Il rapporto tra alienazione, violenza familiare, conflitto genitoriale

Credo sia prima di tutto necessario precisare il significato del verbo “alienare” ovvero “rendere qualcuno estraneo, ostile ad altri, far perdere a qualcuno l’altrui benevolenza, allontanare”: questo verbo è tanto più crudo e terribile se riguarda madri, padri e figli.

Al corrispondente sostantivo “alienazione”, poi, preferisco aggiungere l’aggettivo “parentale”, piuttosto che “genitoriale” spesso in uso, perché chi viene allontanato – incolpevole – e trasformato in un nemico non è solo l’altro genitore.

Si induce, infatti, un’ostilità ingiustificata e feroce anche nei confronti di tutta la sua famiglia e, ancora più in modo allargato, di tutto il suo contesto amicale: queste tragedie, quindi, coinvolgono e travolgono anche nonni, zii, amici, ecc.

Di frequente trovo persone anche molto sensibili alle tematiche che ruotano attorno ai terribili fatti di violenza familiare che sempre più spesso, avendo ormai raggiunto picchi di brutalità tali sfociare in delitti efferati, vengono rimbalzati dai media.

Mi capita dunque di discutere perché in molti ancora non riconoscono l’alienazione e, richiamandosi a chi per primo ne ha parlato (il discusso psichiatra forense americano Richard Gardner morto nel 2003), negano tout-court questo fenomeno.

Spesso mi trovo dunque a spiegare che l’alienazione è senza dubbio una forma di violenza familiare che si innesca all’interno delle coppie, in particolare durante le separazioni giudiziali: quando c’è alienazione quindi è inevitabile si sia sempre all’interno di un contesto familiare che presenta un’inaudita violenza.

Alienare un figlio richiede un grado di crudeltà assoluta che va al di là della violenza direttamente agita da un adulto sull’altro. L’alienazione supera poi anche lo stadio successivo: va al di là pure della violenza assistita ovvero supera per disumanità quella di permettere ad un figlio di assistere (direttamente o indirettamente) alle violenze tra i suoi genitori.

Come ho già detto, infatti, l’alienazione trasforma i figli da vittime passive, da astanti, da spettatori della violenza tra adulti, a vittime attive, attori in prima persona della violenza inflitta ad un genitore.

Quando c’è alienazione c’è stata e c’è sempre violenza: prima violenza tra adulti e poi violenza di un adulto che manipola il figlio (la violenza psicologica è di fatto una violenza terribile in quanto subdola e male si è fatto a cancellare il reato di plagio, e male si fa a procrastinare ancora l’introduzione del reato di alienazione).

Una violenza psicologica del genere, un condizionamento tale da costringere un figlio a rifiutare e, di norma, a denunciare per reati gravissimi uno dei genitori sottende un trauma presente e futuro non sanabile per un bambino o un ragazzo spinto ad “amputare” una parte di sé per compiacere un genitore; va anche ricordato che –quando il figlio alienato riuscirà a liberarsi da tale influenza malevola- soffrirà di terribili sensi di colpa, rimorsi tali da far aumentare enormemente il rischio suicidario per questi ragazzi.

L’alienazione, quindi, si sviluppa sempre all’interno di un contesto violento (e le forme di violenza sono davvero tante, alcune – le più infide – sono sottili e quasi invisibili, non lasciano segni e, quindi, nei Tribunali non trovano ascolto) ma non è necessariamente vero il contrario: non sempre la violenza familiare sfocia (anche) in alienazione.

Un altro aspetto che va chiarito perché nei Tribunali spesso viene confuso è la differenza tra alienazione e conflitto genitoriale.

Nel conflitto genitoriale ci sono due adulti in conflitto e dal conflitto possono rimanere estranei i figli limitando la disputa e lo scontro tra i coniugi, l’alienazione invece non può essere ridotta ad una pura dinamica conflittuale: perché il conflitto non è l’aspetto essenziale e perché non si centra l’attenzione sull’indottrinamento del figlio.

Nell’alienazione non c’è necessariamente una disputa uno contro uno, alla pari, ma c’è invece un genitore-programmatore che si accanisce contro l’altro genitore ridotto in condizione da non potersi neppure difendere: non c’è scontro tra uguali, c’è una madre o un padre ridotti all’impotenza. Nessun conflitto, solo sopraffazione.

Sbagliate nella sostanza dunque le sentenze che riconducono l’alienazione ad un conflitto genitoriale: così facendo non se ne coglie la sostanza, la si svilisce e si attiva il processo della vittimizzazione istituzionale o “vittimizzazione secondaria”.