La “società liquida” e il percorso dell’eroe: un’alternativa al livellamento sociale

La nostra cultura ha ormai ucciso gli antichi eroi e soffocato la dimensione mitologica, sostituendola con una scienza falsamente onnipotente, con l’illusione del tutto e subito ed il sogno del successo senza fatica.

Zygmunt Bauman (ritratto nella foto in alto) definisce “liquida” la vita frenetica e priva di certezze a cui siamo ormai abituati, fondata sul consumismo e in cui tutti sono uguali a tutti perché possiedono le stesse cose che rappresentano i simboli del benessere. In questo scenario “il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza è l’unica certezza”.

Si tratta della società globalizzata in cui vive, in una condizione di crescente decadenza, l’Homo consumens, vittima della spersonalizzazione e dell’alienazione connotata dalla caduta dei vecchi valori e dal mancato sorgere di nuovi.

L’autore sostiene che la fine delle “grandi narrazioni” del Novecento, cioè delle ideologie, ha reso impossibile la pretesa di verità assolute e, parallelamente, possibile la coesistenza di tante e diverse morali.

L’origine della morale per Bauman è per definizione un atto individuale giacché implica una decisione: se non c’è Io quindi non c’è etica, giacché la scelta etica è per definizione individuale, anche se va plasmando la società come insieme di relazioni tra le persone .

Queste premesse ci spingono a considerare la comunicazione, i suoi contenuti e i suoi strumenti. Il paradosso è che oggi, con l’espandersi e il moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione legati alla telefonia mobile e a internet ci la comunicazione sta divenendo sempre più carente sul piano dei contenuti. Si parla sempre di più e si comunica sempre meno!

La chat, i messaggi, le mail, i post sui social network sono sempre più usati come equivalenti dell’incontro tra le persone o anche solo di una telefonata.

Il problema è che non è così, dato che in tutti quei casi la comunicazione viene ridotta ad una pseudo-comunicazione, ad un semplice scambio di parole scritte e per giunta in modo sintetico, differentemente da quanto accadeva per la vecchia e cara lettera cartacea.

Ciò che manca non è solo la dimensione visiva e il contatto fisico ma anche quella paralinguistica, la quale contiene la stragrande maggioranza del significato relazionale.

Manca spesso la possibilità di vedere in faccia il nostro interlocutore e di ascoltare il suo tono di voce con tutte le sfumature del suo eloquio, fatta eccezione per le videochiamate, ma anche in questo caso questi non è fisicamente presente ma considerato come se lo fosse.

Se si tratta di una grande conquista per coloro che sono lontani, come nel caso di chi è emigrato in un altro paese e non potrebbe avere un contatto così diretto con i suoi cari, anche se in tutti gli altri casi si rivela limitante.

A questo progressivo e inarrestabile impoverimento sul piano della comunicazione interpersonale fa riscontro l’altrettanto progressivo impoverimento dei valori.

Oggi i valori sono incarnati dagli oggetti, sono per così dire “materializzati”: si tratta dell’ultimo modello di telefonino o del computer portatile, dell’auto nuovo modello e via dicendo.

A fronte di questi miraggi la forbice sociale tra ricchi e poveri si sta allargando e la classe media sempre più assottigliando; la crisi economica degli ultimi dieci anni sta togliendo la speranza a milioni e milioni di persone.

Una società non può che sopravvivere senza le proprie speranze, i propri sogni, i propri eroi e la nostra ha barattato le proprie speranze con i doveri, i propri sogni con la tecnologia, i propri eroi con i personaggi della TV buoni e cattivi (che tra l’altro non sono più distinguibili sulla base delle azioni, giacché tutti ugualmente violenti!).

Senza sogni non ci sono speranze, senza speranze non c’è motivazione che alimenta la volontà, senza volontà non c’è individualità ma solo l’individualismo che si accompagna al crescente senso di inconsistenza che richiede di essere in qualche modo compensato.

Non a caso oggi i disturbi psichici più diffusi sono quelli “di personalità” (vedi l’asse II del DSM IV), caratterizzati da un Sé debole, immaturo.

Questi disturbi sono caratterizzati dal fatto che l’individuo si rifugia all’interno di una sorta di “esoscheletro”, il quale costituisce la sua maschera sociale: con tale maschera si trova completamente identificato e senza di essa è come se non potesse sopravvivere psicologicamente.

La continua crescita dei disturbi di personalità indica che siamo alla deriva nel mare dell’incertezza, senza una vera motivazione che ci spinga ad intraprendere il nostro e personale viaggio dell’eroe alla scoperta di noi stessi, obnubilati dai nostri idoli elettronici e sedotti dalla nuova religione globale del network.

I ragazzi si trovano così rinchiusi ognuno nella propria prigione virtuale, ognuno imprigionato nella propria cyber-cella senza sbarre dalla quale, quindi, non può evadere.

Se un tempo il problema era non riuscire a realizzare ciò che si voleva oggi il problema è non riuscire a capire ciò che si vuole.

Oggi le nuove generazioni o “hanno tutto” e non sanno più cosa desiderare oppure mancano della capacità di stabilire una rotta, di decidere in quale direzione procedere e della possibilità di farlo, come se l’eroe che è in loro come in ognuno di noi fosse caduto in un profondo sonno.

La prima cosa di cui l’educatore dovrebbe tener conto è il fatto che la nostra società va contro natura, con tutti gli annessi e connessi sul piano delle molteplici problematiche che ciò comporta.

La seconda è che attualmente l’educazione tende a creare tanti soldatini, tutti perfettamente uguali, che devono rispettare le regole sempre più complesse e gravose che connotano una società disumanizzata, una società che dovrebbe invece preoccuparsi di creare “nuovi eroi”, individui volti alla realizzazione di alti ideali anche se poco appariscenti.

Il bisogno supremo di ogni essere umano è di autorealizzarsi, di realizzare il proprio potenziale umano attribuendo senso alla propria esistenza: se non siamo in grado di farlo in modo sublime cercheremo di farlo in modo perverso, piuttosto che arrenderci alla mediocrità sempre pronta ad attanagliare la nostra anima.

I nostri figli hanno bisogno di eroi a cui ispirarsi, eroi che non corrispondano allo stereotipo dell’uomo forte sul piano fisico ed il cui successo non significhi necessariamente violenza, ricchezza e potere sugli altri.

Tali eroi non appartengono ad un mondo nel quale l’unica cosa che distingue il buono dal cattivo è la divisa, come ci viene presentato da una quantità di film spazzatura.

Se vogliamo risollevarci dalla decadenza in cui ci ha precipitati l’era post industriale e il consumismo quale suo prediletto figlio è necessario riscoprire i nostri ideali, incontrare di nuovo i nostri eroi, ricontattare nel profondo la nostra umanità.

Stefano Boschi