Genitorialità e disagio: l’alienazione genitoriale (o parentale) è una patologia?

Ultimamente si fa un gran parlare di PAS, la Parental Alienation Syndrome, categoria clinica proposta nel 1985 dallo psichiatra americano Richard Gardner, anche se nelle aule dei tribunali è stata finora oggetto del reiterato rifiuto a causa della presunta “mancanza di scientificità (fatta eccezione per alcune sentenze del 2010 e del 2011 pronunciate dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo).

Attualmente si tende a parlare in termini di “alienazione genitoriale” o “alienazione parentale”, includendo nel problema, in questo secondo caso, figure familiari diverse dai genitori (vedi i parenti fino al quarto grado).

L’intenso dibattito riguardante la presunta scientificità o non scientificità della PAS come sindrome psichiatrica o la legittimità del costrutto di alienazione genitoriale-parentale sottende però la fondamentale domanda, se e cosa debba in tutto ciò considerarsi di rilevanza clinica, in altre parole “patologico”.

Per rispondere a tale domanda si deve prima di tutto tener ben presente il diverso significato delle due definizioni.

Mentre la PAS – in linea con le categorie diagnostiche psichiatriche – rimanda ad una “sindrome”, ossia ad un insieme di sintomi che affliggerebbero il bambino vittima di alienazione, il costrutto di “alienazione genitoriale-parentale” rimanda invece ad una forma di criticità relazionale, ad un problema che coinvolgerebbe cioè in toto il sistema relazionale formato dai genitori e dal figlio.

Per quanto riguarda la categorizzazione diagnostica di regola si fa riferimento ad uno dei manuali più comunemente utilizzati dagli psichiatri di tutto il mondo, il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), dal 2013 già alla sua quinta versione.

Secondo Bernet, Camerini e Gulotta, la traduzione ufficiale del DSM-5, l’ultima edizione di tale manuale, nella sezione riguardante il “Problema relazionale genitore-bambino” (nel contesto delle “Altre condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica”) riporta una descrizione di problemi relazionali ascrivibili all’alienazione; di seguito riporto lo stralcio di tale traduzione che – stando agli autori sopra citati – dovrebbe risultare di particolare significato in merito alla questione dell’alienazione.

Problemi correlati all’allevamento dei figli, Problema relazionale genitore-bambino

Tipicamente, il problema relazionale genitore-bambino viene associato a una compromissione del funzionamento in ambito comportamentale, cognitivo o affettivo. Esempi di problemi comportamentali comprendono inadeguato controllo genitoriale, supervisione e coinvolgimento del bambino; iperprotezione genitoriale; eccessiva pressione genitoriale; discussioni che possono sfociare in minacce di violenza fisica ed evitamento senza soluzione di problemi. Problemi cognitivi possono comprendere attribuzioni negative alle intenzioni altrui, ostilità verso gli altri o rendere gli altri capro espiatorio, e sentimenti non giustificati di alienazione. Problemi affettivi possono comprendere sensazioni di tristezza, apatia o rabbia verso gli altri individui nelle relazioni.

Mentre scrivo mi giunge la notizia che l’alienazione parentale è stata inserita nell’altro manuale diffuso a livello internazionale, l’ICD-11 (International Classification of Deseases).

Abbandonando ora l’ambito medico-psichiatrico (che prende le mosse dal funzionamento del cervello) per approdare ai lidi della psicogenesi (considerando cioè le cose partendo dalla psiche piuttosto che dal cervello), dobbiamo necessariamente considerare le relazioni primarie del bambino, la cornice all’interno della quale questi si trova inscritto sin dalla nascita e che perciò mostra grande potere, nel bene e nel male, nel modulare il suo sviluppo psichico.

Ci ritroviamo così di fronte alla teoria delle relazioni oggettuali, forse la più significativa evoluzione teorica della psicoanalisi dalle sue origini, nonché all’interno della visione sistemico-relazionale, la cui unità di analisi non è più l’individuo – come accade nella psichiatria in linea con il costrutto di “sindrome” – bensì il sistema relazionale formato da più individui.

