La motivazione nella scuola: cosa ne pensa il nostro “cervello enterico”?

Spesso si afferma che il vero problema della scuola sia la mancanza di motivazione da parte degli studenti: se questo è il problema per risolverlo è necessario conoscere le dinamiche che presiedono alla motivazione, come sorge, come si incrementa, come diminuisce e come decade.

Occorre prima di tutto sapere che esistono due fondamentali forme di motivazione: quella intrinseca, legata alla soddisfazione dei propri bisogni e all’espressione delle personali inclinazioni, e quella estrinseca, indotta dall’esterno, come accade nel caso della pubblicità.

Se ci sentiamo motivati all’acquisto del nuovo detersivo o della nuovo auto non è perché ne abbiamo davvero bisogno (il vecchio detersivo o una diversa auto potrebbero fare comunque al caso nostro) ma perché siamo stati indotti a desiderarli dagli esperti della comunicazione, il cui compito è appunto far sorgere e incrementare la nostra motivazione all’acquisto del prodotto.

Nella scuola ideale la motivazione intrinseca, quella che sorge cioè spontaneamente del mondo interno dello studente, dovrebbe coincidere con l’obiettivo istituzionale della scuola stessa, incontestabilmente rappresentato dal trasmettere (da parte dell’insegnante) e dall’acquisire (da parte dello studente) le diverse conoscenze e le diverse competenze.

Il problema è che, purtroppo, a volte accade l’esatto contrario, il che è testimoniato da esortazioni, ingiunzioni, rimproveri, note e punizioni che l’insegnante utilizza come surrogati della motivazione.

Il problema, a ben guardare, sta nella logica a monte dell’odierno sistema didattico: prevedendo test e verifiche, voti e pagelle senza preoccuparsi troppo di stimolare interesse, creatività e iniziativa personale, finisce per sostituire una motivazione intrinseca con una estrinseca, minando così alla radice la propria struttura portante come istituzione preposta all’insegnamento.

In altre parole, nel momento in cui lo studente si pone l’obiettivo di superare test e verifiche, prendere buoni voti, essere promosso, così come evitare di prendere brutti voti, rimproveri, essere bocciato e via dicendo, perde progressivamente e inevitabilmente interesse verso l’apprendimento.

Per fare un semplice esempio, se a un bambino piace disegnare trovando soddisfazione nel farlo e io inizio a premiarlo con cioccolato, giocattoli e cartoni animati quando fa un disegno, finirò per spostare il fulcro della sua motivazione dalla soddisfazione che prova internamente ai premi che vado elargendo.

Nel momento in cui la motivazione estrinseca prevarrà su quella intrinseca questa tenderà a decadere e il comportamento a diviene meccanico, privo di significato, automatico e alla lunga alienante.

Riportando il discorso all’interno della scuola, test e verifiche, voti e pagelle, bocciature e promozioni tendono a trasformare la scuola nel luogo in cui lo studente vorrebbe far tutto fuorché studiare ed apprendere.

La motivazione a superare test e verifiche, prendere buoni voti, essere promosso, così come evitare di prendere brutti voti, essere bocciato e via dicendo uccide così lentamente ma inesorabilmente la pulsione epistemica, almeno all’interno della scuola.

Spesso lo studente svolge i compiti senza aver ben compreso i contenuti e il ragionamento sottostanti: quando glielo si fa notare capita di sentirsi rispondere che la cosa importante è semplicemente averli svolti, prendere la sufficienza, essere promosso.

Ne dovremmo forse concludere che la strategia motivazionale prevalentemente adottata dalla scuola si rivela in rotta di collisione o incompatibile con il suo obiettivo istituzionale?

Occorre quindi eliminare le strategie pseudo-motivazionali e favorire la soddisfazione dei bisogni degli studenti, nonché esperienze piacevoli e gratificanti.

Tale direzione è chiaramente indicata dalla teoria del “cervello enterico”, così chiamato a causa della grande concentrazione di cellule nervose nell’area intestinale, contraltare di quello encefalico.

Tale “cervello” attuerebbe un’elaborazione primaria fondata sulla discriminazione tra stimoli piacevoli e spiacevoli provenienti dall’ambiente, forma di elaborazione delle informazioni che deve necessariamente risultare a fondamento di tutte le funzioni di più alto livello, dato che la nostra natura ci spinge a perseguire il piacere e ad evitare il dolore.

Le informazioni che ci vengono da questa bussola naturale sono come il radiofaro per il pilota di linea, come la stella polare per l’antico navigante, sono cioè indispensabili, anche se nella nostra cultura post illuminista e nell’odierna civiltà tecnologica purtroppo si perdono in un mare di informazioni “più importanti”.

Il cervello enterico è costituito da milioni di cellule nervose e rappresenta il maggiore agglomerato al di fuori del cervello propriamente detto; fa parte del sistema nervoso autonomo e presiede ad una quantità di funzioni non soggette alla nostra volontà e al di fuori della nostra coscienza, pur dirigendo il 90% delle sue fibre verso il cervello classico, ossia dentro la nostra testa.

In tal modo trasmette stimoli originati dall’apparato digerente che quasi mai percepiamo coscientemente generando un rumore emozionale di fondo che si riflette nei diversi stati d’animo: ecco che siamo soliti affermare di aver preso una decisione “di pancia” o di avere “le farfalle nello stomaco” per esprimere sensazioni profonde.

Se le nostre motivazioni dominanti non risultano allineate con le informazioni provenienti da questa sorta di cervello, il prezzo che si pagherà sarà il crearsi di conflitti interni profondi quanto le nostre radici biologiche e animali.

È necessario che l’allievo senta in qualche modo utile o piacevole ciò che gli si sta insegnando, in modo che l’apprendimento costituisca la risposta alla domanda: «Cosa posso fare per risolvere questo problema o raggiungere questo obiettivo?».