La disciplina a scuola: quali regole servono davvero?

Nella visione attuale della scuola la disciplina sembra un ingrediente insostituibile, il problema è che sembra costituire una merce rara, che scarseggia ogni giorno di più.

Da parte degli insegnanti è considerata indispensabile per tenere assieme l’intero establishment didattico, di conseguenza l’obbedienza da parte dell’allievo diventa un valore importante all’interno della scuola, perciò il tradizionale voto in condotta, che riecheggia la vecchia società vittoriana, appare duro a morire.

Ecco che il comportamento, l’atteggiamento tenuto in aula dagli studenti viene valutato al pari della conoscenza delle altre materie, pur non avendo un libro di testo e non essendo previste lezioni per acquisirne i fondamenti.

Non sempre si tiene a mente che esistono due forme di disciplina, non solo diverse ma addirittura contrapposte: una che si basa su una genuina motivazione personale, l’altra sull’imposizione (almeno sul tentativo in tal senso) da parte di qualcuno.

La prima caratterizza l’attività dello sportivo che intende raggiungere un certo risultato mentre l’altra è quella del soldato, il quale deve andare a combattere una guerra che non vorrebbe combattere.

Questa seconda forma di disciplina pone lo studente di fronte al bivio costituito da piegarsi o ribellarsi: entrambi i casi non sono desiderabili in ambito didattico e  a onor del vero  in nessun ambito, giacché se il primo lo rende passivo il secondo lo spinge a comportamenti di natura asociale se non addirittura antisociale.

Non si vuole affermare che la disciplina non sia importante quanto piuttosto che in assenza di una motivazione intrinseca finisce per diventare la segnatura della scuola autoritaria, il tramonto della creatività e dell’autenticità, una sorta di gabbia che imprigiona.

La disciplina non può essere disgiunta da una genuina motivazione personale. Se bastasse dire agli allievi che devono stare attenti, devono studiare, devono fare i compiti, devono andare bene a scuola allora basterebbe dire “soldi, soldi, soldi” per diventare ricchi!

Paradossalmente, se funzionasse così sarebbe addirittura peggio. Significherebbe, infatti, che non abbiamo a che fare con esseri umani ma con automi programmabili. Ma è davvero questo che vogliamo per i nostri figli?

Ribaltando la questione, se dicessi agli insegnanti che devono apprendere un certo metodo, magari corredando la mia ingiunzione con spiegazioni scientifiche inoppugnabili che ne dimostrassero la validità, pensate che basterebbe? No di certo, a meno che non riuscissi a svilupparne in loro una motivazione in tal senso.

La necessità di disciplina discende da quella di adeguamento alle regole e rappresenta quindi un fattore importante nell’adattamento.

Ciò a condizione che da disciplina eteronoma (ossia impostata su regole stabilite da altri) si trasformi ben presto in disciplina autonoma o appunto in autodisciplina quale precursore dell’autonomia (dal greco autònomos, ossia “legge propria”), fattore fondamentale per una vita felice.

Per quanto riguarda poi le punizioni, corollario della disciplina imposta in modo autoritario, il problema è dato dal fatto che normalmente esse sono inflitte come ritorsioni piuttosto che essere utilizzate come strumenti educativi (in questo caso dovremmo attribuirvi un nome diverso): l’autorevolezza abbandona così il campo per lasciare il posto all’autoritarismo.

Occorre perciò distinguere accuratamente tra responsabilità e dovere: ben lungi dal costituire elementi analoghi o allineati essi occupano, in realtà, posizioni opposte in riferimento ai ruoli attivo e passivo ricoperti dallo studente.

Mentre la responsabilità comporta l’assunzione di un ruolo attivo (dall’inglese respons-ability), la capacità cioè di rispondere in modo adeguato alle richieste ambientali, il dovere ne implica uno passivo nel momento e nella misura in cui non si può fare altrimenti.

La prima è appannaggio della persona libera, il secondo caratterizza invece la condizione di chi è dipendente, bambino piccolo, prigioniero o schiavo che sia.

I più significativi progressi dell’umanità non sono stati compiuti grazie al dovere, alla frusta o alle punizioni di qualsivoglia natura bensì in forza della genuina e profonda motivazione personale: gli astronauti che sono andati sulla Luna non lo hanno fatto perché dovevano ma perché lo volevano.

In conclusione, è prioritario che la scuola investa sulla motivazione e riformuli il concetto di disciplina, allineandolo con quanto sappiamo dell’essere umano.

Stefano Boschi