La situazione mediatica oggi: fortunatamente si comincia seriamente a parlarne!

Mai prima d’ora si è parlato tanto di minori e di alienazione parentale.

Questo vero e proprio cancro della famiglia e delle relazioni, in particolare quella tra genitori e figli, che pur avendo ormai dimensioni vastissime e conseguenze gravissime sul piano psicologico e sociale è sconosciuto a chi non lo vive.

La sempre maggiore mole di articoli pubblicati sono perciò importanti perché raggiungono le “persone qualunque”, quelle che – fortuna loro – non sono coinvolte in questo problema, mentre un libro o un articolo specialistico arriva nelle mani solo di chi lo cerca, di chi purtroppo conosce già l’alienazione e vuole magari approfondire l’argomento perché coinvolto in prima persona o per il fatto che lavora in ambito familiare.

Il 23 Aprile l’Avvenire si era occupato di questo tema mettendo di fronte, in una doppia pagina, una mamma alienata e un padre alienato, entrambi rappresentanti di gruppi di genitori: padri e madri che in numero sempre crescente vivono l’alienazione – quando va bene – nell’apparente indifferenza della gente ma – quando va male – offesi e maltrattati dalle Istituzioni.

Le pagine del supplemento dell’Avvenire sono arrivate a migliaia di “persone qualunque”, il che mi pare davvero una novità: quegli articoli sono stati letti anche da coloro che non conoscono questo tema che spero abbiano capito il dramma raccontato e si siano indignati.

Solo così forse l’abuso familiare e istituzionale dell’alienazione inizierà ad essere conosciuto e aborrito, solo così chi commette questo orrore sentirà finalmente il fiato sul collo e chi dovrebbe occuparsi di giustizia e di supporto alla genitorialità saprà di avere addosso gli occhi dell’opinione pubblica e non potrà più girarsi dall’altra parte, far finta di nulla, emettere sentenze nonsense e contribuire così fattivamente alla rovina di genitori e figli, ostaggi di adulti disturbati.

Le pagine del supplemento di Avvenire arrivano a migliaia di persone, il che mi pare davvero una novità. Arriveranno anche all’attenzione di chi non conosce questo tema e io spero che i lettori siano migliaia, che leggano con attenzione quelle pagine, che capiscano il dramma raccontato e finiscano per indignarsi.

Basterebbe prestare un po’ di attenzione a chi ci vive accanto, basterebbe offrire ascolto alle storie di amici, conoscenti, vicini di casa per renderci conto che l’alienazione colpisce anche persone vicine a noi.

Come insegnante mi capita spesso di sentire genitori che a scuola si lasciano scappare qualche parola, una piccola confidenza, il racconto appena accennato di una situazione familiare “strana” perché immediatamente mi suoni come una triste campana ben conosciuta.

E, purtroppo, contrariamente al luogo comune, nella mia esperienza sono di gran lunga di più le mamme a soffrire a causa dell’alienazione.

Un episodio valga per tutti. Mi è capitato di rincorrere una mamma che durante un colloquio con i docenti di suo figlio aveva accennato all’improvviso rifiuto del ragazzo di tornare a casa dopo alcuni giorni trascorsi con il padre, senza che vi fosse un apparente motivo e senza che fosse fornita una qualsiasi spiegazione.

Tra tutti i colleghi il sola ho colto il suo dramma e ho voluto ascoltarla. Ho fermato quella mamma nell’atrio della scuola e l’ho sentita descrivere qualcosa a cui non sapeva dare un nome.

Ho poi colto lo stupore nei suoi occhi mentre le snocciolavo le dinamiche perverse di questa manipolazione in cui lei si riconosceva come vittima, scorgendo lo sguardo disarmato di chi ascolta una sconosciuta suggerirle risposte a lungo cercate.

I padri si sono scoperti vittime di questa dinamica relazionale patologica già da molti anni e da tempo hanno giustamente iniziato a denunciarla muovendosi a livello mediatico, tanto da far pensare – a chi è estraneo a queste tragedie – che chi aliena sia sempre la mamma e vittime di alienazione, insieme ai figli, siano sempre i papà.

Ma non è affatto così. Le mamme sono solamente molto meno consapevoli, vivono queste situazioni non sapendo di che cosa si tratta, colpevolizzandosi e lacerandosi.

“Se un figlio arriva a rifiutare una madre e addirittura ad incolparla chissà cosa la madre avrà fatto!”. Questa non è solo la reazione diffusa, quello che tecnicamente si chiama “stigma sociale” ma anche il luogo comune alla base dell’agire incauto di certe frange dei servizi sociali che, pur affermando di intervenire a tutela dei minori, fanno spesso il gioco dei genitori alienanti.

Questa è la realtà quotidiana di tanti genitori non creduti, trattati come colpevoli senza essere prima processati, allontanati dai loro figli senza un valido motivo.

Qualche tempo fa su un quotidiano della mia città, Ferrara, è apparso il commento della rappresentante del Comune, nonché giudice onorario al Tribunale dei Minori: rivolgendosi ai genitori vittime di allontanamenti “facili” e alle denunce fatte da loro ne ha stigmatizzato il comportamento chiedendo “più rispetto per i bimbi”, proprio quelli allontanati. Dopo il torto la beffa!

Qualche tempo dopo la stessa responsabile ha aggiunto che “ogni grammo di attenzione che un padre o una madre dedicano per scrivere ad una redazione lo sottraggono all’unica occupazione raccomandabile: chiedersi se hanno sbagliato qualcosa e provare a cambiare”. Dalla padella alla brace!

Siamo di fronte ad un dramma nel dramma, quello che ho vissuto anch’io. Mi ci sono voluti giorni, settimane e mesi per capire e smettere di colpevolizzarmi, giorni, settimane e mesi per comprendere la morsa che aveva imprigionato i miei figli, giorni, settimane e mesi per dare un nome alla tragedia che aveva travolto me e loro.

Da anni mi adopero con tutta me stessa, senza smettere di informarmi, documentarmi, raccontare e raccontarmi, per far capire a chi non sa cos’è l’alienazione ciò che io purtroppo ho imparato sulla mia pelle e per svelare i meccanismi di questo abuso e i suoi retroscena.