La famiglia malata oggi: il problema dell’alienazione genitoriale

Nel clima di crisi della famiglia oggi imperante assistiamo al progressivo diffondersi di un problema di cui fino a qualche tempo fa non si parlava, chiamato “alienazione genitoriale”.

Si tratta del tentativo riuscito da parte di un genitore di allontanare il figlio dall’altro, alienandolo appunto dal rapporto con lui e, dunque, dalla sua funzione genitoriale, il che si verifica soprattutto nei casi di separazione e divorzio.

Nei casi più gravi il figlio rifiuta di vedere il genitore detto “alienato”, sviluppando comportamenti tipici e subendo danni sul piano psicologico, giacché ogni bambino ha bisogno di una madre e di un padre, non solo dell’una o dell’altro.

Da quando nel 1985 Gardner coniò l’espressione “Parental Alienation Syndrome”, oggi conosciuta come PAS, si è molto discusso sulla fondatezza di tale etichetta in ambito clinico e, di conseguenza, sull’opportunità di utilizzarla o meno in quello giuridico.

Secondo l’autore, tra i criteri descrittivi della PAS compaiono la mancanza di ambivalenza (per cui i genitori sono visti come tutti buoni o tutti cattivi), il fenomeno del pensatore indipendente (per cui il bambino afferma di pensare con la propria testa), l’assenza di senso di colpa.

Nel caso in cui i genitori siano separati e – soprattutto – il figlio sia collocato presso un genitore spesso questi finisce per adattarsi alla situazione, subendo la manipolazione psicologica ad opera del genitore con cui vive e schiarandosi, di conseguenza, apertamente contro l’altro.

C’è chi sostiene che di fronte a particolari criticità familiari sia necessario parlare in questi termini e chi invece ne sostiene l’illegittimità, come accade all’interno dei tribunali.

Quando acquistiamo la marmellata, anche se possiamo essere attratti dall’etichetta incollata sul barattolo, una volta giunti a casa ci mangiamo la marmellata e non certo l’etichetta! Occorre, dunque, prima di tutto chiedersi che cosa in concreto debba intendersi per PAS o sindrome di alienazione parentale.

Se tentassimo di rispondere a tale domanda prendendo le mosse dagli individui coinvolti, la madre, il padre, il bambino, ci troveremo molto probabilmente in un vicolo cieco.

Per comprendere l’alienazione genitoriale, con tutti i suoi annessi e connessi, occorre prima di tutto collocarsi nella dimensione “relazionale”, la quale appare diversa e superiore rispetto alla somma degli individui coinvolti.

Dobbiamo, in altre parole tener presente il rapporto che si crea all’interno della famiglia, che unisce madre, padre e figlio attraverso quel tessuto connettivo che è la relazione.

Nel processo di alienazione, ossia di estraneazione del figlio dal rapporto con un genitore (che può aver luogo all’interno di una famiglia o di un diverso sistema relazionale), si osservano le dinamiche contrapposte di esclusione-inclusione e di alleanza-contrapposizione che andrebbero a connotare una forma sempre più diffuso di patologia della relazione.

L’alienazione genitoriale va, infatti, intesa come l’esclusione di un genitore nel momento in cui al figlio viene impedito di mantenere con esso una relazione adeguata.

Il termine “impedito” può essere qui inteso in diversi modi: il genitore detto alienante può, infatti, impedire fisicamente al figlio di incontrarsi con il genitore detto alienato, oppure può farlo in modo più subdolo, usando modalità psicologiche quali la manipolazione, la svalutazione e il discredito.

Per recuperare le radici teoriche dell’alienazione genitoriale dobbiamo tornare indietro di qualche decennio e rivolgerci a quell’approccio della terapia familiare storicamente noto come “scuola intergenerazionale” o “trigenerazionale”.

