Genitorialità e comunicazione: il potere del “non detto”

Si dice che la penna ferisca quanto la spada se non di più, anche se nessuno considera il male che a volte fa evitare il dialogo. La prima regola della comunicazione è, quindi, parlare!

Anche se suona come una battuta di spirito purtroppo non lo è. Non è che tra genitori e figlio non si parli ma lo si fa solo in particolari circostanze e a proposito di certi argomenti: per le situazioni spiacevoli e le emozioni definite “negative” sembra esservi una sorta di tabù non dichiarato che impone di tacere.

Esistono convinzioni limitanti che nutriamo gelosamente come se fossero la quintessenza della verità: alcune appaiono tipicamente maschili mentre altre tipicamente femminili, altre ancora condivise.

Quelle tipicamente al maschile sono del tipo «Ma che figura ci faccio se dico che mi sento … ecc. ecc.!?!», mentre quelle tipicamente femminili (da cui comunque gli uomini non sono affatto immuni) suonano un po’ come «Lo deve capire da solo che … ecc. ecc.!».

In questo secondo caso sarebbe come andare dal salumiere e, mentre ci chiede «Cosa posso servirle?», guardarlo senza dirgli che vogliamo un etto di prosciutto aspettando che lo capisca da solo!

Se il salumiere non può, ovviamente, comprendere qualcosa di così banale come possiamo pensare – e sperare – che qualcuno comprenda cose ben più complesse e profonde come i nostri bisogni e le nostre emozioni?

Le convinzioni condivise ruotano poi attorno alla considerazione secondo la quale ciò che è «negativo» non va affatto comunicato, come se le emozioni potessero essere «negative» o «positive».

Piacevoli e spiacevoli sì, ma è un altro conto. Se non vi fossero emozioni “spiacevoli” non potremmo goderci la vita, come ci fa comprendere la storia del gangster. Un giorno un noto gangster muore e, consapevole di aver commesso ogni sorta di malefatte, è convinto che finirà all’inferno.

Dopo pochi istanti si ritrova in un luogo molto bello e pieno di ogni confort. Si chiede come mai si trovi in un posto così, molto diverso da quello che aveva immaginato essere l’inferno.

I giorni passano e si accorge di non avere nemmeno il tempo di desiderare qualcosa che subito gli viene concesso. Desidera buon cibo ed è subito a sua disposizione, desidera giocare d’azzardo e si trova al tavolo con altri giocatori, desidera belle donne ed eccole comparire.

Annoiato, pensa che in vita doveva lottare per avere qualcosa e ciò gli dava soddisfazione ma dov’è ora non ha modo di farlo, sembra che ogni cosa appaia non appena la desideri: nel momento in cui si chiede se non sarebbe stato meglio andare all’inferno ode la voce di Dio che gli dice «Ma tu sei all’inferno!».

Il non detto produce i danni peggiori nelle situazioni di conflitto, quelle in cui il genitore perde le staffe dopo che il figlio ne ha combinate di tutti i colori e – visto che la pazienza è una risorsa limitata – dice cose e agisce in modi di cui poi si pente.

Dato che la precedente situazione si è rivelata molto spiacevole cosa succede? Entrambi evitano di parlarne per non rinnovare il dispiacere: il problema è che proprio in questo modo esso finisce per essere conservato nel tempo … come in frigorifero!

Evitando di parlare degli stati d’animo questi, infatti, non possono essere elaborati, rimangono racchiusi nel mondo interno di ognuno fino a che il proprio vaso di Pandora finisce per essere colmo: è a quel punto che la relazione inizia a deteriorarsi.

Andando alla radice di questo problema bisogna dire che quando le persone – genitori e figli compresi – cercano di parlare di un evento spiacevole per potersi capire spesso riescono a fallire adottando un metodo ben preciso, anche se lo fanno in modo affatto consapevole.

Quando si riprende un episodio increscioso si tende a parlare in termini di ciò che è vero e falso nonché giusto e sbagliato: ovviamente ciò che ognuno afferma in prima persona è vero e giusto mentre ciò che afferma l’altro è falso e sbagliato.

Nel sostenere le nostre opinioni dovremmo tener conto che il luogo in cui le uniche cose che contano sono la verità e ciò che è giusto è il tribunale, luogo in cui le relazioni sono ovviamente le peggiori!

La Comunicazione libera dai conflitti suggerisce di riprendere le situazioni conflittuali quando l’onda emotiva è passata e di parlare proprio di questo, di ciò che si ha provato, dei propri stati d’animo spiacevoli – primo tra tutti la rabbia – e dei propri bisogni frustrati – primo tra tutti quello di essere considerati e riconosciuti.

Se si comunica in questo modo è tecnicamente impossibile entrare in conflitto e ci si può scambiare la cosa per noi più importante all’interno di qualsiasi relazione, a maggior ragione quella con i nostri figli: la comprensione!

Si tratta di infrangere le due convinzioni che abbiamo appena citato: «Ma che figura ci faccio se dico che mi sento … ecc. ecc.!?!», «Deve capire che … ecc. ecc.!».

In realtà, paradossalmente è proprio la condivisione di ciò che è più spiacevole a rinsaldare le relazioni: non a caso, uno tra i legami più forti si osserva tra gli ex commilitoni, tra le persone che hanno combattuto la guerra, giacché hanno potuto condividere gli stati d’animo più spiacevoli e profondi, come la disperazione, la paura della morte, il terrore.

Le situazioni più difficili che si verificano tra genitore e figli possono perciò diventare una sorta di collante che rinsalda la loro relazione, a condizione però che si eviti di cadere nel gioco del pubblico ministero e dell’avvocato difensore, di parlare cioè in termini di vero-falso e di giusto-sbagliato.

Se la comunicazione è la chiave delle buone relazioni il parlare di ciò che si prova, di stati d’animo e bisogni, è la chiave della comunicazione libera dai conflitti, avendo cura di utilizzarla come il sale sul cibo, cioè a piccole dosi e quando serve.

Stefano Boschi