Genitorialità: allarme nuove dipendenze, attenti al telefonino!

Volendo riprendere la seppur dubbia distinzione tra le droghe cosiddette leggere e quelle cosiddette pesanti, siamo oggi di fronte al dilagare di forme di dipendenza “leggera”, che in realtà rivelano il loro devastante potere sulle giovani menti.

Si tratta della dipendenza dal telefonino e dai social, che entrano in sordina nella vita quotidiana dei nostri figli come qualcosa di assolutamente normale, per poi mostrare in molti casi il loro vero volto quando è ormai troppo tardi: il vortice della dipendenza si è ormai innescato e il bambino, il fanciullo o il ragazzo non ne possono più fare a meno.

In effetti “normale” lo è, se con tale termine ci riferiamo al concetto di norma in senso statistico, anche se purtroppo ciò non toglie che tale abitudine possa avere effetti deleteri. Spesso ci capita di assistere a scene grottesche di ragazzini che stanno assieme ognuno concentrato sul proprio telefonino o sul proprio tablet, come se non sapessero cosa fare altrimenti.

Più giovane è l’età in cui si comincia più alto è il rischio della dipendenza, per non parlare di situazioni limite in cui al bambino ancora piccolo, di 3-5 anni, viene dato l’aggeggio elettronico perché il genitore che non ha tempo di gestirlo e non sa come tenerlo impegnato.

Si possono identificare alcuni fattori che conducono al tunnel della dipendenza, che viene creata prima di tutto dal fatto che si tratta di un oggetto luminescente, quindi dal potere ipnotico, come del resto è per la TV, l’altra fagocitante balia elettronica.

Dopo che lo schermo luminescente ha attratto l’attenzione subentrano altri fattori, come la via d’uscita almeno apparente a quella che spesso si rivela una condizione di isolamento.

Anche se forse nessuno ci fa troppo caso non ci sono luoghi dedicati a bambini e ragazzi, luoghi solo per loro come nel caso del riuscitissimo esperimento scandinavo del bistrò per ragazzi.

Si tratta di un luogo dove non ci sono adulti se non l’incaricato che serve bevande non alcoliche, succhi di frutta o cibi adeguati, in cui i giovani avventori possono trovare uno spazio dedicato a loro e tutto per loro, non “inquinato” dalla presenza dei grandi.

Spesso dopo le ore di scuola il bambino o il ragazzo si trovano isolati e con un grande bisogno di comunicare e socializzare: ecco che la nostra cultura tecnologica fornisce una risposta bella e pronta a tale legittimo bisogno attraverso le innumerevoli chat e i social network.

Si tratta di una tentazione irresistibile, di un trappola pronta a scattare offrendo un modo del tutto illusorio per soddisfare il bisogno di parlare con altri coetanei, di condividere pensieri, emozioni, esperienze, turbamenti.

Ciò che rende tutto ciò una trappola è che non offre un “nuovo modo” di comunicare e di stabilire relazioni ma un modo per stabilire una pseudo-comunicazione e pseudo-relazioni: non è come “parlare con qualcuno”, anche se in questi termini ci si esprime.

Si tratta di digitare su una tastiera e di leggere parole scritte su uno schermo, anche se l’illusione è appunto quella di stare comunicando e di avere tanti “amici”.

Non c’è niente per me di più irritante che leggere di un “nuovo suggerimento di amicizia”, l’invito ad augurare buon compleanno a qualcuno che non ho mai visto né conosciuto e che, con tutta probabilità, non vedrò e non conoscerò mai, di cui capita non riesca nemmeno a pronunciare il nome!

Manca la possibilità di stabilire una comunicazione reale che implica la possibilità di vedere, ascoltare e anche toccare con mano.

I messaggini non sono la stessa cosa e non possono esserlo, tralasciando il fatto che potrebbe essere considerato un dettaglio anche se non lo è, che conducono a sviluppare un linguaggio estremamente povero e di conseguenza anche un modo di pensare altrettanto povero.

FB è oggi la più potente catena di S. Antonio mai realizzata sulla faccia della terra, opportunamente utilizzata per irretire le giovani menti nonché carpire informazioni personali, come hanno reso evidenti i recenti scandali.

In questa che è stata definita l’era della comunicazione la comunicazione non ha mai languito tanto, non è mai stata maltrattata, devastata, deformata e in fin dei conti mistificata in questo rude modo.

Un ulteriore problema legato allo stabilirsi della condizione di dipendenza è poi legato a quel fenomeno che è stato definito “del piccione superstizioso”.

Nelle tecniche di condizionamento animale esiste uno “schema di rinforzo” (ossia un modo per far sì che un certo comportamento venga appreso e ripetuto), chiamato “casuale” che risulta associato al modo di comunicare tipico delle chat e dei social.

Se ad un piccione somministro del cibo in modo non regolare, appunto casualmente, dopo un po’ svilupperà un comportamento alquanto strano, che potrebbe ricordare il rituale scaramantico messo in atto da una persona affetta da disturbo ossessivo-compulsivo (da cui appunto la definizione di “superstizioso”).

Tale comportamento si produce per il fatto che il piccione – ovviamente senza troppo ragionarci su – nel momento in cui riceve il cibo associa tale esperienza piacevole con l’azione compiuta qualche istante prima, come se dicesse: “Visto che pochi istanti prima di ricevere il cibo ho alzato una zampa, se alzo di nuovo la zampa riceverò ancora cibo!”.

Essendo probabile che il piccione, poco prima di ogni somministrazione di cibo, compia azioni diverse, dopo alcune somministrazioni tutte queste azioni si ritroveranno poste in sequenza per dar luogo ad un comportamento alquanto bizzarro.

Lo schema di rinforzo casuale rende i comportamenti appresi refrattari al cambiamento. Nel momento in cui accedo ad un social o ad una chat di gruppo non sono sicuro di quello che troverò.

Potranno esserci messaggi rivolti a me oppure non esserci ma quando li troverò questo renderà il mio precedente comportamento, ossia il ripetuto controllo dei messaggi, quello che nell’esempio del piccione superstizioso è alzare la zampa o stirarsi le ali, ossia sempre più probabile.

Se ho appuntamento telefonico con una persona e nel giorno e nell’ora stabiliti ci parliamo ciò non mi renderà dipendente, mentre trovare qualche volta sì e qualche volta no il messaggio desiderato – che soddisfa il bisogno di sapere che qualcuno si sta interessando a me – corrisponde allo schema di rinforza casuale che rende sempre più probabile il ripetersi di tale controllo, finché tale comportamento sfuggirà ad ogni controllo!

E ora un ultima e importante considerazione. Tutto ciò si consuma nella cameretta di nostro figlio, chiuso nella propria torre d’avorio costituita dalla propria postazione informatica e dai social nei quali naviga.

Nel mare dell’isolamento e dell’illusione della connessione globale questo navigante non può mettersi in gioco, non ha modo di mettersi alla prova al fine di acquisire l’autostima di cui il preadolescente ha bisogno.

Si crea così un circolo vizioso costituito dal non mettersi in gioco, evitare di verificare le proprie competenze sociali, nutrire il timore di non riuscire a farcela, soddisfare in modo virtuale tale bisogno in modo totalmente “innocuo” il che rinforza il timore di non farcela, al che il ciclo ricomincia.

In tale modo si manca di realizzare la propria dimensione individuale, che può emergere solo da un genuino scambio comunicativo e relazionale (quello che coinvolge direttamente e fisicamente le persone e non solo la loro immagine e la loro voce informatizzate).

Stefano Boschi