Tale cambio di prospettiva suggerisce che la patologia non riguardi solo, soprattutto o prima di tutto l’individuo quanto piuttosto la relazione: se gli individui nascono sani e poi si ammalano ciò avverrebbe in forza di dinamiche relazionali malate (vedi soprattutto le relazioni dette “primarie”).

Spostando il fuoco dall’individuo al sistema relazionale dovremmo quindi guardare al rapporto tra i genitori e tra questi e il figlio, tutti indissolubilmente uniti a formare – nel caso di problemi di alienazione genitoriale-parentale – una sorta di “triangolo perverso”: all’interno di tale triangolo ognuno presenterebbe poi comportamenti disfunzionali, il genitore detto alienante, quello detto alienato nonché il figlio, oggetto e vittima di alienazione.

I comportamenti disfunzionali più evidenti sono ovviamente quelli ascrivibili al genitore alienante, comportamenti descritti da Gardner in termini di campagna denigratoria ai danni del genitore alienato, di ricatto affettivo rivolto allo stesso figlio, di conflitto di lealtà indotto in quest’ultimo; i comportamenti disfunzionali a carico del figlio sarebbero i seguenti, sempre elencati da Gardner:

  • scimmiotta i messaggi di disprezzo del genitore alienante verso l’altro genitore
  • spiega il suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni illogiche o superficiali
  • descrive il genitore rifiutato come “tutto negativo” mentre l’altro come “tutto positivo”
  • afferma di aver elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione
  • prende posizione sempre e solo a favore del genitore alienante
  • usa espressioni di disprezzo nei confronti del genitore escluso senza provare sentimenti di colpa
  • usa affermazioni che non possono ragionevolmente venire da lui per descrivere le colpe del genitore escluso
  • estende il rifiuto alla famiglia e agli amici del genitore rifiutato
  • trova problematico separarsi dal genitore alienante per trascorrere il periodo di visita con il genitore alienato
  • durante le visite presso il genitore alienato ha un comportamento aggressivo o conflittuale
  • mostra un legame anomalo con il genitore alienante
  • intratteneva un rapporto normale con il genitore alienato prima dell’alienazione.

Leggendo tale elenco di sintomi (di natura soprattutto comportamentale) salta subito agli occhi del clinico che si tratta degli effetti del meccanismo della “scissione”, il meccanismo difensivo che sin dai primordi dello sviluppo psichico separa le mele buone da quelle marce, i contenuti “buoni” da quelli “cattivi” di se stessi e dell’oggetto d’amore.

In particolare, descrive il genitore rifiutato come “tutto negativo” mentre l’altro come “tutto positivo” rappresenta un comportamento che indica una forte scissione a carico dei genitori, il che porterebbe il figlio a vedere tutto il buono nel genitore alienante e tutto il cattivo in quello alienato: gli altri sintomi precedentemente descritti costituirebbero dei semplici corollari di tale realtà deformata.

Il persistere della condizione psichica e relazionale caratterizzata dal meccanismo della scissione nel soggetto in età evolutiva impedisce al suo Io di evolvere come dovrebbe, con il conseguente mancato sviluppo (o deterioramento) del “principio di realtà”, ossia della capacità di distinguere tra le proprie fantasie e la realtà percettiva.

Tale situazione appare riflessa da due comportamenti sintomatici del figlio precedentemente descritti, ossia lo spiegare il suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni illogiche o superficiali e l’affermare di aver elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione (vedi il fenomeno che Gardner definisce del “pensatore indipendente”).

Nei casi più gravi il rischio è la dissociazione psichica, una sorta di sindrome del Dott. Jekyll e Mr. Hyde, il che si accompagna spesso a produzioni fabulatorie o semi deliranti quali estensioni della deformazione nella percezione dei due genitori.

Ma partiamo dalle origini. Come riportano gli avvocati matrimonialisti, spesso il bambino viene a costituire una sorta di bottino di guerra all’interno del rapporto alquanto conflittuale tra i genitori, il perfetto strumento di ritorsione da parte del genitore che si sente vittima delle ingiustizie perpetrate dall’altro nei proprio confronti (come spesso accade nel caso di una separazione innescata dal tradimento).

