Realtà o utopia? È possibile apprendere in modo rapido, stabile e piacevole?

C’è chi pensa che i ragazzi non siano motivati a studiare perché è faticoso. Che si tratti di un modo di pensare errato lo dimostra il fatto che fare sport significa sì faticare ma anche divertirsi: faticoso non è, dunque, l’opposto di piacevole o divertente, così come non-faticoso non è loro sinonimo.

La scuola dovrebbe fare in modo che l’apprendimento sia dal loro cervello classificata come un’attività piacevole, esattamente come giocare e fare sport.

Se qualcuno obiettasse che si tratta di un’utopia si dovrebbe rispondere che quanto soddisfa un bisogno, primo fra tutti quello di autorealizzazione, o si conforma alle proprie naturali inclinazioni risulta necessariamente (si dovrebbe dire naturalmente) piacevole, spesso al di là dello sforzo che viene applicato.

Anzi, spesso gli obiettivi sui quali investiamo i nostri sforzi diventano tanto più importanti e soddisfacenti quanto più intenso si rivela l’impegno per raggiungerli: ciò a condizione che alla base vi sia una genuina motivazione.

Il problema è che siamo abituati ad associare lo studio alla fatica e alla noiosa ripetizione dei medesimi contenuti, piuttosto che alla soddisfazione e alla possibilità di sentirci realizzati.

Chi pensa non si possa apprendere in modo piacevole ignora il fatto che ciò trascina un’altra possibilità, quella di apprendere in modo rapido (se non addirittura istantaneo) e stabile, anche se a ben guardare tale principio si applica anche per le esperienze spiacevoli.

Quante volte abbiamo dovuto bruciarci per capire che la pentola sul fuoco non va toccata? Quante volte abbiamo dovuto cadere in bicicletta per capire che era necessario essere più prudenti? Quante volte abbiamo dovuto tagliarci con il coltello per capire che si tratta di uno strumento da maneggiare con maggiore attenzione?

Si potrebbe continuare all’infinito con gli esempi e la risposta sarebbe sempre “una sola volta è bastata!”. Anche se poi non abbiamo dato seguito a ciò che abbiamo appreso non è stata necessaria alcuna ripetizione e non abbiamo mai dimenticato la lezione.

Allora qual è la differenza tra apprendere con piacere o con sofferenza, se in entrambi i casi l’apprendimento può essere istantaneo e permanente?

In realtà noi apprendiamo continuamente una quantità impressionante di cose, nozioni, informazioni, notizie, anche se non tutte si riveleranno accessibili con la stessa facilità.

In realtà il vero obiettivo della didattica non è l’apprendimento come tale bensì la possibilità di accedere a ciò che è stato appreso.

Quello che possiamo definire il “paradosso della didattica” attuale, non fondata su una genuina motivazione, è creato dal principio di piacere di cui parlò Freud e delle sue implicazioni sulla memoria: è in forza di tale principio che le esperienze spiacevoli sono soggette a quel meccanismo che egli chiamò “rimozione”.

In pratica, se faccio una gran fatica ad imparare a memoria la Divina Commedia tale fatica si rivelerà vana se poi non riuscirò a ricordarne i versi: sarebbe come avere tanti soldi in banca senza poterli utilizzare.

Tutti gli stati d’animo e le sensazioni, piacevoli o spiacevoli che siano, oltre una certa soglia di intensità ci permettono indifferentemente di memorizzare le informazioni, anche se non appaiono altrettanto efficaci nel permetterne la rievocazione.

In parole povere, memorizzazione e rievocazione non appaiono in rapporto lineare tra loro. Se memorizzo stabilmente una cosa ciò non significa affatto che la rievocherò facilmente, come ci insegnano le esperienze traumatiche che vengono rimosse.

Lo studente che terminata la scuola dà fuoco ai libri o compie un gesto del genere si comporta come fa la rimozione con le nozioni che si rivelano associate a stati interni spiacevoli.

Questo meccanismo difensivo ci pone di fronte ad un dilemma di non facile soluzione, dal momento che le sue implicazioni possono apparire in rotta di collisione non solo con il concetto stesso di apprendimento ma anche con il mandato della scuola come istituzione.

Le potenzialità del nostro cervello si sono sviluppate nel corso di quattro milioni e mezzo di evoluzione, che dalla condizione di Lucy ci ha permesso di conquistare lo spazio.

Il nostro cervello è progettato per realizzare il tipo di apprendimento che ha tutte e tre queste caratteristiche, piacevolezza, immediatezza e stabilità, anche se siamo purtroppo abituati ad associare le ultime due soprattutto alle esperienze spiacevoli.

Se all’interno della scuola non riusciamo a realizzare il tipo di apprendimento che possiede tutte e tre le precedenti caratteristiche significa che stiamo usando il cervello – quello degli insegnanti e quello dei loro allievi – in modo non appropriato, come se cercassimo di accendere la televisione con l’accendino!

Non si tratta solo di evitare di far fatica (come avviene quando si adotta la strategia del ripetere per l’ennesima volta gli stessi contenuti) ma di fare le cose nel modo più efficace.

Ben lungi dal costituire una sorta di magia si tratta delle tre facce dell’insegnamento-apprendimento in linea con il naturale modo di funzionare del nostro cervello.

Lasciando tra parentesi il problema della rievocazione, dovremmo addirittura ribaltare la domanda e chiederci se fosse possibile insegnare-apprendere in modo istantaneo che non sia anche tendenzialmente stabile e piacevole, oppure in modo stabile che non sia anche istantaneo e piacevole.

Stefano Boschi