Pedagogia e medicina: educazione e salute

Tutti i genitori sanno che l’educazione è importante, anche se forse pochi sanno quanto. L’educazione influenza profondamente lo sviluppo dei nostri figli anche creando le basi per il loro futuro stato di salute, non solo mentale ma anche fisica.

Comprendere come l’educazione possa influenzare la sfera psicologica, in particolare le emozioni, i sentimenti e il modo di pensare dei nostri figli è facile, lo è meno rendersi conto di come possa influenza direttamente anche quella somatica.

Per poterlo meglio comprendere possiamo renderci conto del fatto che mente e corpo sono le due facce della stessa medaglia, per cui non ci può essere l’una senza l’altra, come si rende ben evidente parlando della duplice natura delle nostre emozioni.

Le nostre emozioni appartengono, infatti, alla sfera psicologica ed ad alla realtà corporea. Ogniqualvolta proviamo paura, rabbia, senso di solitudine, disperazione e via dicendo il nostro organismo produce particolari sostanze chiamate “neuropeptidi”, che ne sono i corrispondenti biochimici.

Quando una gazzella vede una leonessa prova quello che noi chiameremmo “paura”, il che la spinge immediatamente a fuggire nel tentativo di salvarsi la vita; viceversa, quando la leonessa vede la gazzella prova quello che chiameremmo “impulso predatorio”, qualcosa di simile all’aggressività, che la spinge ad inseguirla nel tentativo di procurarsi il pranzo.

Fin qui tutto bene, ma se ci spostiamo dalla savana alle città, dallo stato di natura a quello di cultura ci accorgiamo che le cose funzionano in modo diverso. Quando proviamo paura non ci mettiamo necessariamente a fuggire, così come quando proviamo rabbia non aggrediamo chi ci sta davanti.

Questo per il fatto che siamo stati, appunto, educati a non reagire come la gazzella e la leonessa, in altre parole come le nostre emozioni vorrebbero: quando invece non riusciamo a controllare i nostri impulsi emotivi facciamo spesso qualcosa di cui ci pentiamo, il che accade soprattutto nel caso della rabbia.

Secondo la medicina psicosomatica il problema è che in questo modo rischiamo di ammalarci proprio per il fatto di trattenere le nostre emozioni: in quel momento, infatti, trasformiamo una “e-mozione” in una “in-mozione”.

In parole povere, l’energia psichica di cui quella certa emozione è carica, invece che scaricarsi attraverso un comportamento di attacco-fuga come accade negli animali si ritorce all’interno in modo del tutto innaturale, il che può provocare fenomeni patologici come ad esempio nel caso di chi trattiene abitualmente la rabbia iniziando ad avere problemi di fegato.

Non dimentichiamo che il termine “patologia” deriva dalla parola greca pathos, che significa proprio emozione: è a questo punto che ci troviamo di fronte ad un vero dilemma amletico!

Se il comportamento esprime il nostro sentire non ci ammaliamo ma ci comportiamo in modo contrario ai buoni principi della convivenza civile, se invece agiamo in linea con i buoni principi educativi reprimendo le nostre emozioni possiamo però esporci al rischio di ammalarci: è un po’ come se qualcuno ci chiedesse se preferiamo un pugno in faccia o un calcio nello stomaco!

Purtroppo l’educazione viene a volte attuata dai genitori in modo da creare tale dilemma nel mondo interno dei propri figli.

Quali sono i messaggi che rivolgiamo loro quando esprimono stati emozionali che riteniamo sconvenienti o inopportuni? “Non devi arrabbiarti!”, “Non è giusto sentirsi tristi”, “Fai come Filippo che è sempre calmo”, “Bisogna controllare le proprie emozioni” e chi più ne ha più ne metta.

In realtà viviamo in una società che potrebbe definirsi “emofobica”, che teme cioè le emozioni e che perciò non le sa gestire.

I messaggi che i genitori rivolgono ai figli in occasione delle loro espressioni emozionali ruotano a “non è vero!”, “non stai provando niente” oppure a “non è giusto!”, “non devi sentirti in questo modo”.

Fortunatamente esiste una “terza via”, alternativa rispetto al rischio di ammalarsi o di comportarsi in modo contrario ai buoni principi della civile convivenza.

Si tratta di una via difficile da seguire perché procede in direzione diametralmente contraria al buonsenso: si tratta di quella via chiamata “accoglimento”, attraverso cui all’emozione viene permesso di emergere per essere riconosciuta attraverso un nome e quindi accettata per quello che è, né giusta né sbagliata.

Il problema è che spesso pensiamo che se permettessimo a nostro figlio di lasciar emergere paura e rabbia, così come odio, tristezza, gelosia, senso di solitudine e via dicendo, ciò metterebbe in qualche modo in discussione il fatto di essere “buoni genitori”.

In seconda battuta e per quanto riguarda in particolare la rabbia, penseremmo che ciò aumenterebbe il rischio di comportamenti aggressivi, contrari alla civile convivenza e perciò, a conti fatti, è certamente meglio impacchettare il tutto è metterlo nel congelatore.

Il problema è che le cose che mettiamo nel congelatore si conservano ed è proprio questo il fine per cui l’abbiamo acquistato, perciò a volte rimaniamo di stucco accorgendoci di un fatto che tendiamo ad ignorare: le emozioni sono al di là del tempo.

Essendo una sorta di “energia” della psiche, come recita il primo principio della termodinamica o legge di conservazione dell’energia, all’interno di un sistema isolato la quantità totale di energia rimane costante nel tempo anche se essa può trasformarsi.

Chi pensa che il tempo curi le ferite emozionali purtroppo si sbaglia e rischia di accorgersene troppo tardi, quando inaspettatamente l’energia in esse racchiusa ha cambiato forma trasformandosi in reazioni allergiche, asma, acidità di stomaco, colon irritabile, dermatite atopica, psoriasi e via dicendo.

“Meglio prevenire che curare” recita un vecchio adagio popolare. In questo contesto tale principio può essere riformulato nei termini di “meglio accogliere le emozioni che rischiare di somatizzarle!”, per essere quindi applicato prima di tutto sul piano personale, poi su quello educativo.

Rapportando questo discorso all’educazione e, quindi, al rapporto genitori-figli, soprattutto nelle situazioni critiche occorre scavare sotto la superficie delle situazioni per lasciare emergere ciò che provano, facilitare loro l’identificazione attraverso un nome e, alla fine, permettere di accettarlo come qualcosa che riguarda esclusivamente il loro mondo interno, non già quello là fuori.

Chi è in grado di attuare questo processo di emersione, riconoscimento e accettazione per sé e per i propri figli si ritrova nei panni di un novello alchimista, in grado di trasmutare i metalli vili degli stati d’animo spiacevoli nei metalli nobili delle risorse interne utilizzando la pietra filosofale dell’accoglimento.

Giorgio Crucitti