Problemi in famiglia e istituzioni: gli allontanamenti facili

La questione dei cosiddetti “allontanamenti facili” appare piuttosto complessa e dibattuta. Uno degli aspetti che vanno certamente considerati è che spesso avvengono sulla base della relazione dello psicologico o dello psichiatra incaricati dal giudice, oppure di quella redatta dai servizi sociali.

In un articolo comparso il 22 Marzo su La nuova Ferrara, solo l’ultimo di una serie di storie tristemente analoghe, si parla di un bambino di tre anni tolto improvvisamente alla madre in seguito alla telefonata che l’ex compagno geloso ha fatto ai Carabinieri e alla decisione della psicologa che ha sospeso gli incontri del bambino con la madre per una presunta “disfunzione di attaccamento” della medesima.

È naturale pensare che una decisione così delicata come sottrarre un bambino alla sua famiglia o al genitore richieda qualcosa di più che non il semplice parere personale di un professionista, anche se tale parere fa riferimento ad una teoria psicologia più che autorevole (come quella, appunto, sull’attaccamento di John Bowlby).

Il buonsenso sembrerebbe, dunque, suggerire a gran voce l’utilizzo di test psicologici a garanzia di una valutazione fondata su criteri oggettivi e condivisi, piuttosto che soggettivi e quindi potenzialmente legati a variabili personali.

A ben guardare, il ricorso ai test psicologici non escluderebbe però un problema di ben più ampia portata, legato al fatto che appare praticamente impossibile non riscontrare “qualcosa che non va” in qualsivoglia famiglia o genitore, poter in altre parole affermare «Questa famiglia non ha alcun problema!» o «Questo genitore è perfetto!».

Soprattutto in una società come la nostra in cui i problemi vanno crescendo invece che diminuire, in una popolazione provata dalla crisi economica, dalla crisi della famiglia, dalla crisi della scuola oltre che dalla malagiustizia, dalla malasanità, dal malaffare (e chi più “mala” ha più ne metta!), pensare di trovare la famiglia perfetta, il genitore perfetto, il bambino perfetto è come veleggiare verso l’isola di Utopia.

Se ne dovrebbe quindi concludere che siamo tutti genitori inadeguati e che quindi tutti i bambini vanno tolti dalle loro famiglie o – data l’assurdità di tale conclusione – che nessun bambino dovrebbe essere tolto alla sua famiglia, nemmeno quelli che vengono pesantemente maltrattati, abusati sessualmente, percossi, privati della possibilità di andare a scuola?

Con totale ovvietà sia l’una sia l’altra conclusione ci appaiono paradossali e, in quanto tali, insostenibili. È quindi evidente che il problema va ridefinito e cercato altrove, spostando così il baricentro dell’intera questione.

Se mi rompessi una gamba quale sarebbe l’azione più opportuna da compiere? Portarmi davanti al giudice, nell’aula di un tribunale, dall’avvocato, ai servizi sociali oppure al pronto soccorso?

E se ci recassimo da un medico che prescrivesse l’amputazione dell’altro fratturato che cosa faremmo? Continueremmo ad affidarci a lui permettendogli di procedere o cercheremmo immediatamente un altro medico in grado di curarlo?

Se tale logica appare di lampante validità in medicina vien da domandarsi per quale motivo non lo sia nelle aule dei tribunali e – prima ancora – nelle relazioni dei vari operatori sociali e consulenti tecnici che operano in ambito psicologico in merito al rapporto problematico tra genitori e figli.

Quando re Salomone ordinò di tagliare a metà il bambino conteso dalle due donne lo fece sul filo di uno stratagemma: non intendeva davvero farlo ma solo che si rendesse evidente qual era la vera madre, cosa che in effetti accadde.

Oggi nelle aule dei tribunali la spada della legge finisce spesso per tagliare a metà non già il minore – almeno non fisicamente – bensì la relazione con la famiglia.

Ciò di solito avviene in presenza di un reale o presunto conflitto tra i genitori, tra un genitore e il figlio o addirittura tra fratelli, di fronte ad una qualche disfunzione nella genitorialità oppure – come riporta il precedente articolo – su segnalazione di un presunto maltrattamento.

Per uscire dai paradossi istituzionali che riguardano la famiglia, la genitorialità e la tutale dal minore dovremmo forse concludere che manca ciò che dovrebbe corrispondere al “pronto soccorso” per la famiglia? Non occorre l’amputazione di un genitore bensì un adeguato intervento “riparativo” con il fine di ricucire il tessuto relazionale lacerato.

