Scuola e genialità: Einstein era davvero diverso da ognuno di noi?

Quando Einstein morì, diversi studiosi si divisero il suo cervello con l’intento di scoprire cosa avesse di diverso da quello dei comuni mortali.

Per molto tempo pareva che nessuno scoprisse alcunché, fino a che una certa Diamond finalmente notò quella che sulle prime pareva una sostanziale differenza: il cervello del grande Albert era particolarmente ricco di cellule gliali, le cellule deputate a sostenere e a collegare i neuroni, ipotesi che fu poi contraddetta dalle osservazioni di altri studiosi.

La questione fu molto dibattuta fino a che si giunse ad una conclusione: ciò che rendeva Einstein un genio non era tanto una differenza “nel” suo cervello o “del” suo cervello ma nel “come” lo usava.

In pratica tutti noi possiamo essere “geni come Einstein” per il fatto che tutti noi possiamo pensare come pensava lui, a condizione di abbandonare la rigidità dei consueti schemi di pensiero, la tendenza a cristallizzare un dato modo di vedere le cose.

Quando cerchiamo qualcosa in casa nostra prima guardiamo in salotto, poi in camera da letto e infine in cucina e se non troviamo ciò che stiamo cercando spesso ricominciamo da capo: guardiamo di nuovo in salotto, poi in camera da letto e infine in cucina.

A volte capita di ripetere tale sequenza nello stesso identico modo diverse volte prima di darci per vinti, ritrovando poi casualmente ciò che stavamo cercando dove non lo avremmo mai cercato!

La parola “genio” deriva da generare, quindi il genio è colui genera qualcosa di nuovo, il che avviene prima di tutto nel proprio modo di pensare.

In passato Robert Dilts ha studiato il modo di pensare – piuttosto che il cervello – di alcuni illustri personaggi unanimemente considerati geni (vedi la sua celebre opera Le strategie dei geni), il che ha condotto alla scoperta di alcuni interessanti punti in comune.

Prima di tutto, quando le cose non vanno per il loro verso il genio non pensa in termini di insuccesso o di fallimento bensì di possibilità di apprendimento.

Se, trovando la sua coltura batterica “rovinata” da una muffa verdastra, Fleming avesse pensato «Ma guarda quanto sono stato sbadato … ho dimenticato la teca aperta! Non deve mai più succedere!», oggi milioni e milioni di persone continuerebbero a morire a causa delle infezioni batteriche.

Un’altra caratteristica del modo di pensare dei geni è l’essere stimolati dalle contraddizioni, ciò che pone l’uomo comune di fronte ai suoi limiti: l’ansia che ne deriva appare spesso legata all’irrealistica pretesa di coerenza logica e linearità a proposito dei fatti che ci accadono e dei nostri comportamenti.

Se una regola viene contraddetta dall’eccezione questa dovrebbe stimolarci non già a confermare la stessa regola bensì a trovarne una più ampia, uno schema di rappresentazione della realtà migliore e quindi più utile.

Altra caratteristica del genio è pensare – e parlare – per metafore (dal greco meta e phero, ossia “portare oltre”): la metafora costituisce un modo concreto e figurato di rappresentare la realtà e si dice che Tesla avesse la capacità di progettare le sue invenzioni nel pensiero e addirittura di testarle in quel modo.

Queste proprietà del pensiero geniale o – per meglio dire – generativo hanno un comune denominatore: l’armonizzazione funzionale tra l’emisfero destro e quello sinistro.

Tale ambizioso traguardo non può essere raggiunto direttamente ma stabilendo la dominanza funzionale dell’emisfero destro (anche se di norma è quello sinistro a detenere questo primato), che fungerà quindi da apripista del pensiero fornendo la corretta direzione e una valida motivazione a quello sinistro.

Nel mio lavoro di analisi dell’attuale metodo didattico ho individuato quattordici dimensioni dicotomiche fondamentali, dimensioni che rimandano ai due emisferi cerebrali sul piano della rispettiva dominanza funzionale.

Sono tali dimensioni a decretare “successi” e fallimenti” del lavoro che viene attuato a scuola dall’insegnante e dai suoi allievi.

Stefano Boschi