Tra i più illustri rappresentanti di tale approccio va certamente annoverato Murray Bowen (The Use of Family Theory in Clinical Practice, edizioni Elsevier, Amsterdam, 1966), a cui si deve il concetto di “triangolazione”.

Si verifica triangolazione quando i genitori affrontano i problemi che nascono all’interno del loro rapporto coinvolgendo il figlio, che è quindi indotto a stabilire un’alleanza con uno contro l’altro.

Il classico esempio è offerto dai genitori separati tra i quali persiste un rapporto particolarmente conflittuale, i quali tentano di accaparrarsi il suo affetto in modo esclusivo viziandolo, cercando cioè di indurlo a schierarsi ognuno dalla propria parte contro l’altro.

Il frantumarsi della coppia genitoriale appare di solito l’effetto di un’escalation della conflittualità sia nel momento in cui un genitore mostra un atteggiamento prevaricante a fronte dell’altro che ne assume uno di passiva accettazione se non di sudditanza psicologica.

Spesso i consulenti dei tribunali ragionano sulla base della volontà del bambino nei confronti dell’incontrarsi o non incontrarsi con il genitore alienato, in modo che se rifiuta di vederlo il giudice conclude che non lo si può forzare.

Se, da una parte, il forzare non si presenta certo come la strategia adeguata dall’altra non si riconosce che il bambino ha comunque bisogno di una coppia di genitori e non solo di un genitore factotum: in questi casi andrebbero quindi messi in campo gli opportuni interventi sul piano della terapia familiare per aumentare le possibilità che i suoi bisogni possano essere finalmente soddisfatti.

Questo intento – con il quale, credo, non ci si può che allineare – implica che siano affrontate le dinamiche relazionali che hanno portato al rifiuto da parte del figlio nei confronti del genitore alienato, a condizione ovviamente che non gli si riconoscano gravi carenze sul piano della genitorialità (come appunto nel caso di maltrattamenti).

È come se il bambino avesse un piede su una barca e l’altro piede su un’altra, mentre le due barche si allontanano: non andrà né con l’una né con l’altra, semplicemente affonderà.

La presenza di un rapporto fusionale con il genitore alienante parallelamente alla mancanza di un rapporto più sano con il genitore alienato rappresentano le due facce della stessa medaglia, che possono essere colte solo nell’ottica sistemica piuttosto che in quella individuale.

Nei casi meno gravi ci troviamo di fronte a persone ormai adulte tendenti a stabilire rapporti affettivi fondati sulla dipendenza, per questo costantemente impegnate a raccogliere segnali di conferma da cui dipende il loro livello di autostima patologicamente basso.

Sulla scorta di tali considerazioni diventa difficile affermare che l’alienazione parentale sia un concetto di cui si può tranquillamente fare a meno quando si affronta lo scottante quanto attuale tema della famiglia disfunzionale all’interno della quale si trova un bambino: sarebbe come pensare di poter trascurare i batteri parlando di infezioni.

A fronte dello sfaldamento della coppia affettiva si produce così anche quello della coppia genitoriale, giacché il naufragio della prima segna il destino anche della seconda.

Come se non bastasse, a rendere ancor più drammatica tale situazione interviene, da parte del genitore alienante, la negazione del danno arrecato al figlio, come se il suo bisogno di intrattenere rapporti con entrambi i genitori magicamente scomparisse per il fatto che il loro rapporto affettivo è cessato.

L’intervento a gamba tesa delle istituzioni finisce spesso per peggiorare la relazione tra i coniugi: il tribunale è senza ombra di dubbio il luogo in cui le relazioni appaiono pessime per definizione.

Occorre quindi promuovere la cultura della famiglia quale culla dell’educazione e delle buone relazioni, nonché offrire strumenti efficaci per gestire le problematiche relazionali sul nascere piuttosto che soffiare sul fuoco del conflitto a vantaggio di alcune categorie professionali, nell’interesse e per il bene del bambino, dei genitori, della famiglia.

Stefano Boschi