Dalla comunità alloggio alle “comunità per la famiglia e la genitorialità”

Le comunità di accoglienza minorili giocano un ruolo fondamentale in tema del modo in cui le istituzioni affrontano i problemi familiari.

Se, da una parte, i tribunali sembrano adottare il principio secondo il quale se c’è un problema in seno alla famiglia allora separa i suoi membri, dall’altra le comunità rappresentano spesso il modo in cui tale principio viene attuato concretamente.

Le comunità di accoglienza per minori si rivelano spesso un luogo di parcheggio se non di segregazione piuttosto che di ripristino di relazioni familiari o genitoriali adeguate.

Oggi la comunità è divenuta quasi sinonimo di perdita e separazione, di rottura a volte definitiva degli originari legami familiari, come se il bisogno del bambino fosse quello di “rifarsi una famiglia” per ricominciare tutto da capo.

Tutto ciò appare in contrasto con le più consolidate teorie sullo sviluppo infantile (vedi in particolare la teoria di John Bowlby sull’attaccamento), che indicano chiaramente come il bisogno del bambino sia di avere buoni rapporti all’interno della famiglia che ha già o, in caso di separazione dei genitori, un buon rapporto con ognuno di loro.

Privato delle sue radici relazionali il bambino tenderà a sviluppare – sia in età infantile sia in quella adulta – patologie di natura psicologica, somatica, comportamentale e relazionale più o meno gravi che vanno dai DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) e dall’ADHD (il disturbo da deficit di attenzione e iperattività), fino alla depressione infantile, i disturbi del comportamento alimentare, i comportamenti antisociali, la tossicodipendenza, le condotte autolesive fino a quelle suicidarie.

Dal canto loro, i genitori, privati della possibilità di vedere regolarmente o in assoluto i propri figli, cadono spesso vittime di un devastante stato di depressione ansiosa, che può perdurare anche per il resto della loro vita e arrecare gravi danni sul piano psichico e somatico, fino ai veri e propri disturbi psichiatrici e ai tentativi di suicidio.

Come abbiamo già affermato, cercare di tutelare il minore privandolo di uno o di entrambi i genitori oppure tralasciando di fare tutto il possibile per ricucire il tessuto relazionale lacerato, appare un obiettivo paradossale che produce effetti altrettanto paradossali, ossia l’esatto contrario di quanto – forse – ci si prefigge.

Di conseguenza, se la comunità di accoglienza per minori vuole adempiere al suo obiettivo istituzionale deve necessariamente allinearsi con questa semplice realtà scientificamente fondata, piuttosto che procedere in direzione diametralmente opposta.

Il tradimento del ruolo istituzionale attuato dalle comunità alloggio per minori nel momento in cui si pongono come un inesorabile cuneo tra il minore e i suoi genitori sta oggi creando un malcontento sempre più profondo e diffuso, preludio ad un conflitto sociale che sta emergendo attraverso i media, che si mostrano sempre più interessati al problema.

Un progetto volto al rinnovamento delle comunità deve necessariamente basarsi sulle seguenti premesse.

1.    Il bisogno primario di ogni bambino è vivere all’interno di una famiglia potendo godere di buone relazioni, in un ambiente in grado di favorire il suo normale e sereno sviluppo come enuncia la legge 184/1983 e seguenti emendamenti; l’Art.1 recita chiaramente: “Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia, tutte le altre soluzioni devono essere assolutamente residuali”.

2.       (di conseguenza) Non si può parlare di “tutela del minore” se non si parla di “tutela della famiglia” e della rete di rapporti che si sviluppano al suo interno o, nel caso di separazione dei genitori, tra ognuno dei genitori e il figlio.

3.       (di conseguenza) Nel momento in cui le istituzioni preposte (come i servizi sociali e i tribunali minorili) prendono in carico la famiglia o il rapporto genitore-figlio disfunzionali occorre mettere in campo con tempestività gli interventi più idonei al ripristino di un ambiente relazionale più consono allo sviluppo del minore.

4.       (di conseguenza) Nel momento in cui, a causa di gravi conflitti tra i genitori o tra genitori e figlio così come di una più o meno evidente inadeguatezza genitoriale, diventa impossibile intervenire efficacemente lasciando inalterate le condizioni di convivenza iniziali, una nuova struttura che potremmo chiamare “comunità per le famiglie e la genitorialità” potrebbe rappresentare la soluzione, permettendo l’attuazione di quegli interventi residenziali o semiresidenziali ma comunque temporanei che possono realizzare l’obiettivo relativo al primo punto.

5.       (di conseguenza) La disposizione del giudice con cui si decide il ricovero temporaneo in comunità dovrebbe risultare finalizzato all’attuazione di un “progetto di recupero relazionale”, in altri termini alla “cura” della famiglia o del rapporto tra genitori e figlio.

Dato che oggi, alla prova dei fatti, le comunità spesso non offrono la possibilità di un reale recupero della relazione occorre una loro ristrutturazione sul piano sia dei criteri di accreditamento sia delle linee guida operative, per includervi l’azione da parte di un consulente familiare specializzato nel ricucire la rete di relazioni familiari, in modo che risultino funzionali al normale e sereno sviluppo del minore.

Tale progetto prevede quindi un intervento che deve necessariamente essere adattato alle condizioni della famiglia o del rapporto genitori-figlio, modulato in base alla situazione e alle necessità, come dovrebbe accadere nel caso dell’alienazione genitoriale più o meno grave.

Tale intervento andrebbe a sommarsi alle attività già svolte della comunità, offrendo una valida soluzione piuttosto che creare un problema insolubile là dove ne esista giù uno iniziale che potrebbe essere risolto.

I vantaggi che la realizzazione di tale progetto comporterebbe sarebbero diversi.

1.    Integrazione tra giurisprudenza e psicologia finalizzata alla tutela del minore.

2.    Azione riparativa nei confronti del funzionamento della famiglia, della genitorialità, delle condizioni del minore, con particolare riguardo alla sfera relazionale.

3.    Trasformazione del malcontento sociale sempre più diffuso in soddisfazione nei confronti delle istituzioni che si occupano della famiglia e dei minori.

4.    Riqualificazione funzionale delle comunità di accoglienza minorile come “comunità per la famiglia e la genitorialità” in direzione quindi del benessere sociale, senza peraltro subire una perdita economica, quanto piuttosto un potenziale incremento delle entrate per il fatto che potranno essere utilizzate in una gamma di casi ancora più ampia piuttosto che esclusivamente o soprattutto nelle situazioni estreme.

5.    Opportunità di impiego per consulenti della famiglia (in Italia abbiamo circa un terzo degli psicologi di tutta Europa, di cui gran parte si trovano senza impiego).

6.    Verosimile diminuzione dei futuri costi sociali legati a questioni di salute pubblica e al disadattamento sociale, le cui basi sono create dai problemi infantili.