Dal caso “Veleno” ad oggi: servono davvero le commissioni di inchiesta?

Il caso chiamato “Veleno”, anche conosciuto come dei “falsi pedofili della bassa modenese”, portato sulla scena mediatica dal giornalista Pablo Trincia, sta oggi scatenando l’effetto domino, facendo crollare il muro di omertà che per decenni ha protetto quello che possiamo definire come un vero e proprio “mercato degli affidi”.

Quello che sta emergendo si profila come lo scandalo di portata nazionale più tragico e allo stesso tempo vergognoso nell’intera storia della nostra repubblica, una vera e propria “Infantopoli”.

Stanno venendo alla luce una serie di falle dell’attuale sistema istituzionale che dovrebbe essere al servizio delle famiglie e dei minori in condizioni di criticità, una lunga storia di corruzione, abusi e atti contro la legge perpetrati da figure e da enti istituzionali.

A causa di ciò si sta anche creando una vera e propria spaccatura sul piano sociale, che vede i genitori e le famiglie a cui sono stati tolti i figli contrapporsi ad assistenti sociali, giudici dei tribunali minorili, responsabili delle strutture di accoglienza per minori.

Le ipotesi di intervento che si stanno proponendo sono soprattutto di natura investigativa e sanzionatoria, improntate cioè all’istituzione di commissioni di inchiesta volte a far luce sull’attuale situazione su tutto il territorio nazionale al fine di punire i colpevoli.

Per quanto possa suonare paradossale, l’azione svolta dal governo volta a creare commissioni di inchiesta volte a scoprire la verità, cioè a far luce sull’attuale situazione delle strutture che si occupano di minori tolti alle famiglie e ai genitori non potrebbe rivelarsi più inutile.

Dopo aver precisato che tali commissioni appaiono doverose nei confronti di chi è stato vittima di abusi e ingiustizie perpetrate ai suoi danni dalle istituzioni occorre precisare alcuni punti che certamente tendono a passare inosservati.

Prima di tutto bisogna considerare che le commissioni di inchiesta richiedono tempo, sia in fase di costituzione (nomina degli esperti che andranno a formarla) sia in quella di indagine (verifiche, sopraluoghi, esame dei documenti) nonché in quella di conclusione dei lavori e della redazione del rapporto all’autorità che le hanno nominate.

Il tempo necessario a imbastire un’indagine permetterebbe agli indagati di riorganizzarsi modificando alcune situazioni (nel caso delle comunità alloggio si tratterebbe degli ambienti in cui vivono gli ospiti), così come di insabbiare elementi che sarebbero di importanza decisiva per le indagini (è anche successo che siano scompari documenti dagli archivi del tribunale).

Occorre in tal senso considerare che i professionisti che fanno parte di tali commissioni sono spesso i soliti noti e per questo ben integrati nel sistema, la qual cosa comporta il rischio che non intendano scoprire come stanno davvero le cose: sarebbe allora come chiedere all’oste se il vino è buono!

Una considerazione particolare va fatta per le comunità alloggio, la maggioranza delle quali sono di matrice religiosa e si rifanno quindi alla Chiesa, la “grande intoccabile”.

Ma la ragione più importante per la quale le inchieste in questo ambito sono una totale perdita di tempo e anche un possibile diversivo è che sappiamo già che le istituzioni stanno operando al di fuori della legalità, in altre parole fuorilegge!

Come facciamo a saperlo? Semplice, ce lo dicono loro! Basta confrontare i rapporti sugli affidamenti del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con le leggi attualmente in vigore per rendersene conto.
Come riporta Massimo Rosselli del Turco, nell’ultimo resoconto ministeriale la motivazione “incapacità educativa dei genitori” è la più gettonata per l’affidamento presso una famiglia (24,4% dei casi) e anche per l’immissione presso i servizi residenziali (23,1% dei casi). Si tratta di circa un quarto della totalità dei casi!

Se così stanno le cose tutti i genitori potrebbero rientrare in qualche modo e misura in una delle molteplici categorie definite in modo generico, astratto, aspecifico (il genitore perfetto non esiste!): in altre parole, se i criteri di valutazione restano i suddetti tutti i genitori e tutti i figli sono a rischio … ma non è ancora questo il vero problema!

Nel rapporto precedente emergeva che nel 44% dei casi per “povertà materiale, innanzitutto economica”, mentre nel 24% dei casi per “povertà abitativa”.

Il vero problema è che tali motivazioni sono chiaramente in contrasto con la legge: la prima motivazione, quella di “incapacità educativa”, contrasta con la legge 184 del 1983 la quale afferma:

Art. 1 comma 1: “Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’àmbito della propria famiglia”

Art.1 comma 3: “Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’àmbito delle proprie competenze, sostengono, con idonei interventi, nel rispetto della loro autonomia e nei limiti delle risorse finanziarie disponibili, i nuclei familiari a rischio, al fine di prevenire l’abbandono e di consentire al minore di essere educato nell’àmbito della propria famiglia”

Le due ultime motivazioni, quelle legate a “povertà materiale”, innanzitutto economica poi “abitativa” violano invece la legge 149 del 2001 che così recita:

Le condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente la potestà genitoriale non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. A tal fine a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e di aiuto.

A questo punto sorge la domanda: abbiamo bisogno di altri dati per sapere con totale certezza che l’attuale sistema istituzionale che si occupa di famiglie e di minori va cambiato e anche urgentemente?

Stefano Boschi