La famiglia in condizioni di criticità: quando l’allontanamento del minore non è indispensabile

Una questione oggi alquanto dibattuta riguarda cosa fare di fronte a maltrattamenti e abusi ai danni di minori da parte dei genitori o di chi dovrebbe prendersi cura di loro.

La prassi spesso seguita dai Servizi Sociali a fronte di situazioni di grave inadempienza da parte dei genitori prevede l’allontanamento del minore dalla famiglia e la sua ricollocazione in strutture idonee, comunità di accoglienza, terapeutiche o case famiglia.

Più che una scelta suona come un dilemma, dato che pur in presenza di un comportamento disfunzionale da parte dei genitori nei confronti del figlio l’allontanamento rappresenta comunque un evento traumatico per lo stesso.

Siamo così di fronte alla seguente domanda: se il bambino viene maltrattato o abusato cosa si dovrebbe fare, lasciarlo lì dove si trova e permettere quindi che continui ad essere maltrattato o abusato oppure sottoporlo ad un trauma di diversa natura che potrebbe preludere ad un futuro miglioramento delle sue condizioni?

Sembra quindi che la scelta sia quella del male minore piuttosto che della soluzione migliore, anche se nelle precedenti considerazioni abbiamo trascurato alcune premesse fondamentali.

Nel corso della seconda guerra mondiale un noto slogan nazista poneva la seguente domanda: “Caos bolscevico o ordine nazional socialista?”. Posta in questi termini la questione sembrerebbe chiara e lampante, come si potrebbe preferire il caos all’ordine?

In modo del tutto analogo vien da chiedersi come si potrebbe lasciare il bambino esposto alle gravi disfunzioni dei genitori, vedendoci quindi costretti a toglierlo alla famiglia.

Il precedente slogan nazista cela però un inganno, dato dal fatto che in entrambi i casi si tratta di regimi totalitari e perciò non si tratta di una vera e autentica scelta.

Se allo slogan si dovrebbe rispondere che in realtà la cosa migliore non è né il caos bolscevico né l’ordine nazional socialista in quanto entrambi di impostazione totalitarista bensì la democrazia, nel caso del bambino maltrattato la cosa migliore, la soluzione reale è rappresentata da una terza via.

Questa terza via è costituita da una situazione in cui la famiglia possa essere monitorata e curata, un luogo in cui ci si prenda cura della relazione tra i suoi componenti con l’obiettivo non già di dividere anche nel caso di gravi problemi ma di accompagnarla sulla strada del cambiamento.

Proprio così! Non solo le persone come individui hanno bisogno di essere curate ma anche le famiglie, anche i sistemi relazionali. Sempre più spesso ad essere “malate” non sono tanto le persone ma le relazioni che si sviluppano tra esse, il che finisce per far ammalare anche le persone.

Si può ben capire come la scelta non sia, dunque, tra lasciare il bambino in balia di genitori inadeguati o sottrarlo agli stessi, bensì prendersi cura del sistema familiare o relazionale disastrato.

In medicina le cose funzionano proprio in questo modo. Se mi rivolgo al medico per una brutta ferita al braccio la scelta non sarà tra lasciare che essa vada in cancrena od amputare l’intero braccio: nessuno si rivolgerebbe ad un medico che proponga queste due possibilità, il che lo esporrebbe peraltro ad un procedimento penale per esercizio improprio della professione medica.

Se in medicina tale conclusione appare più che assodata e nessuno si azzarderebbe a metterla in discussione, in ambito psicologico, per quanto riguarda in particolare la tutale del minore sembra che tale principio debba ancora essere formulato.

Se il mio braccio è gravemente ferito il medico mi manderà in ospedale affinché sia curato in modo adeguato: allo stesso modo quando la famiglia è gravemente malato o disfunzionale occorre inviare i componenti della famiglia in un luogo in cui si possa curarla e guarirla.

Il luogo più adatto affinché si possa adottare la strategia del “cura invece che amputare” è la comunità, una comunità però riveduta e corretta alla luce del principio non già della “tutela del minore” ma di “tutela del sistema relazionale” di cui il minore ha bisogno.

Sarebbe altrimenti come pensare che una pianta possa crescere sana e forte una volta che fosse privata della terra in cui affonda le radici.

Il minore è come una pianta e la famiglia rappresenta la terra in cui affondano le sue radici: se la terra è avvelenata occorre bonificarla affinché la pianta possa continuare a crescere in modo adeguato.

Oggi lo Stato spende una quantità impressionanti di denaro pubblico riversandolo nelle casse delle comunità alloggio la cui funzione è in molti casi segregare, separare, sgretolare la famiglia, il che accade nel momento in cui il minore viene allontanato dalla stessa senza che venga messo in atto un piano terapeutico per correggerne le disfunzionalità.

Tali denari potrebbero e dovrebbero essere invece investiti in progetti di formazione di operatori che avessero questo obiettivo professionale, quello cioè di ricucire il tessuto relazionale lacerato e di supportare i genitori nello svolgimento delle proprie funzioni qualora siano “realmente” compromesse.

Per completare il quadro voglio sottolineare il fatto che a volte il bambino viene allontanato sulla base di una semplice denuncia, senza che siano poi avviate le procedure di indagine volte ad appurare se si tratta semplicemente di un marito o di una moglie gelosi, di un parente senza figlio che vuole prenderne uno già pronto per l’uso, di un vicino che non sopporta quando dall’altra parte del muro si alza la voce.

Tali procedure di indagine, peraltro previste dalla legge, spesso vengono date per scontate in situazioni che non lo sono affatto, come se chi effettua il ricollocamento godesse del dono della chiaroveggenza e non avesse affatto bisogno di discernere il vero dal falso.

Dobbiamo renderci conto che problematiche di questa natura richiedono uno stretto connubio tra giurisprudenza e psicologica, dove la prima svolga il ruolo di supporto alla seconda e non viceversa come avviene oggi, altrimenti ci troveremmo nelle condizioni di voler riparare un orologio con gli strumenti della carpenteria pesante.

Massimo Rosselli del Turco