I due fondamentali atteggiamenti nella didattica: apprendimento attivo e passivo

Un giorno – narra un’antica storia – il Signore intendeva nascondere la Cosa più preziosa agli occhi degli uomini, in modo che per scoprirla avrebbero dovuto impegnarsi davvero.

Chiese allora al proprio consigliere: «Potrei nasconderla sulla cima della montagna più alta, cosa ne pensi?», al che il consigliere rispose: «Non penso sia una buona idea, prima o poi l’uomo andrà anche lì e la troverà facilmente!».

«Allora potrei nasconderla nel più profondo degli oceani, cosa ne dici?» ribatté il Signore, «Non penso sia una buona idea, prima o poi l’uomo costruirà una macchina per esplorare il fondo degli oceani e la scoprirà facilmente!», rispose il consigliere.

«Ma allora dove dovrei nasconderla?» domandò di nuovo il Signore: «Mettigliela proprio sotto gli occhi, non la vedrà!».

Che apprendere sia un’azione e che come tale richieda un atteggiamento attivo piuttosto che passivo sembra la cosa più scontata ed evidente per tutti, al pari di correre, mangiare, salire le scale, remare, pensare, guidare l’auto, farsi il caffè e via dicendo. Quello che non è altrettanto evidente è cosa occorre attivare!

Spesso l’insegnante sembra voler attivare certi comportamenti, come stare attenti, fare i compiti e via dicendo, mentre cerca di disattivarne altri.

Mi riferisco alle tipiche ingiunzioni come “fai silenzio”, stai fermo”, “non disturbare”, “non copiare”, “non disegnare”, “non chiacchierare”, cercando al contempo di attivarli attraverso altrettante ingiunzioni di contenuto opposto come quella tipica di “state attenti!”.

Il problema è che quanto si cerca di attivare non appare allineato con i bisogni degli studenti mentre quanto si cerca di disattivare invece lo è: il risultato inevitabile è il conflitto, prima con l’insegnante poi interno.

Agli studenti viene chiesto di leggere e scrivere, fare calcoli matematici, effettuare l’analisi grammaticale e logica senza spesso che tutto abbia per loro senso, ossia che sentano il bisogno e la voglia di farlo.

Dopo che ai suoi cani era stata somministrata polvere di carne un certo numero di volte, Pavlov si accorse che sbavavano semplicemente quando lo sperimentatore faceva il suo ingresso nel laboratorio.

Anche se la cosa lo disturbava (giacché studiava fisiologia della digestione, non psicologia canina) senza rendersene conto stava osservando una forma di apprendimento che poi chiamò “riflesso condizionato”.

Volenti o nolenti, i cani avevano associato lo sperimentatore al cibo e avevano finito per reagire al primo come se fosse il secondo.

Ciò rappresenta la forma di apprendimento di livello più basso, detto associativo, impostato geneticamente dal funzionamento del sistema nervoso centrale e di natura sostanzialmente passiva: si realizza cioè a prescindere dalla volontà, dalla consapevolezza e dalla motivazione del soggetto che lo acquisisce.

Le forme di apprendimento superiori cessano di essere impostate geneticamente per diventare un processo attivo che, in quanto tale, richiede motivazione.

Occorre perciò tener presente che la mancanza di una genuina motivazione tende ad escludere le forme di apprendimento superiori a quella associativa: anche se suona poco elegante, senza una genuina motivazione tendiamo ad apprendere più o meno come facevano i cani del vecchio Pavlov!

Ovviamente nella scuola si osservano tutte le forme di apprendimento superiori, il che avviene però soprattutto in forza di quella particolare motivazione legata all’evitare le note, i brutti voti, i rimproveri, le punizioni, la bocciatura, l’essere rimandati a settembre, ecc.

Ciò pone l’allievo in una posizione ben diversa da quella genuinamente attiva. L’identikit dell’allievo ideale, quello ben scolarizzato, lo vuole (almeno nella scuola media) seduto al banco senza muoversi troppo per cinque o sei ore di fila, capace di far ricreazione in dieci minuti, seduto in silenzio, attento e non distratto … non perso nella sua fantasia …

Se fossimo marziani appena atterrati sulla terra penseremmo che si tratta di una istituzione che persegue scopi punitivi piuttosto che l’agenzia preposta a forgiare le menti della futura società.

