Il dilemma della medicina: combattere la malattia o curare il malato?

Quando il dott. Frankenstein mise assieme due braccia, due gambe, un cuore, due polmoni, un fegato, e via dicendo generò una creatura mostruosa, non un essere umano.

Il suo lavoro – almeno come fu concertato dalla penna di Mary Shelley – si concentrò sull’aspetto anatomico piuttosto che su quello funzionale: mise assieme parti di corpi diversi per poi cercare di animarli con la scintilla della vita attraverso una scarica elettrica.

Oggi la medicina moderna si concentra sull’aspetto funzionale cercando di porre rimedio al malfunzionamento dei vari organi considerandoli separatamente l’uno dall’altro, rischiando così di adottare la stessa strategia – anche se su un piano diverso – che dette vita al mostro del dott. Frankenstein.

Si badi, non voglio certo affermare che la nostra medicina non sia necessaria, utile, indispensabile. Quando ci ammaliamo di bronchite per fortuna ci sono gli antibiotici a prevenire il rischio che si trasformi in broncopolmonite e lo stesso dicasi per molte altre patologie e molti altri farmaci.

Ciò non toglie però che quando si parla di strategia, quella cosa impalpabile che sta alla base del nostro agire, la medicina finisca per ricordare il tentativo di mettere assieme i “pezzi” per ricreare un tutto che funzioni.

Esistono i farmaci per il fegato, quelli per l’intestino, quelli per il cuore, farmaci per ogni organo, tessuto e funzione: il problema è che a forza di concentrarsi sulla malattia si è perso di vista il malato e con esso lo stato di salute.

Tale modo di procedere si rivela in qualche modo e misura “abnorme”, come il cervello che Marty Feldman nei panni dell’imprevedibile Igor consegna a Gene Wilder, che impersona il dott. Frankenstein in Frankenstein junior, l’indiscusso capolavoro di Mel Brooks.

Mentre la malattia rimanda alle diverse parti e alla diverse funzioni dell’organismo lo stato di salute rimanda, infatti, all’organismo nella sua totalità, il che diventa evidente soprattutto se parliamo di prevenzione.

Oggi questo termine è oggetto di continuo fraintendimento: viene spesso confuso con lo screening diagnostico, ossia con gli esami medici il cui scopo è rilevare l’eventuale presenza di malattie, non già di prevenirle: prevenire significa, infatti, fare in modo che la malattia non venga proprio, non che possa essere semplicemente rilevata.

Nell’antica Cina le cose rispondevano ad una logica completamente diversa. Quattro volte l’anno tutta la famiglia si recava dal medico, il quale cercava in ognuno i punti deboli che avrebbero potuto trasformarsi in malattie: praticava l’agopuntura, prescriveva le erbe, correggeva la dieta, quindi veniva pagato.

La pratica medica prevedeva, dunque, tutte le attività necessarie ad impedire che le persone si ammalassero: quando ciò succedeva il medico non veniva pagato, giacché significava che aveva pratica la medicina in modo non corretto.

Curare la malattia quando era già presente sarebbe stato considerato alla stregua di mettersi scavare un pozzo quando si era già arsi dalla sete. Bisognava pensarci prima!

Al medico cinese conveniva perciò che la gente fosse in buon salute: gli ammalati gli portano via tempo senza permettergli di guadagnare e con tanti ammalati la gente avrebbe pensato che non fosse bravo.

Oggi abbiamo sovvertito questa logica. Nella sua globalità non sappiamo cosa caratterizzi la condizione di salute rispetto a quella di malattia, perché le persone si ammalano di una certa malattia piuttosto che di un’altra, ad un organo piuttosto che ad un altro, alla parte sinistra piuttosto che a quella destra o viceversa, in un certo momento piuttosto che in un altro, in coincidenza di certi eventi piuttosto che di altri.

Un’altra differenza sostanziale tra l’antica medicina cinese e la nostra è l’aver attualmente cancellato il concetto di “energia”.

Il dualismo materia-corpo vs energia viene tranquillamente accettato per i nostri elettrodomestici, che ovviamente non funzionano se non collegati alla rete elettrica, mentre per il funzionamento del nostro corpo parlare in termini di energia diventa immediatamente retaggio di antiche superstizioni che hanno caratterizzato l’era prescientifica.

