La questione degli affidi: le due facce della stessa medaglia

Quando re Salomone ordinò di tagliare in due il bambino conteso dalle due donne lo fece sul filo di uno stratagemma: in altre parole non intendeva davvero farlo ma solo scoprire chi fosse la vera madre.

Da tempo, nelle aule dei tribunali la spada della legge finisce spesso per tagliare a metà non già il minore bensì la sua relazione con uno o entrambi i genitori, il che avviene in forza dell’istituto dell’affido.

A volte gli ingranaggi della giustizia finiscono per frantumare anche il rapporto tra fratelli, con la motivazione legata ad un eventuale propensione al litigio, senza pensare che si potrebbe intervenire al fine di porvi rimedio e – ancor prima – che oltre al trauma della separazione dai genitori i minori devono subirne uno ulteriore rappresentato dalla separazione dal fratello o dalla sorella.

La questione degli affidi rappresenta oggi un problema a tre facce. La prima vede la madre come la figura di spicco nella crescita e nella gestione del figlio, soprattutto nei primi anni. Il fatto che sia lei ad allattarlo e a pulirlo ha spinto i giudici ad attribuirle un ruolo privilegiato e quindi a favorirla in termini di tempi di permanenza con il figlio nei casi di separazione giudiziale dei coniugi.

Una volta assegnata alla madre la residenza coniugale in cui vivere con il figlio, senza parallelamente assicurare in qualche sensato modo la presenza del padre che pur vive in altro luogo, questi spesso scivola in un poco dignitoso secondo posto in molti casi del tutto virtuale, finendo per uscire dalla scena psichica e relazionale del figlio.

Non si può pensare che il padre ricompaia magicamente all’epoca dello svezzamento per iniziare a fare il genitore, soprattutto quando il figlio è già “attaccato” alla madre in modo esclusivo.

In questi casi la spada della giustizia recide sul nascere il rapporto dei figli con i padri, dato che non tutti loro hanno la forza d’animo necessaria per attendere il loro “turno” (teoricamente dopo lo svezzamento) e sostenere una crescente dose di frustrazione e di dolore.

Nel momento in cui è stato sancito, esplicitamente o implicitamente, il primato della funzione nutritiva e di accudimento della madre rispetto a quella educativa non solo ci si è allontanati dalla bigenitorialità ma si ha anche ridotto l’idea di genitorialità, in realtà basata sulla preponderante importanza della relazione in vista del sano sviluppo del bambino.

Chi poi dovesse pensare che tale stato di cose abbia accresciuto la dignità della donna come madre non si rende forse conto che ha semplicemente ridotto la sua funzione al piano biologico e, parallelamente, il figlio ad una sorta di “vitellino” da allevare.

Se da una parte è vero che la madre all’inizio svolge la funzione di accudimento biologico in modo più diretto e continuativo del padre, è anche vero che sul piano dei bisogni relazionali e della funzione educativa entrambi possiedono pari rilevanza, quindi pari diritti e pari doveri pur nella diversità dei ruoli.

A sostegno di questa visione distorta delle cose si erge la teoria dell’attaccamento di John Bowlby del 1969. Siamo all’inizio degli anni Quaranta quando lo studioso compie un’importante osservazione su un gruppo di adolescenti istituzionalizzati, caratterizzati da un comportamento socialmente deviante (ladruncoli e borseggiatori)

Confrontandoli con altri ragazzi sempre istituzionalizzati ma per diversi motivi si accorge che alcuni ragazzi del primo gruppo, assieme al comportamento socialmente deviante manifesta tratti di personalità “anaffettivi” (carenza nelle normali espressioni di affetto, assenza di vergogna e di senso di responsabilità): osserva, infine, che la maggior parte di loro ha subito esperienze di separazione dalla madre nei primi due anni di vita.

La conclusione alla quale giungerà è che esiste una correlazione positiva tra il comportamento deviante, il tratto anaffettivo di personalità e la deprivazione di cure materne vissuta nei primi anni di vita.

Tale osservazione costituirà il nocciolo della futura teoria dell’attaccamento, caratterizzata dal primato degli eventi reali che il bambino ha esperito sulle dinamiche attinenti al suo mondo fantasmatico, in controtendenza rispetto a quanto sosteneva la maggior parte degli psicoanalisti di allora.

Da lì ad affermare la preminente importanza di una particolare figura o caregiver rispetto ad altre il passo è breve: dato che la madre solitamente si occupa direttamente del figlio nei primi due anni di vita eccola diventare la figura di attaccamento primaria, quella che sarà privilegiata all’interno delle aule dei tribunali.

Negli anni che seguirono diversi studi ispirati dalla teoria dell’attaccamento si sono succeduti giungendo a conclusioni diverse se non addirittura in contrasto con la teoria “monotropica” di Bowlby, che ben lungi dall’evidenziare una caratteristica intrinseca all’essere umano trae origine da un particolare piuttosto che universale contesto di ricerca.

È inevitabile che nelle famiglie nucleari il bambino stabilisca un legame di attaccamento preferenziale quando non esclusivo con la madre quando questa è il principale se non l’unico caregiver nei primi anni di vita.

Ricerche transculturali hanno poi evidenziato come i bambini, anche in tenera età, siano capaci di stabilire e sviluppare più di un legame di attaccamento nel caso in cui diversi caregivers si prendano cura di loro, come è accaduto nei Kibbutz israeliani o in società ad organizzazione tribale come quelle che troviamo nelle isole del Pacifico.

Oggi sappiamo che il bambino può costruire legami di attaccamento contemporaneamente con diverse figure, a condizione che via sia continuità della presenza del caregiver e coerenza nell’offrire le cure in risposta ai suoi bisogni.

Adeguatamente supportata da studi che rivalutano il ruolo del padre sul piano dello sviluppo psichico del bambino anche nei primi anni di vita, tale visione più ampia e maggiormente aderente alla realtà dello sviluppo psicosociale e psicoaffettivo del bambino sta ora permettendo il passaggio dal principio giuridico dell’affido legalmente condiviso a quello materialmente condiviso.

Questo secondo principio prevede tempi paritari di permanenza e di frequentazione, assieme alla paritaria possibilità di intrecciare una relazione di buona qualità con il figlio.

Si tratta di un cambiamento di rotta già in atto in molti Paesi europei fondato sul diritto alla bigenitorialità, diritto che riguarda i genitori e ancor prima i figli, in altre parole l’intero sistema relazionale.

Occorre però guardarsi dall’equiparare sic et sempliciter la bigenitorialità ai tempi di permanenza e frequentazione, il che comporterebbe il rischio che la spada della giustizia produca un secondo taglio, che rappresenta la seconda faccia del problema: quello del bambino metà nella casa dell’uno e metà nella casa dell’altro, quello che è stato definito come “pacco postale”.

Il bambino ha, infatti, bisogno di due genitori che funzionino a tutti gli effetti come tali, la qual cosa riguarda il significato di genitorialità prima ancora che quello di bigenitorialità.