Dopo la domanda «… e se tutto questo fosse imposto a noi come la prenderemmo?», dobbiamo considerare che se gestissimo un’attività volta alla ricerca e all’innovazione e volessimo ottenere il meglio dai nostri collaboratori dovremmo addirittura ribaltare questo modello.

Se cercassimo di spremere il meglio da un adulto, se volessimo che producesse nuove idee, inventasse qualcosa di buono per l’umanità, i limiti costrittivi che caratterizzano tale modello didattico andrebbero irrimediabilmente contro questa possibilità.

Se i nostri lontani predecessori non fossero andati al di là degli schemi sia comportamentali sia cognitivi che caratterizzavano l’uomo delle caverne oggi non avremmo i computer e i telefonini, non avremmo inventato niente.

Nessuno avrebbe abbandonato le caverne, nessuno avrebbe acceso un fuoco, nessuno sarebbe salito su un cavallo, nessuno avrebbe inventato niente … nemmeno la ruota!

L’uomo è sopravvissuto grazie alla capacità di guardare oltre, di andare al di là del consueto e del conosciuto, di ciò che si “sa” possibile e impossibile, esattamente come fa ogni giorno la natura nella sua costante e inarrestabile evoluzione.

Quando si ha a che fare con le persone – soprattutto se si tratta di bambini – si dovrebbe coltivare la capacità di mettersi nei loro panni.

Se dimentichiamo il bambino – e lo scolaro – che è in noi come possiamo interagire efficacemente con quelli là fuori?

La voglia che hanno i ragazzi di muoversi, di parlare, di interagire, di uscire dai rigidi schemi in cui la scuola vorrebbe costringerli dovrebbe essere considerata una risorsa preziosa, proprio come l’energia prorompente per lo sportivo.

L’apprendimento attivo non inizia – e non può iniziare – dalla lezione frontale, dai libri, dall’insegnante stesso bensì dagli allievi e dalle loro innate inclinazioni, bisogni, attitudini.

Per insegnare geografia l’insegnante può chiedere di descrivere il proprio quartiere per poi espandere la descrizione alla propria città, anche a quella di origine se diversa, per poi estendere la visuale alla regione e così via.

Si può così instaurare un circolo virtuoso, una progressione che prende le mosse dalla concretezza dell’esperienza personale e quotidiana, dagli agganci emotivi che la caratterizza e da questo trampolino si può prendere il volo.

In questo modo lo studente è colui che fa lezione mentre l’insegnante guiderebbe semplicemente l’intero processo di natura interattiva fornendo informazioni e dettagli, rendendolo così consapevole che ha appena fatto lezione sul Lazio o sull’Emilia Romagna!

Nella flipped classroom a scuola le lezioni frontali sono sostituite dal lavoro con pc, tablet e smartphone per risolvere problemi e sperimentare quello che si è appreso a casa, dove si ha seguito lezioni video e le spiegazioni preparate dai docenti soprattutto in formato elettronico.

In tutto questo l’insegnante esercita il suo ruolo di tutor, aiutando i ragazzi a rielaborare le nozioni precedentemente acquisite e a coordinarsi.

Il grande pregio è che pone in risalto l’importanza del ruolo attivo da parte dello studente rendendolo il vero protagonista della didattica: se l’appetito vien mangiando la motivazione e l’interesse nei confronti della lezione vien facendola … in prima persona!

Accanto a tale indiscusso merito – sempre dal mio personale punto di vista – i limiti sono costituiti dal portare avanti in ogni caso una didattica di tipo nozionistico (vedi le parti decima e undicesima del presente testo), dal non può essere applicato sin dalla scuola primaria.

Richiede inoltre non solo un grosso lavoro di preparazione da parte dell’insegnante ma anche la disponibilità di particolari mezzi tecnologici da parte degli studenti (cosa su cui si sta cercando di investire come se si trattasse di ciò che manca alla scuola di oggi).

In conclusione, se l’apprendimento attivo necessita di motivazione è anche in grado di stimolarla, la qual cosa instaura un circolo virtuoso.

Stefano Boschi