Didattica efficace: e se la scuola fosse un ristorante?

Tale domanda potrebbe suonare piuttosto bizzarra, una di quelle che l’insegnante non si porrebbe mai, dato che la scuola è molto diversa da un ristorante.

​Spesso la scienza si è evoluta non in modo lineare bensì attraverso balzi del pensiero che molti avrebbero giudicato bizzarri e inopportuni, come accadde ad esempio a Newton, quando si chiese perché la mela più famosa del mondo – dopo quella di Adamo ed Eva – gli fosse caduta sulla testa. Per il contadino la risposta sarebbe stata più che ovvia, “Perché era matura!”.

​Se gestissimo un ristorante quale sarebbe la nostra reazione di fronte a commenti di scarso gradimento per il cibo e assenza di motivazione a tornare da parte dei nostri avventori? Di certo ci preoccuperemmo e tali commenti stimolerebbero in noi la ferma volontà di migliorare la nostra cucina, giacché si tratterebbe della nostra fonte di reddito.

Diversamente da quanto accade al gestore del ristorante, di fronte alla caduta di motivazione da parte degli studenti la scuola spesso risponde attribuendo loro scarsa voglia di studiare, poco impegno, un basso livello di responsabilità e via dicendo.

Se a fronte di tale situazione la scuola non fallisce come potrebbe invece accadere al ristorante, in ogni caso bisogna concludere che c’è qualcosa che potrebbe essere migliorato onde evitare che la scuola dell’obbligo si trasformi nell’obbligo della scuola.

​Nella precedente pillola per insegnanti abbiamo ribadito un elementare principio che deriva dalle neuroscienze: nella sua forma elementare di memorizzazione l’apprendimento avviene ad opera degli stati emozionali, i quali determinano il deposito dell’informazione nel serbatoio a lungo termine.

​ Se da una parte lo stato emozionale che innesca l’apprendimento si rivela piacevole o spiacevole, dall’altra esso diviene a pieno titolo parte di quanto è stato appreso: in termini chimici non si tratta di un catalizzatore ma di una “sostanza” che diventa parte integrante del composto!

​ In termini pratici ciò significa che nel momento in cui ripeto la poesia imparata a memoria rievoco anche lo stato emotivo, piacevole o spiacevole, che mi ha permesso di memorizzarla o che, attraverso la ripetizione, mi ha accompagnato attraverso la memorizzazione.

Se apprendo tante cose in modo piacevole ciò diventerà per me una grande fonte di benessere, il problema consiste nel fatto che è vero anche il contrario! Tutto ciò che apprendo con fatica, frustrazione, senso di costrizione costituirà la fonte di nuove conoscenze così come di altrettante sensazioni e stati d’animo spiacevoli.

Ma non è finita! In tutto questo si intravvede, infatti, un insidioso paradosso. In linea con quanto affermava Freud, in forza del principio di piacere cercherò quindi senza rendermene affatto conto di cancellarlo dalla mia consapevolezza.

Questo meccanismo ci pone di fronte ad un paradosso di difficile soluzione, dal momento che appare in rotta di collisione non solo con il concetto stesso di apprendimento ma anche con il mandato della scuola come istituzione preposta all’insegnamento.

​A questo punto è d’obbligo porsi la domanda: come si può sfuggire a queste sabbie mobili? ​La prima cosa da comprendere è come si fa a vendere un aspirapolvere.

Ci sono venditori bravi e meno bravi. Quelli bravi seguono specifiche regole d’ingaggio, non approcciano il potenziale cliente così come capita, ma seguono regole che aumentano al massimo le probabilità di vendere il loro prodotto.

La naturale obiezione è che l’insegnante non vende niente, perciò le tecniche di vendita non hanno nulla a che vedere con la didattica, giusto? No, purtroppo è sbagliato!

​ Se è vero che l’insegnante non si pone l’obiettivo di acquisire denaro dai suoi allievi – almeno non direttamente – non è però affatto vero che non “vende” niente, giacché si tratta comunque di una transazione: ciò che cambia è la sua natura.

​Mentre il venditore cerca di vendere l’aspirapolvere per avere in cambio denaro l’insegnante cerca di vendere la lezione, ma lo fa per avere in cambio che cosa?

​L’insegnante entra in classe, inizia a far lezione e vuole avere attenzione, silenzio (a parte le domande che gli sono rivolte), un atteggiamento calmo e responsabile da parte dei suoi allievi e alla fine di tutto questo giro di giostra spera di avere buoni risultati scolastici.

