Paradosso di Achille e tutela del minore: la “tutela del sistema familiare”

Se ci chiedessimo quanto tempo Achille piè veloce impiegherà per raggiungere e superare la lenta tartaruga se ad ogni secondo dimezza la distanza che le ha concesso come vantaggio, ci ritroviamo imprigionati in quella situazione paradossale immaginata da Zenone parecchi secoli fa.

Che cosa rende impossibile ad Achille vincere la gara contro la tartaruga? Non corre abbastanza veloce? È troppa distante? La tartaruga è più veloce del previsto?

Niente affatto! Si tratta semplicemente del modo in cui è definito il problema che risulta matematicamente irrisolvibile, giacché la metà di una certa distanza ne dà sempre un’altra, che si azzera solo all’infinito!

I problemi possono, dunque, essere definiti in due fondamentali modi: uno che li rende risolvibili mentre l’altro che li priva di ogni possibilità di soluzione, non importa quanta buona volontà e quanto impegno ci si metta.

Il sacrosanto principio della tutela del minore nella realtà dei fatti lo espone oggi al rischio di essere sradicato dalla sua famiglia, nel momento in cui uno o entrambi i genitori vengono valutati inadeguati o non idonei a svolgere tale funzione.

Il paradosso diviene evidente se pensiamo al minore come una pianta che si vuole far crescere sana e forte strappando però le sue radici dalla terra in cui affondano, se si ritiene che essa non sia adeguata alla sua crescita.

L’espressione tutela del minore indica un valore importante per la società che – come tutti i valori – appare astrattamente definito e richiede perciò di esserlo in modo concreto e operativo, al fine di poter essere realizzato.

Il problema consiste ora nel fatto che la sua definizione concreta e operativa appare potenzialmente contrasto con la possibilità da parte del soggetto in età evolutiva di continuare ad intrattenere un rapporto con i genitori, come si rende evidente nei casi di ricollocamento.

Si crea così una situazione paradossale: nel momento in cui tale rapporto viene valutato non adeguato a causa del cedimento – reale o presunto – di un qualche aspetto della funzione genitoriale, si decide (a volte con grande disinvoltura) di sradicare la pianta affinché possa crescere sana e forte.

Piuttosto che definire la tutela del minore in contrasto con i rapporti familiari o genitore-figlio occorre allineare questi due aspetti approdando quindi al principio di “tutela del sistema relazionale”, sia esso la famiglia o quel che ne resta.

Solo in situazioni di estrema quanto irrecuperabile inadeguatezza genitoriale questi due principi dovrebbero essere disgiunti, anche se fortunatamente si tratta della minoranza dei casi.

A fronte di carenza o inadeguatezza sul piano genitoriale – e chi è senza peccato scagli la prima pietra! – occorre chiedersi primo, come si fa a trarre tali conclusioni se mancano criteri oggettivi e validi per una corretta valutazione?

Secondo, anche ammesso che i genitori siano in qualche modo e misura carenti sul piano della genitorialità (il che potrebbe avvenire nel momento in cui si rendesse noto e condivisibile in che cosa essa consista) siamo comunque di fronte a diversi e possibili interventi, il che rende il ricollocamento l’ultima ratio.

La sottrazione del minore alla propria famiglia dovrebbe essere, dunque, considerata una misura da attuare in situazioni estreme, quando non risulta attuabile alcun altro intervento di recupero della funzione genitoriale.

Sarebbe altrimenti come se un medico prescrivesse al paziente afflitto dal dolore ad una gamba la sua amputazione, senza prima aver tentato altre terapie meno “radicali” (e nemmeno aver effettuato un’accurata diagnosi).

Mentre il medico che agisse in questo modo come minimo verrebbe radiato dall’albo, in ambito giuridico il corrispondente comportamento è oggi comunemente accettato proprio grazie al significato distorto attribuito alla tutela del minore!

Si deve concludere che se il principio di tutela del minore viene interpretato e applicato in questo modo rischia di fare più danni di quanti ne intende aggiustare.

Se la terra delle relazioni in cui il minore affonda le proprie radici si rivela inquinata occorre bonificarla piuttosto che eliminarla, almeno in tutti quei casi in cui ciò si rivela possibile.

Attualmente esiste un grande bisogno di luoghi in cui ci si prenda cura della famiglia o del sistema relazionale ad esso residuale, anziché smembrare la relazione genitore-figlio nel momento in cui si riscontri una qualche forma più o meno grave di criticità.

Negli Stati Uniti, nei casi di grave alienazione si ricorre ad un luogo neutro chiamato “transitional site” (letteralmente “luogo di transizione”), in cui un operatore appositamente formato ha il compito di ricucire il tessuto relazionale lacerato tra il figlio e il genitore alienati.

In certe situazione realmente critiche una o più sedute alla settimana di terapia familiare non bastano: occorrono interventi più incisivi che possano sortire risultati apprezzabili in breve tempo, obiettivo che a volte può essere realizzato solo attraverso un intervento di natura residenziale o semiresidenziale e attraverso l’opera di professionisti appositamente formati a realizzare tale intervento.