Gli adolescenti “hikikomori”: un problema oggi sempre più diffuso

Quando ero adolescente i ragazzi della mia generazione gareggiavano in velocità e destrezza compiendo prodezze con le loro moto, finendo purtroppo a volte per restare feriti e persino morire in gravi incidenti.

Spesso gli adolescenti sembrano ricercare situazioni estreme, la qual cosa potrebbe essere imputabile sia alla temporanea quanto fisiologica regressione ad una condizione di onnipotenza narcisistica, sia alla necessità di mettersi alla prova (le due cose sono in qualche modo collegate) per scoprire il loro “vero valore”.

Nella nostra cultura la pubertà è considerata l’inizio dell’adolescenza come periodo di sviluppo psicologico, il che rappresenta un errore di valutazione giacché i due livelli di sviluppo – biologico e psicologico – presso di noi tendono a non coincidere.

Nelle culture tradizionali ritroviamo il rito di passaggio a cui viene sottoposto il figlio quando accede all’età adolescenziale, la prova che lo renderà degno di appartenere al contesto sociale e gli conferisce a pieno titolo il diritto di far parte del mondo degli adulti.

L’inizio dell’adolescenza viene segnato da una “cerimonia di iniziazione” che si rivela carica di simbolismi e connotata spesso in modo drammatico, in cui viene richiesta la dimostrazione del coraggio e delle abilità necessari ad un uomo o ad una donna adulti in quei contesti ambientali.

Nel corso di alcuni rituali gli adolescenti sono sottoposti a situazioni che noi definiremmo maltrattamenti e torture, mentre in altre circostanze vengono loro trasmesse conoscenze che solo gli adulti possono possedere.

Per le ragazze tali riti comportano un periodo di isolamento, durante il quale apprendono le abilità necessarie per essere mogli e madri e al termine della segregazione sono onorate con grandi cerimonie, il che può accompagnarsi a particolari acconciature ed abiti che segnalano il cambiamento del suo status sociale e che è pronta a prender marito.

I riti di passaggio fungono da spartiacque tra il periodo infantile, connotato da dipendenza e mancanza di autonomia, e quello adulto segnalando un radicale cambiamento psicologico e sociale.

Essi aiutano sia l’individuo sia la società a rendersi conto del radicale cambiamento, chiamando al contempo l’adolescente ai suoi doveri e ricordandogli i suoi diritti come adulto.

Gli studi antropologici mostrano che nelle culture in cui si attuano questi riti di iniziazione gli individui hanno modo di acquisire meglio e più rapidamente le abilità necessarie a partecipare a pieno titolo alla vita sociale, compiendo una più facile transizione dall’infanzia all’età adulta.

Nella nostra cultura manca ogni forma di rito di passaggio e spesso l’adolescente non ha modo di mettersi alla prova affrontando la sfida che un tempo era costituita dalla conquista della propria indipendenza, del proprio posto nella società, il che avveniva trovandosi un lavoro e facendosi una famiglia.

Oggi il lavoro scarseggia e quindi la sua condizione di dipendenza dalla famiglia di origine può protrarsi oltre i fisiologici limiti di età.

Ciò può far nascere un senso di inadeguatezza che, incontrandosi con la propensione narcisistica tipica di questa fase evolutiva, può essere compensato con la creazione di un falso Sé grandioso che richiede però di essere sostenuto da capacità e prestazioni anch’esse irrealistiche.

Sentendosi incapace di sostenere queste richieste interne l’adolescente può chiudersi in casa e sviluppare forme di pseudo socializzazione compensativa (vedi i social network) o trincerarci all’interno della solita cerchia di amici, adottando quindi una modalità di adattamento evitante (vedi il relativo Disturbo Evitante di Personalità).

In Giappone questa condizione è chiamata “hikikomori”, che significa letteralmente “stare in disparte”, “isolarsi”, e riguarda gli adolescenti che rifiutano il mondo e si chiudono in camera per mesi o addirittura anni.

Ben lungi dall’essere un problema che affligge esclusivamente il Paese del sol levante oggi questa sindrome si sta diffondendo anche in Europa, pure a casa nostra, in Italia: i primi casi sono stati rilevati già nel 2007 e da allora ha continuato a crescere seppure con numeri diversi da quelli giapponesi.

Le stime attuali parlano di 20/30 mila casi, ma il fenomeno potrebbe essere più ampio. In Francia se ne contano quasi 80 mila, mentre in Giappone, dove il fenomeno è quasi endemico, si parla di cifre che oscillano tra i 500 mila e il milione di casi.

I sintomi di un hikikomori richiamano la condizione definita NEET, acronimo inglese di not (engaged) in education, employment or training, per i non anglofoni si tratta dei giovani che non sono impegnanti nello studio, non sono impiegati e non stanno seguendo un training formativo per un impiego specifico, in altre parole sono alla deriva in una società che sembra non trovare un posto per loro.

Tali sintomi potrebbero essere confusi con quelli della più comune depressione, anche se si tratta di due forme di malessere molto diverse.