​​Nella scuola di oggi, l’identikit dell’allievo ben scolarizzato corrisponde a quello che sta seduto senza muoversi troppo per cinque o sei ore, che fa ricreazione nei dieci minuti che gli sono concessi, che non parla con i suoi compagni, che non disegna durante le ore di lezione, che non si distrae, che non si perde nella sua fantasia …

A questo ideale di allievo “robotizzato” manca una cosa fondamentale, la risposta ad alcune fondamentali domande: “perché dovrei stare a scuola, perché dovrei imparare quello che mi insegnano, perché devo passare tutte queste ore seduto al mio banco, perché mi trovo qui, perché accade tutto questo?”.

Privata della risposta a tali domande la scuola rischia di diventare qualcosa di analogo ai villaggi dei film sul Far West, fatti solo della facciata!

​ La primissima cosa da fare è ridefinire l’obiettivo della didattica: piuttosto che “studiare la Divina Commedia” si tratta di “stimolare interesse e curiosità per la Divina Commedia”.

​ Prendendo spunto dal precedente l’identikit dell’allievo ben scolarizzato possiamo notare come tutti i limiti dell’odierna didattica mostrano un comune denominatore: l’atteggiamento passivo che gli viene imposto.

Cambiare il modo di fare didattica significa prima di tutto ribaltare tale atteggiamento, fare in modo che gli studenti si “attivino”

Ciò non significa subissarli di verifiche e di compirti a casa bensì “attivare il loro cervello” stimolando curiosità, interesse, motivazione, la voglia e il piacere di studiare e di apprendere

Se pensiamo che tutto ciò si ottenga dicendo agli studenti che “devono” farlo siamo destinati ad una serie di cocenti delusioni e semplicemente programmando l’effetto paradosso, ossia l’esatto contrario di quanto vogliamo ottenere.

La scuola autoritaria (rimasta l’unica istituzione con tale impostazione assieme a quella giuridica) è destinata a creare studenti passivi.

Questa situazione appare riflessa in quella categoria sociale definita NEET (acronimo inglese che indica i giovani non impegnati nello studio, nel lavoro o nella formazione): molti giovani sembrano oggi galleggiare come corpi privi di vita in una società in cui presumono di non aver alcuna possibilità di realizzare alcun progetto.

All’interno della scuola tale condizione si riflette nella mancanza di motivazione, di coinvolgimento emotivo, di interesse e curiosità, di piacere nell’acquisire nuove conoscenze.

Una dei fattori determinanti in tal senso è costituito dai falsi obiettivi che oggi la scuola sembra porsi: passare delle informazioni, delle nozioni, senza troppo curarsi del “perché” gli allievi dovrebbero acquisirle e del loro vero obiettivo che non può essere disgiunto dalle caratteristiche della natura umana e, in particolare, delle inclinazioni dei soggetti in età evolutiva.

Se prendiamo per buoni tali considerazioni l’azione più importante da attuare per rinnovare la scuola è ridefinire l’obiettivo della didattica: piuttosto che “studiare e imparare” la Divina Commedia si tratta di “stimolare interesse, curiosità e piacere nello studiare e nell’apprendere” la Divina Commedia.

​Solo così la scuola inizierà ad attivare il mondo interno di ogni studente, contribuendo alla soddisfazione del suo bisogno di autorealizzazione e quindi alla conquista del suo benessere.

Per raggiungere tale obiettivo occorre radicarsi nelle conquiste delle neuroscienze e della cibernetica, nelle più efficaci strategie nel settore della comunicazione così come dell’ingegneria motivazionale, senza tralasciare gli attuali e più evoluti principi psicopedagogici.

Active Learning è il metodo didattico di ultima generazione creato su queste basi per rispondere alle richieste di una scuola afflitta da difficoltà e da problemi sempre nuovi, solo in parte legati ad una realtà sociale sempre più multietnica, dalle diverse forme di DSA e dal fenomeno del bullismo.

Si tratta di un metodo pensato per l’insegnante che vuole essere al passo coi tempi e usufruire degli strumenti che la ricerca mette a sua disposizione, potendo così adempiere nel migliore dei modi ad una funzione che – assieme a quella del genitore – si rivolge alle radici stesse della nostra società, ossia i nostri figli.

Stefano Boschi