in cui facevo uso di droghe da cui fortunatamente ne sono uscita circa dieci anni dopo.

All’età di venticinque anni iniziai la scuola triennale di counseling con indirizzo in psicosintesi e da quel momento ho iniziato un lungo percorso di lavoro personale che mi ha portato a non vedere più mio padre con gli occhi della bambina che ero ma anche ad una rottura totale del rapporto con mia madre che dura ancora oggi che ho trentotto anni. Dai diciotto ai ventitré anni circa ho anche lavorato nella azienda di mia madre.

Pur alle prese con una forte delusione e l’adolescenza ero ancora molto attaccata a lei e il senso di colpa dell’essere nata e la volontà di aiutarla faceva in modo che facessi tutto quello che era nelle mie possibilità per aiutarla in quello che era un brutto momento di crisi della azienda e quindi anche economico. 

Con una auto intestata a mio nome ma usata da mia madre e il mio conto in banca cointestato mi sono ritrovata il conto in rosso, l’auto con rate non pagate, svariate multe che continuava a prendere anche con la mia auto tutte a mio nome che ovviamente non riusciva a pagare, il tutto condito con il suo caratterino che non ammetteva rimproveri ed anzi pretendeva che non mi lamentassi.

Il lavoro psicologico è stato molto delicato e duro perché quella madre che avevo messo sul piedistallo stava rovinosamente crollando insieme a tutte le mie certezze e tutta la mia infanzia. Allo stesso tempo piano piano stavo scoprendo che la versione di mio padre non era affatto falsa.

Per esempio, per stessa ammissione di mia madre, scoprii che era vero che mia madre aveva tradito mio padre con un amico in comune (quando avevo pochi mesi) e che mio padre nonostante tutto voleva trovare un modo per continuare a stare insieme (fondamentalmente per me) ma mia madre non ha mai voluto e così tanti altri pezzi del puzzle stavano tornando al loro posto.

Solo all’età di ventotto anni circa iniziai a parlare con mio padre senza rancore e a vederlo come un uomo che avrà fatto i suoi sbagli ma comunque gli è stato impedito di essere padre. Quando lo vedevo insieme al suo ultimo figlio ero commossa: era dolce, ci giocava insieme, era premuroso, non era quel mostro che pensavo che fosse.

Non sono mai riuscita a vederlo e sentirlo realmente come mio padre ma sicuramente si è creato un bel rapporto di rispetto e aiuto reciproco.

Se solo mi avesse dimostrato anche e soprattutto con piccoli gesti che continuava a pensarmi e a volermi bene (auguri, biglietti, pensierini, telefonate, messaggi) avrei fatto molta meno fatica a riavvicinarmi perché anche se sul momento li avrei rifiutati e magari derisi, so con certezza che infondo al mio cuore mi avrebbero fatto piacere e crescendo mi avrebbero aiutato a capire che mi voleva bene a differenza di quello che mi dicevano mia mamma e mia nonna.