Educazione oggi: il dilemma del genitore tra permessivismo e punizione

Quando un genitore si chiede, preso in mille dilemmi, come si fa oggi ad educare un figlio ci sono due cose che occorre sapere: la prima è che si tratta di un processo estremamente complesso, la seconda è che mentre gli aborigeni australiani sanno già tutto noi purtroppo dobbiamo impararlo!

Il motivo è molto semplice: mentre loro vivono in armonia con la natura e con l’ambiente che li circonda noi siamo nella situazione esattamente opposta.

Viviamo in conflitto sempre più evidente con il nostro ambiente (al punto che rischiamo di tagliare il ramo sul quale siamo seduti!), abbiamo dimenticato come svolgere le azioni più naturali (pensiamo cosa accadrebbe se dovessimo accendere un fuoco in mezzo a un bosco …), non sappiamo come gestire il nostro organismo, le nostre relazioni, i nostri figli.

In termini più concreti, siamo spesso intrappolati nel dilemma tra autoritarismo e permissivismo, tra lasciar fare e imporre rigidamente le regole e altrettanto spesso facciamo la cosa peggiore di tutte: alterniamo questi due estremi, riuscendo a rendere il processo educativo un vero percorso ad ostacoli per noi e per i nostri figli.

Una delle piaghe più infette dell’educazione è rappresentata dall’impostazione moralistica. Si tratta del retaggio dell’epoca che ci stiamo lasciando alle spalle e che ha finito per accumulare una serie pressoché interminabile di patologie psichiche, somatiche e relazionali sulle spalle dei nostri figli, che oggi ne stanno purtroppo pagando il prezzo.

Sul piano educativo, la cifra di quest’impostazione moralistica è proprio il concetto di “punizione”, che fa indiretto quanto implicito riferimento all’idea religiosa di peccato: non a caso le radici della nostra civiltà affondano nel terreno mitologico della cacciata dal Paradiso Terreste.

Anche se oggi fortunatamente oggi non se ne parla più, fino a qualche decennio addietro nell’ora di religione si comunicava a chiare lettere che siamo tutti peccatori, oltretutto sin dalla nascita.

Il concetto di punizione è alquanto deleterio giacché, traendo nutrimento da questo terreno storico oltre che mitologico, porta con sé il peso della colpa, il che giustifica – secondo una logica cara a Dostoevsky – l’espiazione appunto attraverso la punizione redentrice.

La prima cosa che, a mio avviso, il genitore oggi dovrebbe fare è scrollarsi di dosso l’atteggiamento moralistico e ristrutturare la gerarchia di valori prima di tutto per sé, poi per il proprio figlio, ponendo in cima il valore che la natura stessa ci ha dato che è il benessere: non quello riducibile alla soddisfazione dei bisogni biologici (vedi mangiare, bere … e via dicendo) bensì costituito dallo stato di appagamento che portiamo con noi sin dalla nascita e che abbiamo da troppo tempo dimenticato.

Questo non vuol dire affatto che il bambino dovrebbe poter fare tutto quello che gli passa per la testa, giacché per riconquistare questo benessere deve necessariamente essere ben adattato al proprio ambiente, non solo fisico ma anche e soprattutto sociale.

Nel modello di educazione che va sotto il nome di Active Education si distinguono tre fasi educative, di cui la prima (nei primi sette anni) è definita “dell’addestramento”: invece che punire i comportamenti di scarso valore adattivo o inopportuni si tratta di far seguire semplici “conseguenze” spiacevoli, così come conseguenze piacevoli (come un giocattolo o una lode) dovrebbero seguire quelli di più elevato valore adattivo e desiderabili.