Psicopedagogia clinica: il legame profondo tra valori e conflitti

Quando parliamo di educazione parliamo di quel processo attraverso cui i nostri figli imparano ciò che è importante nella vita, ossia di quelle cose astratte ma così potenti nel guidare il comportamento chiamate “valori”.

​​Anche se tendiamo a pensare che i valori siano universali e uguali per tutti in realtà si differenziano da persona a persona, anche se alcuni possono risultare condivisi.

​Alcuni considerano fare carriera la cosa più importante nella vita, altri che sia crearsi una famiglia, per altri ancora si tratta invece di adempiere al proprio dovere, mentre alcuni invece ritengono che sia davvero importante dedicarsi agli altri; ci sono infine persone per le quali bisogna assolutamente ammucchiare un bel po’ di soldi o conquistare una posizione di potere.

​La cosa più potente nel guidare il pensiero e il comportamento è la nostra personale visione del mondo: è sulla base di come pensiamo stiano realmente le cose che reagiamo alle situazioni che ci capitano, affrontiamo i problemi che ci affliggono, prendiamo decisioni importanti e progettiamo il nostro futuro e quello dei nostri figli.

​La nostra visione del mondo, che ci guida in modo silente come un occulto regista, è formata dai nostri valori, ciò che per noi è importante, e dalle nostre convinzioni, ciò che crediamo fermamente essere vero.

​Tale visione rappresenta una sorta di letto di Procuste a cui la realtà si deve adattare. Procuste, noto personaggio mitologico, aveva la pessima abitudine di fare accomodare i suoi ospiti nel proprio letto, accorciandoli se risultavano più lunghi e allungandoli se risultavano più corti, il che avveniva con comprensibile disappunto degli stessi. 

​La differenza tra valori e convinzioni è che mentre queste ultime riguardano “ciò che è vero” i primi riguardano “ciò che è giusto”: mentre le convinzioni non presentano gradazioni, dato che un’affermazione è ritenuta vera o falsa, le cose giuste o importanti – che corrispondono appunto ai nostri valori – formano una gerarchia.

 E’ un po’ come nell’esercito, in cui c’è il generale che comanda tutti, dopo il quale viene il colonnello, che prende ordini dal generale e comanda tutti gli altri, poi viene il capitano, il tenente e il sergente fino ad arrivare al soldato semplice, che non comanda nessuno ma prende ordini da tutti.

 Nella nostra gerarchia dei valori il valore più alto in grado corrisponde al generale, quello ritenuto il più importante in assoluto, quello a cui devono allinearsi tutti gli altri come suoi sottoposti: si tratta del valore supremo.

​Accade quindi che il valore supremo del genitore imposti l’intero processo educativo, rappresentandone la spina dorsale: è sulla base di tale valore che i nostri figli imparano come si sta al mondo, come ci si comporta con gli altri, come ci si guadagna da vivere, come si affrontano i problemi, come si costruisce il proprio progetto di vita e via dicendo.

 Esso rappresenta la forza propulsiva più potente all’interno della personalità. I problemi sorgono quando la nostra gerarchia dei valori non risulta ben organizzata, il che significa che possiamo trovarci di fronte a due valori che mostrano lo stesso grado di importanza.

 E’ ad esempio il caso del manager di successo che si trova a dover scegliere tra continuare a lavorare dodici ore al giorno e prendersi cura della propria famiglia, il che accade nel momento in cui la moglie gli pone il fatidico ultimatum: “Se continui a lavorare così tanto ti lascio!”.

​Se riesce a scegliere bene ma se non riesce a farlo si ritrova dilaniato dal conflitto: si può così accorgere di non aver ben gerarchizzato i propri valori, in particolare di non aver ancora deciso se la cosa più importante per lui è la propria famiglia o la propria carriera.

​Diventa così evidente che tutti i nostri conflitti, soprattutto quelli interni, sono conflitti tra valori che non sono stati ben ordinati secondo il criterio rappresentato dal valore supremo, in altre parole non sono stati correttamente allineati ad esso. 

​Una delle fondamentali differenze tra essere umano e animale risiede nel fatto che mentre i secondi sono soggetti alla frustrazione e al conflitto con altri animali (come accade nel caso di difesa del territorio e nel periodo dell’accoppiamento) noi siamo soggetti al conflitto interno, che è appunto un conflitto tra valori.

​Il nostro manager dovrebbe quindi porsi la domanda: “Qual è la cosa che per me è ancora più importante della mia carriera e della mia famiglia?”.

