Didattica efficace: il bisogno di autorealizzazione

Immaginiamo di trovarci di fronte ad un fiume, un grande fiume, e che il nostro compito consista nel nuotare per cento metri ogni giorno: escludendo la possibilità di attraversarlo rimangono due opzioni, nuotare nel senso della corrente o controcorrente.​

Se qualcuno ci chiedesse in quale direzione intendiamo nuotare ci rivolgerebbe una domanda stupida, giacché è più che ovvio che vogliamo farlo nel senso della corrente, altrimenti non riusciremmo a portare a termine il nostro compito giornaliero!

​Ogni essere umano ha dentro di sé un fiume impetuoso costituito dal bisogno di autorealizzazione, della realizzazione del proprio potenziale umano: si tratta del fiume più potente che c’è e che – come ogni fiume di questo mondo – scorre solo in una direzione.

​Ogniqualvolta interagiamo con qualcuno in modo significativo ci troviamo di fronte a questo fiume: il problema è che si tratta di un fiume che non si vede, il che ci espone al malaugurato rischio di trovarci a nuotare controcorrente.

​La prima preoccupazione dell’insegnante dovrebbe, dunque, essere comprendere come nuotare nel senso della corrente di quel fiume rappresentato dal bisogno di autorealizzazione dei suoi allievi.

​La possibilità dell’allievo di realizzare il proprio potenziale come essere umano all’interno della scuola appare connesso a doppio filo alla relazione con l’insegnante: si tratta del rubinetto delle sue risorse, che potrà risultare più o meno chiuso o aperto.

​Se tale relazione alimenta la curiosità, l’interesse, la motivazione, l’espressione emozionale, la libera iniziativa e – in cima alla lista – favorisce l’assunzione di un ruolo attivo e creativo, il rubinetto lascerà che le risorse sgorghino copiose e il bisogno di auto realizzazione dello studente potrà essere ogni giorno soddisfatto.

​A questo punto sorge la domanda: come si può valutare la qualità di una relazione? La risposta è molto semplice: dallo stato d’animo delle persone che la intrattengono.

​Quanta attenzione concediamo al nostro stato d’animo ed a quello dei nostri allievi? Quanto siamo davvero interessati a come ci sentiamo e a come si sentono i nostri studenti? Quanto consideriamo importante il sentire rispetto al pensare? Ci sovviene mai di chiedere agli studenti se hanno apprezzato la lezione?

​A questo proposito le neuroscienze ci insegnano qualcosa che non possiamo ignorare: la memorizzazione a lungo termine – processo con il quale si identifica l’apprendimento nella sua forma più elementare – è indotta dall’attivazione dei circuiti ippocampali (parte del sistema limbico).

Tale attivazione viene a sua volta innescata da un marcatore emozionale, che diviene quindi parte del contenuto memorizzato-appreso: in altre parole, se imparare a memoria la poesia ha comportato un’esperienza emotivamente piacevole, ogni volta che la rievocherò proverò la stessa sensazione piacevole.

​Purtroppo è vero anche il contrario e cioè che anche nel caso in cui imparare la poesia abbia comportato un’esperienza emotivamente spiacevole riproverò quella stessa esperienza rievocando la poesia.

In questo secondo caso ciò che Freud chiamava “principio di piacere” si occuperà quindi di avvolgere quanto risulta spiacevole nelle nebbie dell’oblio.

​Queste semplici considerazioni fondate sulle conquiste delle neuroscienze stimolano una riflessione, spingendoci a trarre una conclusione alquanto paradossale per il nostro abituale modo di pensare: il fattore più determinante nel processo di apprendimento è divertirsi e stare bene!​

Verrebbe da obiettare che i ragazzi devono anche imparare che cos’è la fatica e l’impegno, a volte anche a sacrificarsi nel fare cose che non sono affatto piacevoli, anzi …

​La risposta a tale obiezione viene da un semplice esempio. Immaginiamo di doverci recare a Milano e di dirlo ad un nostro amico, il quale risponde che può prestarci la sua bicicletta.

Dopo avergli fatto presente che è meglio prendere il treno, più comodo e veloce, lui replica che andarci in bicicletta sarebbe un ottimo esercizio fisico, benefico per le nostre gambe, per i nostri polmoni e via dicendo.

Anche se, detto in questi termini, avrebbe ragione nessuno seguirebbe mai il suo consiglio: a Milano ci andremmo in treno mentre se volessimo fare un sano esercizio fisico ci dedicheremmo al trekking durante il fine settimana.

Si tratta, in parole povere, di distinguere gli obiettivi per realizzarli nel migliore dei modi, al massimo livello di efficacia e di efficienza possibile, piuttosto che mescolarli e confonderli.

​Giunti quasi al termini di questa prima pillola occorre quindi domandarsi come si possano associare divertimento o comunque uno stato di benessere all’apprendimento, il che ci porta a considerare l’importanza che in natura ha il gioco.

​Il gioco è la strategia didattica propria della natura, il modo attraverso cui i cuccioli dei mammiferi apprendono le fondamentali strategie di sopravvivenza, oltre ad usare i genitori come modelli comportamentali da imitare.

Nel gioco si condensano fattori di importanza fondamentale che appaiono la chiave della didattica: l’utilizzo del corpo e della motricità, l’assunzione di un ruolo attivo il divertimento come attivazione emozionale e motivazionale, oltre alla condivisione sul piano sociale.

​Stefano Boschi