Salute e società: siamo davvero nella società del “benessere”?

Gettando uno sguardo alla situazione europea in tema di salute ci accorgiamo che la “società del benessere” inizia a divenire un semplice miraggio.

In occasione del 23esimo congresso dell’EPA (European Psychiatric Association) tenutosi a Vienna nel 2015 è emerso che 165 milioni di persone in Europa soffrono di problemi psichici, per una percentuale del 38,2%.

Si prevede che nel 2030 i disturbi mentali saranno le malattie più frequenti nel mondo, un quadro drammatico che vede le patologie mentali collocarsi sul primo gradino sulla scala della disabilità (26,6%).

L’impatto maggiore è dovuto alla depressione (7,2%) e all’Alzheimer (7,3%), poi ci sono i problemi legati all’abuso di alcol (3,4%); in termini di frequenza al primo posto ci sono i disturbi d’ansia (14%), seguiti da insonnia (7%) e depressione maggiore (6,9%), disturbi somatoformi (6,3%), disturbo da iperattività e deficit dell’attenzione o ADHD (5% dei giovani), dipendenza da alcol e droghe (4%) e demenza (dall’1% nella fascia 60-65 anni al 30% fra gli 80enni). 

A subire maggiormente le conseguenze del disagio sarebbero le donne, per una percentuale che va oltre il 30% sul totale delle malattie, contro il 23% per la popolazione maschile. La crisi economica ha inciso non poco, facendo registrare un aumento del consumo di alcol e della mortalità correlata, oltre che una crescita dei suicidi legati alla disoccupazione.

Prendendo quindi in considerazione l’ambito medico (i dati sono riportati da “Epicentro”, Il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica a cura dell’Istituto Superiore di Sanità), negli ultimi 40 anni i cittadini italiani hanno guadagnato quasi 10 anni di vita, raggiungendo un’aspettativa di vita media di 83,3 anni (pur con rilevanti diseguaglianze territoriali).

L’ipotesi ufficiale è che con il crescere del “life expectancy” aumenti parallelamente anche il fenomeno di cronicizzazione, ipotesi che sembra essere confermata se osserviamo come tale fenomeno si distribuisce nella popolazione in relazione alle diverse fasce di età, come illustra il seguente il seguente grafico che compare su “Meridiano Sanità,.Rapporto 2018″.

In “Meridiano Sanità, Rapporto 2014” (ossia quattro anni prima della precedente pubblicazione), venivano confrontati i dati relativi agli anni 2005 e 2012, come illustra il seguente grafico.

A colpo d’occhio il grafico mostra che l’allungarsi della vita media corrisponda all’inasprirsi del processo di cronicizzazione proprio per le fasce di età più avanzate, la qual cosa rimanderebbe al fisiologico declino della risposta immunitaria.

Se però allarghiamo la prospettiva le cose non sembrano più così semplici e scontate. Riportiamo ora all’interno di uno stesso grafico la misura nella forma di istogrammi delle percentuali della popolazione afflitta da cronicizzazione per gli anni 2005, 2012 e 2017 (relativi cioè ai due precedenti grafici).

Nel precedente grafico sono state accorpate alcune fasce di età (nel grafico relativo agli anni 2005 e 2012 venivano considerate 11 fasce di età, mentre in quello relativo al 2017 solo 9) calcolando la media aritmetica delle relative percentuali: il grafico mostra che il fenomeno di cronicizzazione si sta incrementando esponenzialmente.

Sembrerebbe proprio che, in linea con la variabile demografica, l’incremento della percentuale di cronicizzazione debba essere ricondotto al progressivo incremento della fascia di età over 65 e, di conseguenza, al fisiologico declino della risposta immunitaria.

Il sistema immunitario giunge, infatti, a maturazione tra il terzo e il quarto anno di vita, raggiunge il livello di massima efficienza con l’adolescenza, si assesta poi su un plateau di massima efficienza fino a circa 50 anni per iniziare quindi a declinare da questo momento in avanti.

Se osserviamo il precedente grafico ci accorgiamo che la fase di fisiologico declino della riposta immunitaria o “immunosenescenza” (nel periodo che segue i 50 anni) in effetti corrisponde all’impennata della percentuale di popolazione affetta da qualche forma di cronicità.

Ad un’osservazione più attenta emerge però un ulteriore dato. Focalizzando l’attenzione sulla differenza esistente tra le percentuali relative ai tre anni considerati si nota che l’incremento maggiore si ha nelle fasce di età che corrispondono al periodo di massima efficienza della risposta immunitaria stessa.

Al fine di valutare in termini oggettivi la differenza di incremento (o incremento differenziale) tra 2005, 2012 e 2017 occorre utilizzare il “quoziente di cronicizzazione”: si tratta del rapporto tra le percentuali di popolazione affetta da almeno una malattia cronica relative a due anni diversi.

Il grafico evidenzia come negli ultimi dodici anni si sia verificato un incremento della cronicizzazione più che proporzionale proprio a carico delle fasce di età del periodo adolescenziale.

Si tratta di un fenomeno apparentemente inspiegabile secondo la tradizionale visione medica. Se il quoziente di cronicizzazione rappresenta un indicatore indiretto del livello di efficienza del sistema immunitario della popolazione, si dovrebbe forse concludere che tale livello si stia progressivamente abbassando con il passare degli anni soprattutto per le fasce di età in cui dovrebbe essere più alto?

Il fatto che il quoziente di cronicizzazione risulti massimo attorno al periodo adolescenziale fa pensare che le difficoltà tipiche dell’adolescente si riflettano sul sistema immunitario, determinandone un patologico (piuttosto che fisiologico, come accade negli over 50) abbassamento della relativa risposta.

Considerando questo particolare trend del processo di cronicizzazione diventa ineludibile, dal punto di vista logico, l’ipotesi di un “fattore nascosto”, che appare di prioritaria importanza ricomprendere al più presto nel computo delle variabili che presiedono all’insorgere delle diverse forme di patologia.

I problemi di salute in generale e il fenomeno della progressiva cronicizzazione di molte malattie in particolare rappresentano una delle sfide più ardue del Terzo millennio, giacché rischiano di mettere in ginocchio l’attuale organizzazione sociale minacciandolo sul piano economico e non solo. Se il trend attuale persiste presto la società che conosciamo dovrà cambiare il proprio assetto organizzativo.

Mentre la ricerca continua a focalizzarsi sul sempre più piccolo, sui meccanismi cellulari e molecolari, si continua a ignorare la dimensione umana complessiva. Se vogliamo davvero dare una svolta alla nostra condizione individuale e alla società del “falso benessere” occorre iniziare a guardare dove non abbiamo mai guardato con sincera attenzione per quanto concerne la nostra salute e quella dei nostri figli.

Stefano Boschi