La famiglia in tribunale: il rapporto tra giurisprudenza e psicologia

Quando le istituzioni iniziano ad occuparsi delle problematiche del minore, le due sfere di competenza che scendono in campo sono quelle giuridica e psicologica.

Occorre però domandarsi se la psicologia debba essere subordinata alla giurisprudenza o se la giurisprudenza debba rappresentare il necessario supporto all’intervento psicologico.

Il punto è che l’entrata a gamba tesa delle istituzioni nelle dinamiche della famiglia o del sistema relazionale disfunzionale finisce, di regola, per peggiorare la situazione tra i genitori: il tribunale è, infatti, il luogo in cui le relazioni appaiono pessime per definizione!

Le conoscenze teoriche e operative indispensabili a realizzare la tutela del minore attraverso la tutela del sistema relazionale all’interno del quale questi si trova inserito sono radicate nelle teorie sullo sviluppo infantile e dei modelli relazionali piuttosto che negli articoli della giurisprudenza: pensare altrimenti sarebbe come usare la cartina di Milano per orientarsi a Roma o viceversa.

Attualmente è il giudice che decide il da farsi facendo leva sulle conoscenze della psicologia (oltre che sulle informazioni che gli vengono fornite dagli assistenti sociali), anche se tali conoscenze non sono da lui possedute direttamente quanto piuttosto contenute nelle relazioni dei diversi consulenti tecnici, il CTU e il CTP.

Il giudice fa riferimento a tali relazioni (anche se come peritus peritorum non sarebbe tenuto a farlo) dopo aver scelto il consulente d’ufficio o CTU che avrà il compito di redigerle, consulente che si rivela inevitabilmente in linea con i suoi – del giudice – valori e con le sue convinzioni.

A quel punto, per quanto riguarda il risultato della perizia e i provvedimenti che seguiranno, sarà un po’ come aver chiesto all’oste se il vino è buono!

Giungiamo così alla conclusione che, allo stato attuale, la psicologia si rivela l’ancella della giurisprudenza, la quale ricopre un ruolo di regia nei confronti della prima.

Possiamo anche ribaltare questa prospettiva, stabilendo che la giurisprudenza debba fornire alla psicologia i mezzi per intervenire sul sistema relazionale in condizioni di criticità al fine di risanare la relazione danneggiata, per quanto ciò si riveli possibile.

La necessità che la giustizia supporti l’intervento psicologico risulta particolarmente evidente nel caso di alienazione genitoriale grave, quando il figlio è ormai fagocitato (un tempo si sarebbe detto “plagiato”) da un genitore che l’ha spinto a mettersi contro l’altro interrompendo ogni rapporto.

Se il giudice non dispone misure atte al ripristino del tessuto relazionale lacerato tale obiettivo non sarà realizzabile, giacché il genitore alienante spesso erige una barriera invalicabile nei confronti di ogni tipo di intervento rivolto a se stesso così come al figlio.

In particolare, l’inversione del collocamento appare un provvedimento giuridico necessario quando non c’è altro modo per impedire l’effetto “Penelope”, rappresentato dal neutralizzare gli effetti benefici di un eventuale percorso psicologico attuato a beneficio del figlio.

In tale contesto è l’operatore esperto in materia psicologica che dovrebbe svolgere il ruolo di regista piuttosto che il giudice fornendogli indicazioni sul da farsi, non viceversa.

Visto il dilagare delle problematiche relazionali, a volte con tragiche conseguenze, tale ribaltamento di prospettiva appare non solo auspicabile bensì irrinunciabile e improcrastinabile.

Va anche considerata la questione non marginale dei tempi della giustizia. Capita che i problemi relazionali tra i genitori che coinvolgono i figli vengano “risolti” quando questi sono ormai abbastanza grandi da autodeterminarsi, il che accade di regola con il raggiungimento della soglia preadolescenziale o di quella adolescenziale.

In questi casi si dovrebbe paradossalmente affermare che il tempo cura ogni male, soprattutto quelli legati ai tempi, all’indeterminazione e all’inefficacia della giustizia nel porvi rimedio! Bisogna quindi rendersi conto che il bambino non ha tempo di attendere i tempi della giustizia.

Se i tempi della giustizia sono troppo lunghi occorre aggirare l’ostacolo, il che non appare possibile se la decisione nei riguardi dell’intervento volto ricucire i rapporti genitore-figlio lacerati proviene da tale ambito.

Occorre quindi che la psicologia assuma il ruolo di regista e tracci il percorso che i componenti del sistema relazionale dovranno seguire per uscire dall’impasse, valendosi di quello che a volte appare l’indispensabile supporto della giustizia.

Nel momento in cui manca la collaborazione da parte dei genitori la giustizia viene, infatti, a rappresentare una necessaria fonte di motivazione eteronoma, come nel caso in cui il giudice presenti come alternativa al ricollocamento del minore o prescriva all’intero sistema relazionale un percorso di recupero delle relazioni danneggiate presso un centro appositamente attrezzato (vedi Dalla tutela del minore alla tutela del sistema relazionale).

Possiamo, dunque, affermare che la famiglia o il sistema relazionale in condizioni di criticità (come quella che fa capo all’alienazione genitoriale-parentale o di altra natura) vanno prima di tutto curati piuttosto che giudicati.

L’irrinunciabile obiettivo del giudice è stabilire dove sta il vero e il falso (secondo le prove), realizzare il giusto e combattere ciò che è ingiusto (secondo la legge).

Si tratta evidentemente di obiettivi importanti ma che non possono risultare prioritari nel momento in cui si parla dei problemi familiari o comunque relazionali come di particolari forme di patologia: sarebbe come pensare di portare una persona con una gamba rotta in tribunale piuttosto che al pronto soccorso!

Anche se sappiamo che la maggior parte di queste accuse, che finiscono quasi sempre con l’apertura di un procedimento penale, non sono fondate ma strumentali vediamo di ragionare per ipotesi: poniamo ad esempio che vi siano accuse di maltrattamenti o di abuso da parte di un coniuge nei confronti dell’altro o del figlio.

Forse, sulle prime, non si saprebbe se tali accuse fossero o meno fondate ma si sarebbe comunque certi della presenza di un problema familiare anche se esse si rivelassero infondate (in questo caso si tratterebbe di un problema di diversa natura ma pur sempre di un problema).

Prima ancora che cercare di rispondere alla domanda “è vero o falso” occorre quindi – ponendosi nella prospettiva psicologica – prendere in carico la famiglia e cercare di aggiustare i problemi relazionali così come appaiono: è nel corso di questo lavoro che potrà poi emergere la risposta alla domanda riguardante la fondatezza o meno delle eventuali accuse.

Considerare prioritaria la questione riguardante il vero-falso – ponendosi quindi nella prospettiva della giustizia – potrà implicare che passi molto tempo prima che le indagini siano concluse, che il loro esito non sia certo o che il giudice disponga nel frattempo il ricollocamento cautelativo del minore (come in effetti avviene in molti casi).

Gli obiettivi che vanno considerati prioritari in questo ambito – come dovrebbe essere per tutte le problematiche che affliggono le persone o i sistemi relazionali – fanno capo all’utilità e al benessere piuttosto che alla verità: anche se la scoperta della verità può diventare una tappa fondamentale nel perseguimento del benessere occorre però non perderlo di vista.

La legge dovrebbe piuttosto colpire coloro che pur trovandosi all’interno delle istituzioni preposte ad aiutare la famiglia, i genitori e il minore usa il potere conferitogli dal proprio ruolo per andare contro tali obiettivi.