Il disegno di legge “Pillon”: verso l’affido materialmente condiviso

Lo scorso agosto è stato presentato alla commissione Giustizia del Senato il disegno di legge 735, meglio conosciuto come “DDL Pillon”, che introduce una serie di modifiche in materia di diritto di famiglia, separazione e affido condiviso dei minori, in ottemperanza agli intenti contenuti nel contratto di governo, che tra le altre cose prevede il contrasto all’a­lienazione genitoriale.

L’obiettivo dichiarato è la progressiva “de-giurisdizionalizzazione” del conflitto familiare in relazione all’affido del minore e la volontà di rimettere al centro la famiglia e i genitori, lasciando al giudice il ruolo residuale di decidere nel caso di mancato accordo.

Prima del 2006, quando fu approvata la legge 54 che introduceva l’affido legalmente condiviso congiunto o alternato, il tribunale aveva il compito di stabilire a quale genitore i figli dovessero essere affidati in via esclusiva.

Il senatore Pillon sostiene che tale legge sia rimasta in gran parte sulla carta e non sia stata effettivamente applicata come avrebbe dovuto, giacché nel 90% saremmo ancora di fronte ad affidi che nei fatti si rivelano ancora esclusivi.

Le sue affermazioni fanno però probabilmente riferimento ad alcuni dati che riguardano soprattutto questioni economiche: nel 69 % dei casi in cui è presente un figlio minore la casa coniugale viene assegnata all’ex moglie e nel 94 % delle separazioni con assegno di mantenimento esso viene corrisposto dal padre.

In ogni caso, questo disegno di legge si propone di rendere effettivo e operativo il principio della bigenitorialità, il che dovrebbe avvenire attraverso l’equa ripartizione dei tempi di permanenza del figlio con entrambi i genitori e la doppia domiciliazione.

Uno studio effettuato su un campione molto vasto, rappresentato da ben 36 Paesi europei tra cui anche l’Italia (AA.VV, Life Satisfaction Among Children in Different Family Structures: A Comparative Study of 36 Western Societies, Children & Society, Vol. 26, 2012) giunge alla conclusione che i bambini che vivono con entrambi i genitori biologici godono di una migliore qualità di vita.

Anche se il principio è certamente valido sul piano teorico – come le statistiche sembrano unanimemente confermare – le cose potrebbero non rivelarsi così semplici.

Nei primi anni ’80 del secolo scorso, nella giurisprudenza statunitense il principio della tenera età venne sostituito da quello dell’interesse prevalente del minore, parallelamente all’introduzione dell’affidamento congiunto in sede di separazione giudiziale.

Nelle aule dei tribunali, alla prassi quasi automatica di affidare i figli alla madre (che finiva per privare i padri del loro ruolo genitoriale) è così subentrata la valutazione delle reali capacità genitoriali in vista dell’affidamento dei figli.

Ciò fece esplodere le controversie coniugali che sino a quel momento venivano azzerate in sede legale con l’assegnazione più o meno automatico del figlio alla madre.

La lotta senza quartiere per l’assegnazione della prole che di conseguenza scoppiò condusse allo sviluppo di una forma sino ad allora inedita di conflitto familiare, nella quale Gardner intravide una vera e propria patologia relazionale a cui ha dato il nome di “PAS”, la parental alienation syndrome.

Il DDL Pillon introduce un sostanziale cambiamento in questo quadro bypassando la questione rappresentata dalla valutazione della genitorialità che, come si può ben comprendere, lascia ampio margine alla contesa del figlio prevedendo la collocazione dello stesso presso entrambi i genitori, con equa ripartizione dei tempi di permanenza.

Sembrerebbe che in tal modo la questione fosse risolta, se non che l’Art. 11 del DDL prevede che il principio di bigenitorialità effettiva, o affido materialmente condiviso, sia subordinato all’assenza di comportamenti incompatibili con la funzione genitoriale, quali violenza, abuso sessuale, trascuratezza, indisponibilità di un genitore.

A questo punto vien da domandarsi come farà il giudice a capire se le eventuali accuse di maltrattamenti e abusi rispondono a verità o costituiscono mere menzogne, dato che, primo, la maggioranza delle separazioni giudiziali fino ad ora ha comportato un copioso e reciproco scambio di accuse e, secondo, si stima che circa l’80% di tali accuse sia di natura calunniosa (il che, di regola, è legato alla volontà di possesso esclusivo del figlio)?

Continuando in questo discorso, nel momento in cui le accuse sono di maltrattamento o di abuso sul piano fisico nei confronti del figlio o del coniuge il dubbio può essere spesso facilmente fugato: o ci sono i segni di violenza o non ci sono.

