Il fattore “X”: l’alienazione è davvero una patologia della relazione?

Quando si parla di alienazione genitoriale o parentale occorre operare alcune importanti distinzioni, per non rischiare di prendere fischi per fiaschi.

Vi sono casi in cui il figlio rifiuta autonomamente di incontrare un genitore, il che potrebbe avvenire anche a causa dell’inadeguatezza di quest’ultimo: in tali frangenti non si può a giusta ragione parlare di alienazione bensì di estraneazione, fenomeno che punta ad un problema di fondo nel rapporto tra genitore e figlio.

Ascoltando certi racconti viene spontaneo porsi una domanda che suona tanto importante quanto inquietante: come può, a volte, rivelarsi così facile far sì che il figlio prenda le distanze da un genitore, finendo addirittura per rifiutarlo?

Di fronte al racconto di figli che, recatisi presso l’altro genitore per trascorrere il fine settimana, si sono poi rifiutati di ritornare rimaniamo profondamente perplessi e viene naturale chiedersi come ciò sia possibile.

Nel tentativo di chiarire questi che appaiono veri e propri “misteri” delle relazioni umane occorre prendere in esame quanto avviene nell’intero sistema familiare, nella consapevolezza che quello dell’alienazione non è un problema che si colloca nella dimensione individuale – non essendo una sindrome che affligge soltanto e unicamente il bambino – bensì in quella sistemico-relazionale.

In precedenza abbiamo presentato l’identikit del genitore alienante e delle azioni che in cui si sostanzia il processo di alienazione da questi messo in atto (campagna denigratoria, induzione del conflitto di lealtà, ricatto affettivo).

Se le caratteristi che del genitore alienante possono considerarsi i fattori specifici dell’alienazione genitoriale, essendo attinenti alle sue variabili personologiche (tratti di carattere e comportamenti), quelli che potremmo definire i fattori aspecifici vanno invece ricercati nelle caratteristiche della nostra società e della nostra cultura.

Se da una parte la famiglia si rivela il teatro in cui si replicano le situazioni frustanti e i traumi che hanno costellato la nostra infanzia, dall’altra affidiamo più o meno consapevolmente alle relazioni stabili (come appunto quelle familiari) il compito di realizzare il nostro segreto sogno di felicità.

Dovremmo forse concludere che le persone, pur pensando di stabilire relazioni affettive sulla base di presunte affinità elettive, dietro le quinte della loro consapevolezza mostrano la tendenza a rivivere a volte drammaticamente le problematiche infantili non risolte?

Questa ipotesi è tutt’altro che nuova. Freud etichettò questa tendenza tra il bizzarro e il drammatico a ripetere situazioni relazionali che si rivelano frustranti come “coazione a ripetere”, ponendola sotto l’egida della “pulsione di morte”.

Se i componenti della coppia non hanno in precedenza lavorato per sciogliere i diversi nodi che ognuno porta inconsapevolmente con sé nel proprio zaino interiore, questo è il rischio a cui sono soggetti.

A volte ci accorgiamo, con sgomento, che le nostre relazioni problematiche riflettono un preciso modello, come un disco rotto che continua a ripetersi volta dopo volta più o meno nello stesso identico modo.

Come se non bastasse i rapporti insoddisfacenti si rivelano inspiegabilmente più stabili di quelli gratificanti, il che ovviamente va contro ogni buonsenso e ogni logica.

Da Freud in poi diversi autori si sono cimentati nel tentativo di fornire spiegazioni alternative a quella che farebbe capo alla pulsione di morte: una di queste fa capo alla teoria della “tirannia delle emozioni”.

Si tratta dell’ipotesi per la quale la relazione con i nostri genitori è stata per noi talmente importante a causa di ciò che abbiamo provato che tendiamo a replicarle per il resto della nostra vita: se furono cariche di stati d’animo spiacevoli, questi sarebbero ancora oggi alla ricerca di accoglimento.

Ecco il motivo per cui si presenterebbero di nuovo e di nuovo sul palcoscenico delle nostre relazioni adulte, spingendoci a replicare la stessa vecchia sceneggiatura con la speranza di poter riemergere ed essere finalmente riconosciute e accettate.

Tale tirannia – occultata da una fitta coltre di beate convinzioni riguardo l’amore romantico – creerebbe le premesse per l’insorgere di quelle dinamiche familiari che condurrebbero all’alienazione genitoriale.

Tale forma di patologia delle relazioni familiari potrebbe quindi iniziare subdolamente a farsi strada nella coppia che decide di formare una famiglia nel momento in cui la loro unione viene allietata dalla nascita di un figlio.

La dimensione relazionale del fenomeno appare caratterizzata da 5 potenziali fattori che riguardano la funzione genitoriale del genitore questa volta alienato ed appaiono predisponenti l’alienazione stessa:

  • mostra un atteggiamento distaccato
  • manca di stabilire un contatto relazionale profondo
  • dedica poco tempo al figlio, manifesta carenti espressioni affettive
  • manca di autorevolezza e di decisione
  • trasmette valori in conflitto con i bisogni del figlio.

Nel loro insieme questi cinque aspetti della genitorialità possono essere considerati il fattore “X”, ciò che faciliterebbe l’azione alienante attuata dall’altro genitore.

Si tratta degli aspetti comportamentali-relazionali che devono essere tenuti in gran conto al fine di prevenire l’alienazione genitoriale.

Tale fattore X fornisce, inoltre, preziosi suggerimenti sul piano educativo in termini di linee guida necessarie per un’educazione a misura di bambino piuttosto che di una società fondata sulle strutture economiche.