Genitorialità: il dilemma del genitore, addestrare o educare i propri figli?

Una sconcertante osservazione a proposito della genitorialità è che il modo in cui educhiamo i nostri figli somiglia per certi versi a quello del domatore che addestra gli animali del circo.

Per quale motivo questi insegna alla tigre a saltare attraverso il cerchio di fuoco e a fare altri esercizi del genere? Per il bene della tigre o per il proprio?

Evidentemente si tratta della seconda ragione, proprio per il fatto che la tigre tende naturalmente a stare lontana dal fuoco e non costituisce affatto un suo bisogno saltarci attraverso.

Allo stesso modo, molti dei comportamenti che i genitori impongono ai propri figli non sono – almeno direttamente – finalizzati al loro benessere e volti a soddisfare i loro bisogni, bensì le richieste della società in cui viviamo.

Ne è un tipico esempio il modo in cui viene imposto al bambino in età scolare di stare seduto al banco per ore, il che va evidentemente contro il suo fondamentale bisogno di muovere il proprio corpo.

Paradossalmente gli animali sono migliori educatori di noi esseri umani – almeno nella nostra società euro-americana – perché fin dall’inizio insegnano ai propri cuccioli a sopravvivere, a procacciarsi il cibo, a difendere il loro territorio, a sottrarsi ai pericoli, in altre parole a soddisfare direttamente i loro bisogni.

È chiaro che anche l’educazione che impartiamo ai nostri figli ha questi stessi obiettivi. Il problema è che viene di regola a mancare la possibilità da parte di questi ultimi di coglierne il nesso, perciò l’educazione rischia di essere da loro vissuta come l’addestramento della tigre del circo, cha salta attraverso il cerchio di fuoco non per soddisfare un proprio bisogno – almeno non direttamente – ma perché è condizionata a farlo.

Per noi i pericoli maggiori non sono quelli naturali bensì di origine culturale, come nel caso in cui non si riesca a trovare un lavoro, si sia bersagliati dalle tasse, ci si trovi strangolati da regole e da leggi a volte palesemente ingiuste, insomma tutto quello che noi come specie umana abbiamo creato.

Dovremmo quindi imparare dagli animali (che non hanno una cultura ma solo istinti e apprendimenti sul piano operativo) a educare i nostri figli trasmettendo loro valori naturali, primo fra tutti il benessere.

Di fronte ai comportamenti indesiderati dei propri figli e alla loro riluttanza a conformarsi a regole e a schemi comportamentali che non capiscono spesso i genitori fanno ricorso al modo di comunicare tipico della malavita, caratterizzato da minacce, ricatti e ritorsioni.

Si tratta di messaggi che appaiono funzionali all’addestramento e connotano la comunicazione che possiamo definire autoritaria.

La minaccia si attua attraverso messaggi come «Guarda che le prendi!»”, «Se continui così ti mando a letto senza cena!», «Vedrai cosa ti succede!», «Se non inizi ad andare bene a scuola ti mando in collegio!» e chi più ne ha più ne metta.

Il ricatto si attua invece attraverso messaggi come «Se non inizi a fare i compiti andrai a letto senza cena!», «Se non smetti di fare i capricci rimetterai subito a posto la tua cameretta!» e altri ancora.

La ritorsione, infine, segue spesso un ricatto non andato a buon fine e si attua attraverso messaggi come «Dato che non hai ancora fatto i compiti non guarderai i tuoi cartoni animati preferiti!», «Visto che fai ancora i capricci domani farai tutti i compiti!».

Il problema posto in particolare dalla punizione è dato dal fatto che è spesso inflitta con rabbia, divenendo perciò una vera e propria ritorsione piuttosto che uno strumento educativo.

Il prezzo da pagare è, in questi casi, la perdita di autorità o, per meglio dire, di autorevolezza: siamo, infatti, di fronte all’ultima ratio del genitore che in questo modo è come se dicesse al figlio «Non so più che pesci pigliare con te!».

Ecco come cercando di mantenere una posizione di autorità si finisce per perdere autorevolezza, quella che serve davvero nel rapporto con i propri figli.

È molto più facile, ricattare e minacciare di attuare ritorsioni piuttosto che esercitare una vera autorità, nel senso di mostrare autorevolezza quale il vero potere del genitore.

Prima di tutto l’autorità viene imposta mentre l’autorevolezza deve essere conquistata fungendo da modello, promuovendo valori in linea con il benessere, offrendo comprensione e allo stesso tempo dimostrando fermezza, ponendosi come riferimento e – non ultimo – evitando di cercare di apparire il “genitore perfetto”.

Se i bambini molto piccoli vogliono vedere nel genitore una sorta di semidio per soddisfare il loro bisogno di onnipotenza, man mano che crescono un genitore disumanizzato non si rivela adatto a soddisfare i più evoluti bisogni relazionali dei figli che crescono, i quali richiedono autenticità.

Il genitore che si pone in una posizione autoritaria appare conservatrice per definizione: sconcertante in tal senso è l’osservazione che alcuni dei nostri comportamenti come genitori – assieme alle convinzioni ad essi sottese – tendono a essere tramandati da padre in figlio, come se si trattasse di una tradizione che va a tutti i costi rispettata.

Tutto il mondo si evolve ma la genitorialità sembra immutabile nel tempo, l’unica eccezione al panta rei di Eraclito, al principio universale del tutto scorre, come nel caso tipico del ricorrere al concetto di dovere e alla parallela induzione del senso di colpa.

Se questa sorta di leitmotiv è destinato a rimanere in sordina in tutti gli ambiti della nostra società e della nostra vita, si manifesta invece in modo via via più esplicito in quello legato alla genitorialità, man mano che il genitore finisce per perdere potere con l’avvicinarsi del figlio alla tanto temuta soglia adolescenziale.

Molti messaggi che i genitori rivolgono ai propri figli, accanto a minacce, ricatti e ritorsioni, appaiono improntati alla colpevolizzazione, come «Sei cattivo!», «Non fai mai quello che devi!», «Se continui così vedrai dove andrai a finire!», mostrando così l’insolubile quanto stretta amicizia esistente tra dovere e colpevolezza.

Restando nell’ambito della cultura cristiana, i genitori si trovano così ad agire in modo uguale e contrario a Giovanni Battista: invece che togliere il peccato originale con il battesimo lo attribuiscono ai propri figli con le accuse e i rimproveri.

Stefano Boschi