La questione diventa però più complessa nel momento in cui siano segnalati presunti maltrattamenti psicologici, nel momento cioè in cui non siano presenti segni fisici inconfutabili a sostegno delle accuse di maltrattamento.

In questo caso, per dirimere la questione il giudice dovrebbe ricorre alla consulenza tecnica o CTU , al che non avremmo ottenuto alcun vantaggio rispetto alla situazione procedurale pregressa.

A questo punto il disegno di legge prevede l’iniziale intervento del mediatore familiare finalizzato al raggiungimento di un accordo relativamente ad un “piano genitoriale”, quale precondizione per l’accesso al procedimento di separazione giudiziale, percorso previsto dal DDL proprio al fine di superare questi scogli.

Dato che basterebbero solo pochi incontri (a fronte di un massimo di 6 mesi) dopo i quali si potrebbe dichiarare il fallimento del percorso di mediazione per poter accedere alla separazione giudiziale, adducendo come motivi l’impossibilità di proseguire nel percorso di mediazione con l’altro coniuge.

Si spera quindi che tale percorso funga da deterrente nei confronti della bellicosità dei due coniugi, che potrebbero raggiungere un accordo proprio per evitare di dover sottoporsi ad esso, il che renderebbe tale percorso più uno stratagemma di Ulisse che un vero e proprio intervento volto a ridurre il livello di conflittualità.

Insomma, l’intervento del mediatore potrebbe rivelarsi un semplice proforma, privo di una reale incisività nel risolvere le problematiche di natura relazionale a monte, anche per il fatto che effettivamente non si propone un tale obiettivo.

Il rischio è quindi che la conflittualità possa trasferirsi all’interno della nuova cornice prevista dal disegno di legge una volta che esso fosse approvato dal Parlamento: in questo caso ci ritroveremmo esattamente al punto da cui si è partiti, come potrebbe accadrebbe ad una persona che procedesse nel deserto senza bussola.

Se le cose stanno in questo modo come è possibile che le statistiche a cui abbiamo prima accennato – e che rappresentano lo zoccolo duro sul quale si fonda il DDL “Pillon” non possano essere considerate un valido strumento di previsione di quanto accadrebbe?

Il fatto che in molti Paesi europei, tra cui l’Italia, i dati dimostrino che i figli cresciuti in regime di bigenitorialità effettiva godano di un benessere maggiore rispetto a quelli cresciuti in regime di monogenitorialità non significa che costringendo i genitori ad adottare tale regime le cose vadano per forza meglio per tutti, figlio compreso.

La più elevata qualità di vita del figlio in condizioni di effettiva bigenitorialità potrebbe rivelarsi correlata non solo a tale variabile ma anche ad un basso livello di conflittualità tra i genitori, oltre ad un maggior benessere economico rispetto alla media.

In altre parole, queste due variabili potrebbero risultare collocate ad un livello superiore rispetto sia alla bigenitorialità effettiva sia alla miglior qualità di vita, influendo di conseguenza in modo trainante su entrambe.

Se questo fosse il caso sarebbe, dunque, un errore pensare che l’affido materialmente condiviso imposto per legge possa determinare (secondo uno schema lineare di causa-effetto) una miglior qualità di vita del figlio.

In tal senso esistono 16 studi che hanno valutato la correlazione tra benessere del figlio in condizioni di bigenitorialità da una parte e il livello di conflittualità assieme alle condizioni economiche dall’altra: le conclusioni sono che esiste una debole correlazione positiva, ossia – stando a tali studi – non significativa.

Sembrerebbe, dunque, che la variabile davvero discriminante sia il fatto che il figlio possa vivere con entrambi i genitori.

In cima ad ogni considerazione va però posta la questione legata al significato di bigenitorialità e, dunque ancor prima di genitorialità: si tratta di qualcosa che non si può imporre dall’esterno, nemmeno con una legge.

Se davvero i problemi legati a tale funzione possono essere risolti dal giudice quale novello Re Salomone, che con la spada della legge divide a metà non già il figlio conteso bensì i tempi di permanenza allora siamo a cavallo!

Di certo le problematiche relazionali affondando le radici in profondità nella psiche, come il fenomeno dell’alienazione genitoriale mostra chiaramente, perciò senza un intervento di natura psicorelazionale sembra davvero utopistico attuare un cambiamento radicale.

In conclusione, chi vivrà vedrà. Nel frattempo ci auguriamo che questo progetto di legge sia seguito da altri che mirino al benessere della famiglia e dei figli attraverso un’azione rivolta più direttamente alle criticità relazionali e familiari come tali, che oggi si stanno rivelando vere e proprie mine pronte a far esplodere la nostra società fin nelle sue stesse fondamenta.