La “violenza assistita”: quando si fa male in modo indiretto

La “violenza assistita” è una forma di violenza fisica o verbale che i bambini subiscono nel caso in cui si trovino, appunto, ad assistere a pesanti quanto ripetuti episodi di conflittualità tra i genitori o tra adulti ed altri bambini.

Si tratta di un vero e proprio maltrattamento psicologico spesso sottovalutato o addirittura ignorato, un’esperienza traumatica con effetti deleteri sulla possibilità di un normale e sereno sviluppo emotivo, cognitivo e relazionale.

La violenza assistita si presenta in forma indiretta nel momento in cui al bambino vengono semplicemente raccontatati episodi di violenza, il che può spingere l’adulto a tacere sui problemi familiari incappando nell’opposto fenomeno del “non detto”.

Si tratta, in questi casi, di un difficile bilanciamento tra la tutela psicologica del minore e i problemi che possono presentarsi nel momento in cui i genitori tacciono completamente sui loro rapporti problematici, pur facendo inevitabilmente trapelare i contenuti emotivi su quello non verbale (non si può, in tal senso, non comunicare!).

Nel momento in cui i bambini vengono esposti a pesanti quanto reiterati conflitti tra le persone che si prendono cura di loro non possono fare a meno di sentirsi in dovere di schierarsi con quello che sentono più debole o, viceversa, nel momento in cui sono preda della paura con quello che percepiscono più forte, sentendosi in entrambi i casi impotenti e in colpa verso l’altro.

Se una contenuta dose di conflittualità fa comprendere al bambino che la rabbia e l’aggressività sono legittime e non vanno demonizzate, consistenti e ripetute espressioni possono seriamente minare il suo equilibrio psicologico e impedire un normale e sereno sviluppo.

Ciò che viene inoltre compromesso è la possibilità di interiorizzare un rapporto sereno tra i sessi: in particolare la femmina tenderà a rieditare tale situazione nei suoi rapporti affettivi adulti assumendo un ruolo passivo, ossia identificandosi con il genitore (di solito la madre) che subisce e ricercando quindi uomini violenti, mentre i maschi tenderanno a fare l’esatto opposto perpetuando paradossalmente tale dinamica.

Mentre la prima tendenza, quella al femminile, potrà dar luogo ad una propensione masochistica la seconda potrà risultare rafforzata dalla paura, nel senso che il bambino potrà identificarsi con il genitore violento sulla base del principio di “cane non mangia cane” e sviluppare così una personalità violenta se tale meccanismo non sarà abbandonato nel corso dello sviluppo.

In entrambi i casi si creeranno le premesse per lo sviluppo di un’organizzazione di personalità caratterizzata da difficoltà di adattamento sociale e relazionale.

La tendenza di base del bambino è comunque quella di assumersi la responsabilità di quanto accade, al fine di preservare l’immagine buona dei genitori di cui ha assoluto bisogno, preferendo quindi considerare se stesso “cattivo” piuttosto che danneggiare la loro immagine interna, il che comporterà una certa deroga al principio di realtà.

Stefano Boschi