I messaggi importanti non ascoltati: il processo di cronicizzazione

Oggi stiamo assistendo al progressivo diffondersi delle malattie croniche e, a fronte di tale fenomeno, la medicina sembra concentrarsi sul loro trattamento, come se dovessimo abituarci all’idea di vivere sempre più a lungo anche se come malati.

Ignorando il perché ci si ammala e concentrandoci sui cosiddetti “meccanismi patogenetici”, ossia sulle determinanti biologiche della malattia, oltre a perdere il significato della stessa si fatica anche a guarirla, il che lascia come unica alternativa disponibile “curarla”.

Curare e guarire non sono la stessa cosa, giacché la seconda possibilità implica il termine della cura mentre il protrarsi di quest’ultima implica la mancata guarigione.

Come accade nel film di Harry Potter, quando la prima lettera magica viene stracciata ne inizia ad arrivare una dopo l’altra, giacché il messaggio che esse recano è importante e deve quindi giungere fino al destinatario.

Le malattie croniche sono forse qualcosa di analogo alle lettere magiche di Harry Potter, lettere che non abbiamo mai aperto anche se contengono messaggi importanti che non possiamo continuare ad ignorare.

La domanda a questo punto è: “Da chi o da che cosa sono inviate queste lettere e qual è il messaggio importante che esse recano?”. Un giorno, una spedizione di scienziati sta attraversando una zona impervia della foresta amazzonica. Dato che sono in ritardo sulla tabella di marcia il capo spedizione ormai da giorni sta imponendo un ritmo serrato.

Ad un certo punto i portatori si fermano. Con disappunto il capo spedizione chiede per quale motivo si siano fermati, al che gli viene risposto: “Abbiamo camminato troppo in fretta … adesso dobbiamo aspettare la nostra anima!”.

Anche noi abbiamo forse camminato troppo in fretta da quando siamo bambini fino all’età adulta e anche noi ci siamo forse lasciati indietro la nostra “anima”, non in senso religioso ma di ciò che ci anima, le nostre emozioni, i nostri stati d’animo, ciò che ha a che fare con il sentire.

Alcune di queste emozioni, in particolare quelle che abbiamo vissuto come spiacevoli, sono state dimenticate assieme alla parte bambina che ne rappresenta il “contenitore”.

Se i bambini sono l’anima della società il nostro bambino interiore ci permette di gioire delle piccole cose, appare il depositario della nostra creatività, della capacità di divertirci e di interagire in modo semplice con gli altri.

Quando tale risorsa viene tarpata, quando questa parte viene rinchiusa nel dimenticatoio iniziano ad arrivare le sue lettere: se la prima non viene aperta verrà inviata una seconda, poi una terza e così via.

Dopo tante e tante lettere non aperte il messaggio cambia natura, diventa più incisivo, può prendere la forma di una qualche patologia e se la situazione non cambia il disturbo tenderà, alla fin fine, a cronicizzarsi. Occorre tener presente che la radice di “patologia” è pathos, ossia qualcosa che ha a che fare con l’intensità del sentire.

Il processo di “guarigione” così come quello di “prevenzione” inizia quindi con il pathos, ossia con l’intensità del sentire, accogliendo gli antichi stati d’animo che hanno attraversato l’oceano del tempo per giungere fino a noi.

Gli antichi alchimisti affermavano di poter trasmutare i metalli vili, come il piombo e il ferro, in metalli nobili come l’oro e l’argento, il che avveniva con la pietra filosofale.

Anche noi siamo dotati della pietra filosofale in grado di trasmutare i metalli vili delle emozioni spiacevoli nei metalli nobili delle risorse che sentiamo mancanti: si tratta dell’accoglimento.

Quando nel nostro mondo interno accogliamo le vecchie emozioni spiacevoli, l’antica sofferenza di cui è carico il nostro bambino interno iniziamo ad attuare la trasmutazione emozionale, ripolarizziamo cioè le vecchie emozioni e l’antica sofferenza trasformandole in risorse.

Molti miti della Grecia antica narrano di eroi che sono discesi agli inferi per recuperare le risorse che avrebbero permesso loro di compiere l’impresa che li avrebbe resi tali.

“Inferi”, dal latino inferis, non significa “inferno” bensì ciò che sta sotto, ciò che abbiamo messo sotto il tappeto della consapevolezza, ciò che ci siamo lasciati indietro nella spedizione dalla nostra infanzia fino all’età adulta.