​Il problema è che la domanda non viene mai o quasi posta nei precedenti termini quanto piuttosto nei seguenti: “Cos’è più importante per me, il mio lavoro o la mia famiglia?”.

 Il problema è che tale domanda spesso si rivela una trappola senza via di scampo, giacché non fa altro che rafforzare la tendenza a restare sempre più attaccati sia alla carriera sia alla famiglia, ponendo in questo caso il manager nella condizione della corda in un tiro alla fune.

​Per risolvere in modo efficace il conflitto interno che ci intrappola occorre “salirci sopra”, rivolgersi cioè al valore supremo – diverso da quelli che generano il conflitto – al fine di poter decidere qual è la cosa più importante per noi e quella meno importante, se la carriera o la famiglia. 

​Se cercassimo, come fa il manager, di rispondere alla prima domanda – “Cos’è più importante per me, il mio lavoro o la mia famiglia?” – ci troveremmo nella situazione del fumatore pentito. Ogni volta che si accende una sigaretta pensa che dovrebbe smettere e quando pensa di smettere sente aumentare la voglia di fumare.

 Così facendo i due poli del conflitto vanno in escalation, rafforzandosi reciprocamente e in modo paradossale: ci ritroviamo esattamente nella situazione di chi cade in una sabbia mobile e inizia a dimenarsi nel tentativo di uscire, anche se più cerca di risalire più sprofonda.

​Per sfuggire alle sabbie mobili è necessario aggrapparsi a qualcosa che si trova al di fuori. Allo stesso modo, per sfuggire al conflitto tra valori occorre averno uno che sta al di sopra, a cui potersi aggrappare per cambiare la priorità o gerarchizzare quelli che stanno sotto. 

​Tornando al tema dell’educazione, il punto è che il genitore prende tutto il pacchetto delle cose che ritiene importanti e le passa al figlio, senza troppo curarsi di ordinarle gerarchicamente (o di fare in modo che questi impari a farlo autonomamente), perciò quando quest’ultimo si trova intrappolato in un conflitto non riesce a trovare l’appiglio per uscirne.

​Ci ritroviamo così, noi e i nostri figli, seduti sulla polveriera dei conflitti pronta ad esplodere, senza aver ben chiaro come si sono formati e senza avere alcun mezzo efficace per ricomporli.

​Se, in linea con un ben consolidato orientamento della medicina psicosomatica, pensiamo che la maggior parte delle patologie (siano esse psichiche, somatiche, comportamentali o relazionali), abbiano a monte una qualche forma di conflitto interno, possiamo renderci conto dello stretto legame esistente tra educazione e patologia, in una società che appare sempre più malata. 

​I valori supremi che i genitori passano come la cosa più importante della vita spesso corrispondono a obiettivi che possono facilmente entrare in rotta di collisione con altri, esattamente come accade al manager che si trova contemporaneamente di fronte al desiderio di una brillante carriera e al bisogno di mantenere gli affetti familiari.

​L’unico modo per aiutare i propri figli a sfuggire alla trappola del conflitto è trasmettergli un valore supremo esente da conflitti, che non possa cioè entrare in rotta di collisione con altri, che possa essere considerato la cosa più importante nella vita senza rischiare di incappare in un qualche effetto collaterale.

​A ben guardare c’è solo un valore che presenta queste caratteristiche, che potrebbe a giusta ragione fungere da generale nella gerarchia dei valori di qualunque essere umano, che appare in grado di allineare tutti gli altri ordinandoli in modo non conflittuale.

 Si tratta del valore naturale costituito dal benessere non di quello economico, bensì da quello costituito dalla condizione in cui ci siamo trovati alla nascita.

 Anche se tale condizione è stata presto turbata prima dai bisogni corporei poi dagli input culturali ed educativi, essa è rimasta nella nostra psiche profonda come il richiamo ad un’Età dell’Oro che cerchiamo continuamente di realizzare attraverso tutte le “cose importanti”.

 In questa vita ci sono tante cose importanti, come appunto il lavoro, la carriera, la famiglia, la disponibilità nei confronti degli altri, la ricchezza, il potere e chi più ne ha più ne metta, ma nessuna è così importante come stare bene, bene dentro e bene profondamente.

 Ciò diviene evidente se contrapponiamo tutte le cose che finora abbiamo ritenuto importanti con il vero benessere: non c’è niente che regga il confronto!

 Stefano Boschi