Quale modo migliore, allora, per fargliela pagare del sottrargli il figlio? Metterglielo contro? Convincerlo che è cattivo e indegno e che non gli vuole bene?

Ad aggravare ulteriormente le cose può esservi il fatto che il genitore alienante non ha raggiunto un soddisfacente livello di “differenziazione” rispetto al figlio, continuando perciò a considerarlo come una sua propaggine narcisistica, in parole povere una parte di sé che non può essergli sottratta e non può appartenere a nessun’altro.

Nel momento in cui il bambino si trova conteso, come una sorta di territorio di conquista nel bel mezzo del conflitto tra i genitori cerca di sedarlo e comporlo giacché ha bisogno di entrambi ed è a questo punto che può commettere l’errore fatale: come tendiamo a fare spontaneamente anche noi adulti di fronte ad un conflitto esacerbante si schiera dalla parte di uno contro l’altro.

Per poterlo fare deve trovare buone ragioni e lo fa modulando la propria percezione della presunta bontà dell’uno e nell’altrettanto presunta cattiveria dell’altro, il che gli permetterà di evitare il senso di colpa (vedi i sintomi spiega il suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni illogiche o superficiali, afferma di aver elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione, usa espressioni di disprezzo nei confronti del genitore escluso senza provare sentimenti di colpa).

Finisce così per spaccarsi in due e per aggravare paradossalmente il conflitto tra i genitori stessi, divenendo quindi vittima della scissione interna dopo essere stato vittima di tale conflitto esterno.

Le leve motivazionali che lo spingono verso il genitore alienante possono essere diverse: può scegliere di schierarsi dalla sua parte perché lo percepisce più debole o più forte di quello alienato, assumendo nel primo caso il ruolo di genitore del genitore e preservando invece nel secondo una condizione di dipendenza che potrà rivelarsi tendenzialmente stabile.

La risposta alla domanda “l’alienazione è davvero una patologia?” appare perciò complessa e richiede un duplice livello di lettura: uno individuale, non solo in rapporto al figlio ma anche ai genitori, ed uno relazionale, legato alla complessa rete di rapporti che si viene a creare e ad evolvere tra i componenti del sistema relazionale.

In ossequio alla visione sistemica bisogna considerare che anche il genitore che finirà per essere alienato fa inconsapevolmente la sua parte.

Ciò accade in modo vistoso quando – certamente con le migliori delle intenzioni – commette l’errore di mettersi da parte, nel momento in cui si accorge che il figlio si sente a disagio nel corso delle visite intuendo il conflitto interno che inizia a dilaniarlo indotto dall’altro genitore (vedi il conflitto di lealtà e il ricatto affettivo).

Purtroppo, come affermava Osca Wilde, è con le migliori delle intenzioni che a volte si ottengono i peggiori risultati: in tal modo lascia il campo libero al genitore alienante, il quale potrà per giunta affermare che è la prova che non ci tiene al figlio e che non gli vuole bene.

Per quanto riguarda il genitore alienante, al fine di testare l’eventuale coinvolgimento di meccanismi di difesa primitivi – come appunto la scissione – nella dinamica di alienazione genitoriale è stato svolto uno studio in cui sono stati esaminati 158 test MMPI-2, un test molto usato in psichiatria, da valutazioni disposte da tribunali, effettuati da diversi psicologi e psichiatri forensi.

Le madri e i padri che alienavano i figli hanno mostrato un maggior impiego di difese primitive come la scissione rispetto ai genitori alienati.

Per quanto riguarda il livello di lettura sistemica dobbiamo pensare in termini di patologia della relazione, anche se la medicina (e con essa la psichiatria, sua figlia prediletta) ci ha abituati a pensare che l’ammalarsi riguardi gli individui e non possa riguardare la relazione tra individui.

Stando ad una più che consolidata visione della patogenesi, ossia al processo di sviluppo della patologia, quella psichica affonderebbe le sue radici nelle relazioni primarie, il che renderebbe la patologia della relazione la patologia di tutte le patologie, nel momento e nella misura in cui andrebbe a minare la possibilità del sano sviluppo del soggetto in età evolutiva.

Stefano Boschi