Una domanda interessante è allora che cosa differenzi un organismo vivente da uno appena morto, prima che i batteri inizino a decomporne i tessuti.

Rupert Sheldrake formulò a questo proposito il concetto di “campo morfogenetico”, tentando di spiegare come sia possibile che le diverse proteine che formano i diversi tessuti funzionino in modo coerente, ordinato, non caotico, oltre che strutturalmente sempre uguale negli organismi appartenenti alla stessa specie.

Nel suo celebre libro The Presence of the Past, avanza l’ipotesi che ogni specie e con essa ogni membro di ogni specie, attingano alla memoria collettiva e si sintonizzino con i membri del passato, il che contribuirebbe a sua volta all’ulteriore sviluppo della specie in una sorta di “risonanza morfica” tra gli individui e i gruppi di una stessa specie.

Il funzionamento di un organismo complesso non può essere spiegato in modo soddisfacente facendo appello alla somma delle sue funzioni oltre che delle sue parti, ma si deve ipotizzare una regia globale che le sincronizzi come un tutto unitario ed armonico.

Tale regia va necessariamente ricercata in un fattore immateriale collocato nel regno della fisica piuttosto che della biologia, fattore che può essere astrattamente definito energia, ciò di cui si occupava primariamente l’antica medicina cinese.

Ecco dunque delinearsi il dilemma dell’odierna medicina, stroncare la malattia al suo manifestarsi oppure prendersi cura della persona: se ci si può scagliare in modo circoscritto e mirato contro una malattia non si può fare – oltre un certo limite – prevenzione in tali termini.

Se la malattia riguarda soprattutto un dato organo o una data funzione, la salute è una condizione che riguarda l’organismo nel suo complesso.

Gli ambiti della prevenzione, che interessano l’intero organismo, sono essenzialmente due: biologico e psichico, a cui si potrebbe aggiungere un terzo, quello appunto energetico.

L’ambito biologico riguarda essenzialmente l’alimentazione, un’adeguata attività fisica nonché importanti “accessori” quali la depurazione e il rafforzamento del sistema immunitario quando ve ne sia necessità (vedi in particolare l’apporto quotidiano di vitamina C, non sintetizzata dal nostro corpo e coinvolta in una quantità di funzioni, tra cui quella immunitaria).

L’ambito psichico appare senza dubbio più complesso oltre a rivelarsi il “controller” dell’interno organismo, ossia il fattore con maggiori probabilità di influire direttamente sullo stato di salute e di malattia.

Ciò è dovuto al fatto che la psiche – se considerata quale entità energetica – appare funzionalmente sovraordinata rispetto al corpo, se pensiamo che la materia rappresenti lo stato condensato dell’energia, come ha indicato la ben nota equazione di Einstein.

Parlando di prevenzione sul piano psichico ci si deve, in particolare, riferire all’attività dei nostri emisferi cerebrali: mentre il sinistro appare funzionalmente dominante per il pensiero verbale e logico quello destro appare dominante per l’elaborazione di natura emozionale.

Come affermava Epitteto nel I° secolo dopo Cristo:

 

“Non sono gli eventi ma il nostro punto di vista riguardante gli eventi la cosa che più importa. Dovremmo preoccuparci più di rimuovere i pensieri sbagliati dalla nostra mente che rimuovere gli ascessi e i tumori dal nostro corpo”

 

L’altra faccia di questa medaglia è la gestione delle emozioni: una loro errata gestione comporta il rischio di passare da “ex movere” a “pathos”: in altre parole, bloccando la naturale tendenza delle emozioni – soprattutto di quelle spiacevoli – ad essere esternate si corre il rischio di creare le premesse per l’insorgere di una certa patologia.

Per quanto riguarda la prevenzione di tutte le patologie, non solo quelle somatiche, nei nostri figli occorre poi considerare alcuni fondamentali fattori: il nostro modo di comunicare con loro, che determina la qualità della relazione genitore-figlio, e il sistema dei valori che trasmettiamo loro, che spesso tende a generare un imprecisato numero di conflitti interni, la radici di tutti i mali (vedi il precedente articolo Psicopedagogia clinica: il legame profondo tra valori e conflitti).

Stefano Boschi