Il nozionismo nella didattica: il fenomeno dell’appiattimento cognitivo

Se un tempo la scuola finlandese rappresentava un modello da imitare oggi le cose stanno cambiando: l’edizione 2015 del PISA (Program for International Student Assessment) mostra un declino iniziato nel 2012, quando per la prima volta il punteggio nei test matematici non rientrò nelle prime dieci posizioni a livello mondiale.

I risultati ottenuti nel 2015 mostrano come oggi questo Paese si posiziona al dodicesimo posto in matematica, nel quinto in scienze e nel quarto in lettura (risultati comunque migliori di quelli italiani, dato che in lettura e in scienze la nostra scuola ha ottenuto ha un punteggio inferiore alla media degli altri Paesi esaminati).

Alla base di tale declino o come suo acceleratore si ipotizza la diffusione delle nuove tecnologie portatili a disposizione dei bambini in età scolare, il che ha caratterizzato il trascorso decennio.

Il tempo passato davanti a uno schermo lo toglie, infatti, ai libri e in Finlandia, come ci dicono le statistiche, la maggior parte degli adolescenti passa oltre quattro ore al giorno su internet (a cui va aggiunto il tempo passato davanti alla TV).

Stando ad alcune recenti ricerche sugli effetti di internet sul cervello (quindi anche sull’apprendimento), le conseguenze principali sarebbero tre: un processo di elaborazione delle informazioni più superficiale, una maggiore tendenza alla distrazione e un’alterazione dei meccanismi di autocontrollo.

Se tali risultati fossero fondati ci sarebbero buone ragioni per ipotizzare che l’incremento nell’utilizzo delle tecnologie digitali renderà sempre più difficile elaborare le informazioni nella dimensione verticale, ossia in modo approfondito piuttosto che semplicemente nozionistico.

Uno dei fenomeni studiati è stato definitoeffetto Google” o “amnesia digitale”. Quando una serie di informazioni diviene stabilmente accessibile, come nel caso in cui si scarichi un file sul proprio pc, si tende a dimenticarne prima i contenuti.

In studi sperimentali si è osservato che i soggetti ai quali veniva detto che particolari informazioni sarebbero state disponibili sul loro pc tendevano a dimostrarsi meno abili nel rievocarle di quelli a cui era detto che le stesse informazioni non sarebbero più state disponibili.

In qualche modo collegato a tale aspetto appare l’altro fenomeno denominato “supplant thinking”, la tendenza cioè ad evitare di cercare la soluzione di un problema anche se alla propria portata, affidandosi invece ad una fonte disponibile su internet.

Anche la memoria visiva pare subire effetti analoghi a causa della pratica di fotografare frequentemente.

In uno studio condotto sui visitatori ad un museo d’arte, coloro che avevano fatto uso in maniera sistematica di smartphone per fotografare erano meno in grado di descrivere successivamente le opere osservate.

Esiste, per converso, anche un ampio fronte di entusiasti che ha suggerito vistosi effetti cognitivi positivi prodotti dal digitale, che sarebbero appannaggio dei cosiddetti “nativi digitali”, espressione coniata dal giornalista americano Marc Prensky e che si riferisce a coloro che sono nati nel periodo di grande diffusione dei dispositivi digitali, primo fra tutti il personal computer.

Questa sorta di immersione precoce nel cyber space li porterebbe a sviluppare capacità di interazione e modalità di apprendimento in perfetta simbiosi con le tecnologie, risultato irraggiungibile dagli “immigrati digitali”, coloro che sono nati prima del 1984.

Se vogliamo mettere un po’ di ordine in questo coacervo di studi che affermano tutto e il contrario di tutto dobbiamo necessariamente riferirci ad ambiti paralleli, alla ricerca di una conferma o di una smentita a quella tendenza che possiamo chiamare appiattimento cognitivo che sembra caratterizzare la nostra epoca.

L’appiattimento cognitivo sarebbe rappresentato dallo sviluppo prevalentemente orizzontale della sfera cognitiva, ossia del modo in cui elaboriamo le informazioni o pensiamo: nella didattica ciò corrisponderebbe al caro e vecchio nozionismo.

Tra gli ambiti paralleli e allo stesso tempo particolarmente significativi va certamente annotata la medicina odierna, che cerca di ripristinare lo stato di salute rispondendo semplicemente alla domanda «Come si è sviluppata la malattia?» piuttosto che «Perché si è sviluppata?».

È come se di fronte al fiume che scorre in salita ci si chiedesse come si può farlo fluire verso il mare, piuttosto invece che cercare di capire il motivo per cui ha iniziato a scorrere verso la montagna.

Il “come” deve necessariamente stare dentro il “perché” e non viceversa, altrimenti il rischio è perdere il senso delle cose, di ritrovarsi in una realtà apparentemente caotica all’interno però di un universo evidentemente ordinato.

Rudyar Kipling affermava di avere sei fedeli servitori, Chi, Cosa, Come, Quando, Dove e Perché, e che questi fedeli servitori gli avevano insegnato tutto ciò che sapeva.

La medicina, così come accade anche nel caso del nozionismo didattico, fa affidamento solo su alcuni di questi servitori, in particolare Cosa, Come e Dove (vedi i “meccanismi patogenetici” e l’organo o la funzione colpiti), semmai anche Quando (le circostanze nelle quali è insorta la malattia), tralasciando però completamente Perché.

I sei servitori descritti da Kipling non appartengono tutti alla medesima dimensione: mentre i primi cinque si riferiscono a quella orizzontale il Perché afferisce a quella verticale.

Se la medicina utilizzasse anche il sesto servitore dovrebbe cambiare dimensione o, per meglio dire, aggiungerne una.

Si tratterebbe cioè di processare i dati non esclusivamente all’interno dell’ambito biologico ma di includere questo ambito all’interno di uno più vasto in grado di contenerlo e di attribuirvi significato, ossia quello psicologico, che si colloca su un livello logico-funzionale superiore (da cui la medicina psicosomatica).

Come affermava Ippocrate, sapere che tipo di persona è affetta da una malattia è più importante che sapere il tipo di malattia di cui è affetta una persona.

Sul piano didattico, nel momento in cui alla monodimensionalità del sapere nozionistico si associasse la bidimensionalità della metacognizione si inizierebbe a procedere in questa direzione, guidati dal sesto servitore di Kipling, dalla domanda “Perché accade?”.

Ecco che la didattica acquisirebbe una duplice dimensione, nozionistica e logica, destinata poi ad allargarsi ad una terza rappresentata dalla visione del mondo.

Si passerebbe così da un piano di elaborazione dei dati e di esplorazione della realtà orizzontale ad uno verticale, il che in termini spaziali corrisponderebbe alla terza dimensione, quella della “profondità”.

Il progressivo impoverimento – oltre appiattimento – cognitivo è probabilmente favorito dalla tendenza mediaticamente diffusa del tutto-e-subito e mordi-e-fuggi, quali modalità tipiche del web: tutti possono essere esperti, campioni persone di successo a condizione che acquistino un certo prodotto.

La verità è cha il progressivo incremento del livello tecnologico da una parte e l’appiattimento e l’impoverimento cognitivo dall’altra stanno creando una pericolosa forbice, che pone un serio quesito su come potremo procedere nei prossimi decenni.

Per invertire tale tendenza occorre sviluppare il ragionamento fondato sul perché delle cose e non solo sulle cose stesse, come avveniva ai tempi di Socrate con la maieutica: è il perché, dunque, il fattore in grado di verticalizzare la nostra sfera cognitiva, di aggiungervi spessore e con essa la terza dimensione.