Genitorialità ed educazione: la visione eroica come alternativa alla decadenza

La nostra cultura ha ormai ucciso gli antichi eroi e soffocato la dimensione mitologica, sostituendola con una scienza falsamente onnipotente, con l’illusione del tutto e subito e senza fatica, con l’illusione di poter diventare “campioni” acquistando l’ultimo gadget.

Bauman definisce liquida (Liquid modernity, Polity, Cambridge, 2000) la vita frenetica e priva di certezze a cui siamo ormai abituati fondata sul consumismo, per cui tutti sono uguali a tutti o vorrebbero esserlo possedendo le stesse cose che rappresentano i simboli del benessere.

Si tratta della società globalizzata in cui vive, in una condizione mentale se non economica di crescente decadenza, l’Homo consumens, vittima della spersonalizzazione e dell’alienazione connotata dalla caduta dei vecchi valori e dal mancato sorgere di nuovi.

Queste premesse ci spingono a considerare la comunicazione, i suoi contenuti e i suoi strumenti: il paradosso è che oggi, con l’espandersi e il moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione legati alla telefonia mobile e a internet ci troviamo di fronte al paradosso che la comunicazione sta divenendo sempre più carente sul piano delle forme e dei contenuti.

La chat, i messaggi, le mail, i post sui social network sono sempre più usati come se fossero equivalenti all’incontro tra le persone o anche solo ad una telefonata.

Il problema è che non è così, dato che in tutti quei casi la comunicazione viene ridotta ad una pseudo-comunicazione, ad un semplice scambio di parole scritte e per giunta in modo sintetico (differentemente da quanto accadeva per la vecchia lettera).

Ciò che manca non è solo la dimensione visiva e il contatto fisico ma anche quella paralinguistica, la quale contiene la stragrande maggioranza dei contenuti di significato e di rilevanza relazionale.

Manca perciò la possibilità di vedere in faccia il nostro interlocutore e di ascoltare il suo tono di voce con tutte le sfumature del suo eloquio, fatta eccezione per le videochiamate, ma anche in questo caso questi non è fisicamente presente ma considerato come se lo fosse.

Se si tratta di una grande conquista per coloro che sono lontani, come nel caso di chi è emigrato in un altro paese e non potrebbe avere un contatto così diretto con i suoi cari, in tutti gli altri casi si tratta di una restrizione e di una limitazione della comunicazione stessa.

A questo progressivo e – a quanto sembra – inarrestabile impoverimento sul piano della comunicazione interpersonale fa riscontro l’altrettanto progressivo impoverimento sul piano dei valori.

Oggi i valori sono incarnati dagli oggetti, sono per così dire materializzati: si tratta dell’ultimo modello di telefonino o del computer portatile, dell’auto che rappresenta un’icona e via dicendo.

A fronte di questi miraggi la forbice sociale tra ricchi e poveri si sta allargando e la classe media sempre più assottigliando; la crisi economica degli ultimi dieci anni sta facendo il resto e togliendo le speranza a milioni e milioni di persone.

Una società non può che sopravvivere senza le proprie speranze, i propri sogni, i propri eroi e la nostra ha barattato le proprie speranze con i doveri, i propri sogni con la tecnologia, i propri eroi con le macchine.

Senza sogni non ci sono speranze da coltivare, senza speranze non c’è motivazione che alimenta la volontà, senza volontà non c’è individualità ma solo l’individualismo che si accompagna ad un crescente senso di inconsistenza che richiede di essere in qualche modo compensato.

Non a caso oggi i disturbi psichici più diffusi sono quelli “di personalità” (vedi l’asse II del DSM IV), caratterizzati da un Sé debole, immaturo, poco coeso (vedi il costrutto di “diffusione dell’identità” che caratterizza le organizzazioni di personalità diverse da quella “nevrotica”, Kernberg, 1976).

Questi disturbi sono caratterizzati dal fatto che l’individuo si rifugia all’interno di una sorta di “esoscheletro”, il quale costituisce la sua maschera adattiva così come il livello più evoluto raggiunto nello sviluppo del Sé.

Con tale maschera questi si trova completamente identificato e senza di essa è come se non potesse sopravvivere psicologicamente.

La continua crescita dei disturbi di personalità indica che siamo alla deriva nel mare dell’incertezza, senza una vera motivazione che ci spinga ad intraprendere il nostro e personale viaggio dell’eroe alla scoperta di noi stessi, obnubilati dai nostri idoli elettronici e sedotti dalla nuova religione globale del network.

I ragazzi si trovano così rinchiusi ognuno nella propria prigione virtuale, ognuno imprigionato nella propria cyber-cella senza sbarre dalla quale, quindi, non può evadere.

Se un tempo il problema era non riuscire a realizzare ciò che si voleva oggi il problema è non riuscire a capire ciò che si vuole.

Oggi le nuove generazioni che “hanno tutto” non sanno più cosa desiderare, mancano della capacità di stabilire una rotta, di decidere in quale direzione procedere e il loro peculiare malessere denota l’incapacità di addivenire all’atto di volontà, come se l’eroe che è in loro come in ognuno di noi fosse caduto in un profondo sonno.

