E’ più facile pilotare un 747 o fare il genitore? Il mestiere più bello e più difficile del mondo!

Il primo e forse più inquietante paradosso in tema di genitorialità è rappresentato dal fatto che pur costituendo il “mestiere” più difficile del mondo, pensiamo di poterlo esercitare senza la benché minima preparazione.

Se salissimo su un Boeing 747 e scorgessimo il pilota mentre legge un manualetto dal titolo “Come pilotare un Boeing 747” resteremmo a bordo oppure troveremmo qualche buona scusa per scendere?

Quasi certamente opteremmo per la seconda possibilità. Ma perché? Il pilota non si sta forse documentando su come pilotare l’aereo?

Il ragionamento che faremmo molto velocemente è probabilmente il seguente: il Boeing 747 è una macchina molto complessa e non si può certo apprendere come pilotarla in tre giorni, perciò se qualcuno ci provasse sarebbe molto pericoloso, anzi una tragedia annunciata.

Sarebbe certamente un ragionamento corretto, anche se nel caso del fare i genitori non ci sfiora nemmeno il problema.

Dalle istituzioni giunge qualche indicazione sommaria su come interagire con il neonato: alle madri viene insegnato come gestire la poppata, ad assicurarsi che il bebè non rigurgiti durante il sonno, quali sono le creme da usare affinché la sua pelle non si irriti e pochissime altre cose.

Allevare ed educare un figlio si riduce, dunque, a questo, come se educare equivalesse a procreare o poco di più?

Le ragioni spesso addotte a sostegno della tesi per cui fare il genitore richiede solo buona volontà e amore per i propri figli sono del tipo «Fare il genitore non si impara a scuola ma solo facendolo», «Ogni genitore ha un proprio modo di fare il genitore e non esiste quello ‘giusto’», «Fare il genitore è qualcosa di naturale che è insito in noi», «Non ci sono regole rigide da seguire per fare il genitore» e argomentazioni analoghe.

Si tratta certo di considerazioni valide, che nascono dal fatto che nessun animale che abbia sviluppato un comportamento di cura della prole manifesti il bisogno di apprendere o anche solo di perfezionare il modo in cui crescere i suoi piccoli.

Dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo, anche se per gli esemplari appartenenti alla specie homo sapiens in realtà non lo è.

Ciò appare senza dubbio dovuto che la nostra specie ha sviluppato – almeno nelle società cosiddette “civilizzate” – stili di vita non esattamente a misura d’uomo e tantomeno di bambino, il che è verosimilmente quanto rende l’educare un figlio una sorta di missione impossibile.

Se parlassimo di una popolazione che vive allo stato di natura, come quelle della Nuova Guinea, forse non ci sarebbe tutto questo bisogno di acquisire competenze per fare il genitore, dobbiamo però pensare che noi occidentali abbiamo perso perfino la capacità di respirare in modo naturale (respirazione diaframmatica), figuriamoci il resto!

Per continuare sul filo del precedente esempio relativo al Boeing 747, se qualcuno ci chiedesse di effettuare un’operazione chirurgica, di riparare un computer, di realizzare un impianto elettrico – e noi non avessimo seguito un adeguato iter formativo per acquisire la competenza – risponderemmo «Ci posso provare» oppure «Non lo so fare, rivolgetevi a qualcun altro»?

A nessuno sano di mente verrebbe in mente di pilotare un aereo, effettuare un’operazione chirurgica o anche solo realizzare un impianto elettrico senza avere prima acquisito le necessarie capacità.

Fare i genitori – sempre contestualizzando tale funzione all’interno delle società occidentali non a misura d’uomo né di bambino – è un’attività senza dubbio più difficile di quelle sopra elencate, per due validi motivi.

Primo, l’essere umano è la cosa più complessa che esista (non solo sul piano biologico ma anche su quello psicologico), secondo, nel corso dell’età evolutiva (il periodo che ci interessa) cambia continuamente sia sul piano quantitativo (crescita corporea) sia su quello qualitativo (vedi i rapporti tra la lunghezza del tronco e degli arti).

L’unica differenza rispetto a pilotare un aereo è costituita dal fatto che se a farlo fosse una persona incompetente rischieremmo la vita, mentre nel fare il genitore senza un’adeguata preparazione il rischio non è di tale portata.

Vi sono comunque rischi molto gravi che riguardano la salute prima di tutto psichica, il benessere e l’equilibrio dei nostri figli, come evidenziano gli innumerevoli studi che pongono in stretta correlazione il rapporto con i genitori stabilitosi nell’infanzia e le diverse forme di psicopatologia insorgenti nell’adulto (se poi abbracciamo la prospettiva psicosomatica a ciò si deve aggiungere la predisposizione alle malattie del corpo).

In definitiva, educare il proprio figlio richiede un’adeguata preparazione come la richiedono – anche se ovviamente di diversa natura – tutte le attività sopra elencate.

Tale necessità si rende evidente soprattutto in epoca adolescenziale, l’età considerata critica, in cui i nodi che si sono precedentemente accumulati vengono al pettine.

È in coincidenza con tale tappa evolutiva che i genitori si domandano cosa hanno sbagliato e si rendono conto che il loro bambino è diventato “un’altra persona”.

I problemi che tipicamente emergono tra genitori e figli in questa epoca sono semplicemente i segnalatori, le spie sul cruscotto che si accendono durante questo viaggio evolutivo a segnalare che qualcosa non è andato per il verso giusto.

La cosiddetta crisi adolescenziale, con tutti i suoi annessi e connessi sul piano della relazione genitori-figlio, non rappresenta un fenomeno inevitabile né costituisce un problema di quel momento, bensì il risultato di ciò che è stato fatto e non fatto fino a quel momento.

Onde evitare che i nodi educativi e relazionali vengano al pettine dell’adolescenza occorre acquisire quei semplici strumenti che possono permettere ai genitori di svolgere nel migliore dei modi – per se stessi e per i propri figli – questo che si rivela senza alcun dubbio il mestiere più difficile e più bello del mondo.