Quando un bambino si trova in una situazione di sofferenza all’interno della famiglia o nel rapporto con un genitore si tratta senza dubbio di una situazione che coinvolge il suo benessere, la sua salute, la sua integrità psicofisica.

Proprio come nel caso della gamba rotta, a questo punto occorre mettere in campo un intervento volto a ripristinare le condizioni relazionali adatte al suo sereno e normale sviluppo, piuttosto che strapparlo alla sua famiglia o al genitore che se ne occupa.

Dato che l’ambiente familiare o il rapporto con i genitori appare la conditio sine qua non affinché tale sviluppo possa avvenire, agire strappandolo da questo sistema relazionale sarebbe come pensare che una pianta possa crescere meglio sradicandola dalla terra!

La risposta che potrebbe venire dalle istituzioni è che in realtà gli interventi vengono effettuati: esistono consultori per la famiglia, percorsi di sostegno alla genitorialità, interventi sui minori da parte di neuropsichiatri infantili e psicologi e si offrono incontri in “spazi neutri” vigilati da educatori.

Il problema è che spesso tali interventi si rivelano insufficienti, inadeguati, una sorta di proforma, mancando strategie e tecniche al passo con i tempi e allineate quindi con le attuali problematiche della famiglia e del rapporto genitore-figlio, come nel caso del fenomeno dilagante dell’alienazione genitoriale.

Oggi nel nostro Paese si lavora facendo ancora riferimento ai massimi sistemi della psicologia che risalgono a decenni or sono, mentre le situazioni e i problemi si sono nel frattempo evoluti: parlando di problematiche nel rapporto genitore-figlio l’intervento di cui ci sarebbe maggiormente bisogno è quello sulla comunicazione, il grande modulatore della relazione.

Purtroppo non si è ancora diffusa un’adeguata cultura della comunicazione e pochi prestano attenzione al modo di comunicare se non in termini astrattamente teorici, anche se esso rappresenta – al di là di tutti i possibili approcci teorici – la dimensione concreta e tangibile della relazione.

Nel momento in cui il minore viene sottratto alla famiglia di origine o alle cure del genitore viene spesso affidato alle comunità alloggio.

Nonostante la legge lo preveda spesso non viene elaborato alcun progetto di intervento, né fissati i tempi del suo rientro in famiglia: oltre a non poter decidere di tornare a casa capita che non gli sia permesso incontrare i genitori né parlare con loro al telefono, con la possibilità che questi non lo rivedano mai più se viene dato in adozione.

Non si tratta purtroppo di casi sporadici, di misure applicate in situazioni estreme in cui i genitori sono dediti alla droga, alla prostituzione, al traffico d’armi e altre cose del genere. Chiunque può trovarsi in questa situazione proprio come è accaduto alla madre di cui parla l’articolo, alla quale è stato tolto il figlio perché l’ex compagno ha fatto una telefonata alle forze dell’ordine.

È più che evidente che occorre regolamentare questo ambito giuridico e sociale anche se le leggi “buone” a tutela della famiglia esistono già: ma allora – viene da chiedersi – che cosa manca?

Secondo le ultime stime ufficiali nel 2012 in Italia risultavano ricollocati al di fuori della famiglia di origine 28.449 minori.

Le comunità di accoglienza in cui i bambini vengono portati una volta allontanati dalla famiglia potrebbero diventare luoghi virtuosi in cui prendersi cura della famiglia disagiata, il luogo più adatto per ricucire i legami relazionali sfilacciati all’interno della stessa o nel rapporto genitore-figlio, in cui viene tutelata la famiglia quale terreno in cui il bambino può affondare le proprie radici e prosperare.

Visto il preoccupante dilagare delle problematiche relazionali ci sarebbe un enorme bisogno di un luogo del genere, ove si possa attuare un tipo di intervento residenziale che nel semplice consultorio familiare o nello studio del terapeuta familiare si rivelerebbe chiaramente impossibile.

Tornando al problema dell’alienazione genitoriale, nei casi più gravi un luogo neutro come potrebbe essere la comunità svolgerebbe un ruolo chiave nel recupero della relazione genitore-figlio che altrimenti risulterebbe irreparabilmente danneggiata.

Alla realizzazione di tali obiettivi è volto il progetto di legge di recente elaborato per restituire alle comunità tale ruolo di grande significato e valore sociali, facendo in modo che in comunità non vi sia mai più un bambino senza genitori.

Questo progetto di legge intende traghettare le istituzioni che si occupano delle famiglie disfunzionali (non solo di quelle economicamente disagiate) e dei minori dal principio di “tutela del minore” a quello di “tutela della famiglia”, nella consapevolezza che il primo obiettivo non può essere raggiunto senza il secondo.

Massimo Rosselli del Turco