La prima cosa di cui l’educatore dovrebbe tener conto è il fatto che la nostra società va contro natura, con tutti gli annessi e connessi sul piano delle molteplici problematiche che ciò comporta.

La seconda è che attualmente l’educazione tende a creare tanti soldatini, tutti perfettamente uguali, che devono rispettare le regole sempre più complesse e gravose che preservano una tale società disumanizzata, una società che dovrebbe invece preoccuparsi di creare “nuovi eroi”, individui volti alla realizzazione di alti ideali anche se poco appariscenti.

Il bisogno supremo di ogni essere umano è di autorealizzarsi, di realizzare il proprio potenziale umano attribuendo senso alla propria esistenza: se non siamo in grado di farlo in modo sublime cercheremo di farlo in modo deteriore e perverso, piuttosto che arrenderci alla mediocrità sempre pronta ad attanagliare la nostra anima.

I nostri figli hanno bisogno di eroi a cui ispirarsi per essere essi stessi i nuovi eroi, eroi che non corrispondono allo stereotipo dell’uomo forte sul piano puramente fisico ed il cui successo non significhi necessariamente ricchezza economica.

Tali eroi non appartengono ad un mondo nel quale l’unica cosa che distingue il buono dal cattivo è la divisa come ci viene presentato da una quantità di film spazzatura.

Se vogliamo risollevarci dalla decadenza in cui ci ha precipitati l’era post industriale e il consumismo quale suo prediletto figlio è necessario riscoprire i nostri ideali, incontrare di nuovo i nostri eroi, ricontattare nel profondo la nostra umanità.

Ora più che mai l’umanità ha bisogno che i nostri figli incarnino gli eroi capaci di salvare l’umanità dalla catastrofe di cui essa stessa – almeno la civiltà euro-americana – ha creato le premesse.

Siamo, infatti, di fronte al bivio tra collassare travolti dai nostri stessi problemi (prima di tutto quelli di ordine psichiatrico) o ristrutturarci per assumere un assetto completamente diverso.

Come abbiamo prima affermato a proposito del Viaggio dell’Eroe, ora più che mai l’umanità ha assoluta necessità di un balzo evolutivo che parta prima di tutto dalla coscienza che il vero e naturale obiettivo dell’essere umano è il benessere.

Ben lungi dal costituire una condizione puramente materiale legata alla soddisfazione di bisogni puramente corporei tale condizione va intesa come uno stato profondo e naturale, che rappresenta l’unico mezzo per stabilire la pace su questo pianeta, che non è solo o soprattutto assenza di guerra.

Di solito il benessere viene inteso sul piano puramente o soprattutto materiale ed economico, la qual cosa ci ha condotti in prossimità del baratro di fronte al quale oggi ci troviamo come civiltà.

È quindi necessario rivedere il significato di tale termine per trasporlo su una dimensione integrale e globale, che tenga in considerazione tutto il nostro essere e tutti coloro che ci circondano piuttosto che semplicemente il possesso di beni materiali.

La qualità della vita non dipende tanto da ciò che possediamo e, come spesso si afferma, dalle nostre relazioni bensì da come ci sentiamo momento dopo momento, mentre abbiamo quelle cose e coltiviamo quelle relazioni.

Il problema è che assumiamo che possedendo quelle cose e avendo buone relazioni ci sentiremo necessariamente bene.

In funzione del benessere profondo la dimensione individuale e quella collettiva si fondano assieme, dato che non è possibile realizzare la seconda senza la prima.

Se ciò rappresenta un obiettivo realizzabile o meno è questione puramente accademica: il punto è tendere a tale obiettivo, porlo come valore alla base dell’educazione delle nuove generazioni in modo da innescare un profondo cambiamento.

Si tratta della lotta tra il bene e il male, dove il primo alla fine trionfa grazie alla figura dell’Eroe. Il senso del dovere può avere un effetto vivificante a condizione che sia inteso e vissuto come una missione, ossia nel suo significato eroico.

Secondo Campbell (The power of myth, Boubleday, New York; trad. it. Il potere del mito, U. Guanda, Parma, 1990), quando l’eroe parte per il suo viaggio è animato da un senso di dovere-volere, dall’impellente e inarrestabile spinta a compiere la sua missione che lo porta a varcare i confini interni ed esterni del conosciuto e a compiere il suo sacrificio personale, al fine di realizzare il bene comune e supremo.

Si tratta di una spinta motivazionale molto potente attraverso cui viene soddisfatto il bisogno di autorealizzazione e raggiunto un benessere sia personale che collettivo che va ben al di là di quello materiale, una condizione che rappresenta il senso ultimo del suo viaggio, il viaggio dell’eroe.

Ora più che mai l’umanità ha assoluta necessità di eroi disposti a compiere quel balzo evolutivo che parte dalla coscienza della nostra natura finora negletta.

Questa è oggi la missione che il giovane eroe è chiamato a compiere nel corso del suo viaggio di consapevolezza.

Stefano Boschi