Come spiega Piotti, autore del libro Il corpo in una stanza:

«Chi è depresso tipicamente ha crisi di pianto, incapacità di relazione, continue lamentazioni su di sé e, nella sua sofferenza, c’è una forte componente di senso di colpa. Negli Hikikomori, invece, il sentimento prevalente è la vergogna. Si vive come un fallimento la distanza tra il mondo che si è immaginato e previsto per sé e quella che invece è la realtà: tanto più grande è la distanza tra la realtà che si era idealizzata e quella vera, tanto più grande sarà la vergogna che si prova»

Alcuni giovanissimi iniziano così a evitare sempre di più il mondo che si trova oltre le pareti della propria stanza fino ad arrivare all’estremo dell’autoreclusione, riducendo ai minimi termini i contatti sociali fatti solo delle pseudo relazioni virtuali proprie dei social network, con un ritmo sonno veglia completamente sovvertito.

Tra i diversi sintomi spicca una forte avversione per ogni tipo di attività sociale, dall’uscire con i coetanei alla pratica di sport di gruppo, e, soprattutto, un’accentuata fobia scolare non necessariamente motivata da brutti voti ma certamente dal contatto sociale.

Il ragazzo patisce l’ansia legata al rischio del rifiuto nei rapporti con l’altro sesso e del fallimento nella competizione con il proprio.

A questo punto internet fornisce una “soluzione” bella e pronta a tutti questi problemi e ansie, aiutando a costruire legami senza troppi pericoli e senza metter in gioco il corpo, senza quindi mettersi in gioco.

Siamo così passati dai riti di iniziazione propri delle culture tradizionali al rifiuto totale di iniziare a vivere come adulti.

A causa della natura fortemente omologante, livellante e conformista della cultura giapponese (segnalata del detto «Il chiodo che sporge va preso a martellate»), se un ragazzo non riesce ad entrare in un’università d’élite o a conquistarsi una posizione all’interno di una prestigiosa azienda i genitori vivranno questo fatto come un grave fallimento, sensazione che sarà quindi passata al figlio.

L’atteggiamento a isolarsi apparirebbe quindi una forma di ribellione a questa peculiarità della società giapponese e a conferma di ciò si osserva il fatto che spesso si tratta di giovani intelligenti e creativi, che troverebbero il ritrarsi e il nascondersi come l’unico modo per affermare la propria identità.

Inoltre, dopo la crisi economica degli anni Novanta l’eccessiva pressione alla competitiva che connota sia il sistema scolastico sia il mondo del lavoro sarebbe oggi ritenuto inutile da molti adolescenti giapponesi.

A tale fattore si assocerebbe al fatto che la vita all’interno della scuola spesso si rivela un autentico incubo, a causa delle diverse forme di molestie e bullismo, favorendo l’insorgere di disturbi quali la fobia scolare e sociale, in modo tale che l’autoreclusione apparirebbe l’unico modo per manifestare il proprio dissenso e il proprio disagio rispetto a questa società.

La tendenza di tale disturbo a diffondersi anche presso di noi potrebbe segnalare che la progressiva omologazione (vedi le caratteristiche deteriori dell’età dell’Aquario), associata alla mancanza di sfide e di occasioni in cui potersi mettersi davvero alla prova (a parte i test e le verifiche scolastiche non certo ritenute dai più come validi banchi di prova), avrebbe come prezzo una crescente sensazione di inadeguatezza a cui il giovane farebbe fronte attraverso il ritiro sociale.

Tornando quindi alla nostra società, di impostazione individualista piuttosto che collettivista come quella giapponese, l’adolescente può anche esibire un atteggiamento di sfida e provocazione, in modo che il genitore può, dal canto suo, trovarsi imprigionato nel dilemma tra cercare di esercitare in modo aggressivo la sua autorità o essere colto dalla tentazione di abbandonare il figlio al proprio destino.

La prima cosa da fare è monitorare nostro figlio adolescente: quanto tempo passa davanti a TV, pc, tablet, smartphone, quanto tempo dedica alle attività fuori casa, alla vera socializzazione (non quella pseudo o virtuale sui social), ad attività come lo sport o assieme ai coetanei.

Nel momento in cui ci accorgiamo che dedica troppo tempo alle prime attività (o inattività) e poco alle seconde occorre evitare di far finta di niente: potrebbe trattarsi solo di un momento passeggero oppure dell’inizio di qualcosa di meno banale.

Occorre quindi comprendere che il problema (se esiste) è fatto prima di tutto di qualcosa di invisibile, come uno stato d’animo: nel caso della sindrome da ritiro sociale si tratta del senso di inadeguatezza, di autosvalutazione, del senso di incapacità ad affrontare le sfide che il mondo riserva, del sentirsi forse diverso e “meno” degli altri.

A questo punto si potrebbe dialogare con nostro figlio cercando di fargli dire come si sente, cosa non sempre facile soprattutto se siamo abituati a parlare solo o prevalentemente delle questioni pratiche, concrete, quotidiane, all’insegna del “devi far questo” e del “non devi fare quest’altro”.

La soluzione più semplice, quella fatta in casa, è offrire a nostro figlio occasioni per socializzare e uscire dalla tana in cui si sta rinchiudendo, per iniziare attività che lo stimolino in maniera “dolce” e gli permettano di reinserirsi passo passo nella realtà sociale dei suoi coetanei.

Se ciò basta a smuovere la situazione bene, altrimenti occorre rivolgersi senza troppi indugi a qualcuno che ci possa dare una mano, ad un terapeuta che sappia affrontare questo tipo di problematica la quale richiede un processo di progressivo inserimento sociale.